Reg. ord. n. 160 del 2026 pubbl. su G.U. del 07/10/2026 n. 40

Ordinanza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio  del 03/08/2026

Tra: A. T.  C/ Ministero della giustizia



Oggetto:

Ordinamento giudiziario – Giudice onorario – Riforma organica della magistratura onoraria – Contingente ad esaurimento dei magistrati onorari in servizio – Procedura valutativa di conferma dei magistrati onorari in servizio, introdotta dalla legge n. 234 del 2021 – Riconoscimento di un’indennità per i magistrati onorari in servizio che non accedano alla conferma, tanto nell’ipotesi di mancata presentazione della domanda, quanto in quella di mancato superamento della procedura valutativa – Omessa applicazione del riconoscimento dell’indennità anche ai magistrati onorari confermati (in riferimento ai diritti conferiti dall'Unione europea, quanto alle ferie retribuite, alla previdenza e all’assistenza) – Richiamo alla sentenza della Corte costituzionale n. 71 del 2026 – Contrasto con i principi di eguaglianza e ragionevolezza – Irragionevole equiparazione tra magistrati onorari e magistrati togati, in relazione alle pretese fatte valere nel giudizio a quo (richiesta applicazione, ai fini del calcolo dei diritti conferiti dall'Unione europea, della classe stipendiale dei magistrati ordinari) – Disparità tra magistrati onorari confermati e magistrati onorari non confermati – Violazione dei principi di contenimento della spesa e di copertura finanziaria – Esclusione della situazione prospettata nel giudizio a quo dalla compatibilità con i vincoli derivanti dall’ordinamento unionale.

Norme impugnate:

decreto legislativo  del 13/07/2017  Num. 116  Art. 29  Co. 2


Parametri costituzionali:

Costituzione   Art. 3 
Costituzione   Art. 81 
Costituzione   Art. 97 
Costituzione   Art. 117    Co. 1 



Testo dell'ordinanza

                        N. 160 ORDINANZA (Atto di promovimento) 03 agosto 2026

Ordinanza del 3 agosto 2026 del  Tribunale  amministrativo  regionale
per il Lazio sul ricorso proposto da A.  T.  contro  Ministero  della
giustizia, Presidenza del Consiglio dei ministri e Istituto nazionale
della previdenza sociale (INPS). 
 
Ordinamento giudiziario - Giudice onorario - Riforma  organica  della
  magistratura onoraria - Contingente ad esaurimento  dei  magistrati
  onorari  in  servizio  -  Procedura  valutativa  di  conferma   dei
  magistrati onorari in servizio, introdotta dalla legge n.  234  del
  2021 - Riconoscimento di un'indennita' per i magistrati onorari  in
  servizio che non accedano  alla  conferma,  tanto  nell'ipotesi  di
  mancata presentazione della domanda, quanto in  quella  di  mancato
  superamento della procedura valutativa -  Omessa  applicazione  del
  riconoscimento  dell'indennita'   anche   ai   magistrati   onorari
  confermati  (in  riferimento  ai  diritti   conferiti   dall'Unione
  europea,  quanto  alle  ferie   retribuite,   alla   previdenza   e
  all'assistenza) - Richiamo alla sentenza della Corte costituzionale
  n. 71 del 2026. 
- Decreto legislativo 13 luglio 2017, n. 116 (Riforma organica  della
  magistratura onoraria e altre disposizioni  sui  giudici  di  pace,
  nonche' disciplina transitoria relativa ai  magistrati  onorari  in
  servizio, a norma della legge 28 aprile  2016,  n.  57),  art.  29,
  comma 2. 


(GU n. 40 del 07-10-2026)

 
         IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE PER IL LAZIO 
 
                            Sezione prima 
 
ha pronunciato la presente ordinanza, sul ricorso numero di  registro
generale n. 751 del 2024, proposto da A. T., rappresentata  e  difesa
dagli avvocati Egidio  Lizza,  Luigi  Serino,  Giovanni  Romano,  con
domicilio digitale come da pec da Registri di giustizia; 
    Contro: 
        Ministero  della  giustizia,  Presidenza  del  Consiglio  dei
ministri,  rappresentati  e  difesi  dall'Avvocatura  generale  dello
Stato, domiciliati in Roma, via dei Portoghesi n. 12; 
        Inps, rappresentato e difeso dall'avvocato Flavia Incletolli,
con domicilio digitale come da pec da Registri di giustizia; 
    Per  l'accertamento  «della  qualifica  di  lavoratore  a   tempo
determinato della ricorrente Giudice di pace ai sensi delle direttive
UE e dei conseguenti diritti retributivi, contributivi,  alle  ferie,
all'adeguato orario di lavoro, a non subire l'abusiva reiterazione di
rapporti a termine, come riconosciuti  dalle  direttive  UE  e  dalle
sentenze della CGUE, rese nei casi UX c. Italia del 16 luglio 2020  e
PG c. Italia del 7 aprile 2022, con ogni conseguente  condanna  anche
di carattere risarcitorio, per i danni sia di natura patrimoniale che
non patrimoniale». 
    Visti il ricorso e i relativi allegati; 
    Visti tutti gli atti della causa; 
    Visti gli atti di costituzione in giudizio  del  Ministero  della
giustizia, della Presidenza del Consiglio dei ministri e dell'Inps; 
    Relatore nell'udienza pubblica del giorno 24 giugno 2026 il dott.
Angelo Fanizza e uditi per le parti i difensori come specificato  nel
verbale; 
Ricostruzione dei fatti e svolgimento del giudizio (punti 1 - 6). 
    1. La dott.ssa A. T. ha adito questo Tribunale  per  ottenere  il
«riconoscimento della qualifica di  lavoratore  a  tempo  determinato
della ricorrente Giudice di pace ai sensi delle direttive  UE  e  dei
conseguenti   diritti   retributivi,   contributivi,   alle    ferie,
all'adeguato orario di lavoro, a non subire l'abusiva reiterazione di
rapporti a termine, come riconosciuti  dalle  direttive  UE  e  dalle
sentenze della CGUE, rese nei casi UX c. Italia del 16 luglio 2020  e
PG c. Italia del 7 aprile 2022, con ogni conseguente  condanna  anche
di carattere risarcitorio, per i danni sia di natura patrimoniale che
non patrimoniale». 
    In punto di fatto, ha esposto che «con decreto n.  ...  del  ...,
veniva nominata vice Pretore onorario presso la Pretura circondariale
di Messina per il triennio ... con presa di servizio  a  partire  dal
... (...); successivamente, con nota prot. ... del ... relativa  alla
delibera adottata dall'assemblea plenaria della seduta  del  ...,  il
CSM confermava la dott.ssa T. quale Giudice onorario del Tribunale di
...»; ha soggiunto che «in  data  ...  (...)  prestava  giuramento  e
veniva immessa nel possesso delle funzioni di giudice di pace  presso
la sede di ...»: incarico nuovamente confermato dal CSM  a  decorrere
dal ... e, per un ulteriore rinnovo, dal ... ed ancora dal ...  (cfr.
pag. 2); e', poi,  accaduto  che  la  ricorrente  ha  beneficiato  di
«proroga biennale disposta con  l'art.  2-bis  del  decreto-legge  n.
150/2013, convertito con modificazioni dalla legge n.  15/2014,  fino
al 31 dicembre 2015. Per effetto dell'art. 1, comma 610  della  legge
n. 208/2015, la dott.ssa T. veniva, nuovamente, mantenuta in servizio
a far data dal ...»; e, inoltre, e' stata «confermata per un  secondo
mandato quadriennale nell'incarico di Giudice di pace onorario presso
il Tribunale di ..., a decorrere dal ..., con scadenza  al  ...»;  da
ultimo, la ricorrente ha fatto presente di  aver  presentato  domanda
per la stabilizzazione ai sensi del decreto legislativo n. 116/2017 e
che «con il decreto ministeriale ..., il  Ministero  della  giustizia
confermava l'odierna esponente nell'incarico di Giudice  onorario  di
pace in servizio come giudice di pace nella sede di ...»  (cfr.  pag.
3). 
    Relativamente  alla   propria   attivita',   la   ricorrente   ha
rappresentato che «ha tenuto e tiene tuttora le udienze  civili,  per
tre giorni a  settimana  (solitamente  mercoledi'/giovedi'/venerdi'),
come, peraltro, confermato dalla istanza ex art. 31,  comma  2  e  3,
decreto legislativo n. 116/2017 trasmessa al Presidente del Tribunale
di ... del ... con la quale, appunto, la  ricorrente  optava  per  il
regime composto da tre impegni settimanali (...).  Dal  ...  al  ...,
inoltre, la stessa e' stata assegnata alla Sezione immigrazione,  ivi
occupandosi di convalide e trattenimento degli  immigrati  presso  il
CIE, dei decreti di espulsione emessi dal prefetto e delle  convalide
del fine pena per gli stranieri ristretti in  carcere.  In  ordine  a
cio', l'esponente ha dovuto garantire la propria reperibilita'  anche
nei giorni di sabato e festivi nonche'  per  il  periodo  feriale  di
agosto» (cfr. pag. 4). 
    Ha  lamentato  che  «tutte  le  volte  in  cui  e'   incorsa   in
impedimenti, anche di salute, che non hanno consentito  di  adempiere
alle  ordinarie  mansioni,  non  ha  percepito  indennita',  assegni,
congedi o quant'altro previsto dalla legislazione  interna  a  favore
dei magistrati di carriera o, piu' in generale, dei dipendenti  dello
Stato» (cfr. pag. 5). 
    2. Dopo un'articolata ricostruzione normativa (pagg. 5 - 10),  ha
dedotto a fondamento della domanda i seguenti motivi: 
        1) «Violazione  della  clausola  2  dell'accordo  quadro  sul
lavoro a  tempo  determinato  recepito  dalla  direttiva  1999/70/CE;
violazione della clausola 4, commi 1  e  2  dell'accordo  quadro  sul
lavoro a tempo determinato  recepito  nella  direttiva  1999/70/CE  e
della clausola 4, commi 1 e 2 dell'accordo quadro sul lavoro a  tempo
parziale recepito dalla direttiva 1997/81/CE; violazione dell'art.  7
della  direttiva  2003/88/CE  sull'orario  di  lavoro,  in  combinato
disposto della clausola 4, punto 1 dell'accordo quadro sul  lavoro  a
tempo  determinato  recepito  nella  direttiva  1999/70/CE  e   della
clausola 4, punto 1 dell'accordo quadro sul lavoro a  tempo  parziale
recepito dalla direttiva 1997/81/CE; violazione degli articoli 1,  2,
comma 2, lett. a) e 6 della direttiva 2000/78/CE». 
    La ricorrente ha richiamato la sentenza della Corte di  giustizia
del 16 luglio 2020, n. C-658/18, nonche' la sentenza  della  medesima
Corte 7 aprile 2022, C-236/2020, illustrandone  le  questioni  e  gli
esiti. 
    Ha sottolineato che «la distinzione tra il magistrato ordinario e
quello  onorario  sta  nella  durata  del  rapporto.  Il   magistrato
ordinario accede alla magistratura per concorso ed e' assunto a tempo
indeterminato.  Il   magistrato   onorario   accede   alle   funzioni
giurisdizionali tramite una selezione  per  titoli  e  permane  nella
carica per un tempo determinato  (anche  se  in  virtu'  delle  varie
proroghe di legge, nei fatti il rapporto si e' trasformato nel  senso
di un impiego duraturo nel  tempo).  Cio'  tuttavia  non  giustifica,
secondo la valutazione della CGUE, una  discriminazione  tra  le  due
categorie di  lavoratori  alla  luce  della  sostanziale  parita'  di
mansioni. I giudici onorari sono  giudici  a  tempo  determinato  e/o
parziale; tuttavia non possono essere discriminati per  tale  motivo»
(cfr. pag. 12). 
    Ha, poi, evidenziato che «la Consulta, a partire  dalle  sentenze
nn.  113/85  e  389/89  ha,  con  continuita',  affermato   che   «le
statuizioni interpretative della Corte di giustizia  delle  comunita'
europee  hanno,  al  pari  delle   norme   comunitarie   direttamente
applicabili, operativita' immediata negli ordinamenti interni».  Tale
efficacia e' stata riconosciuta dalla Consulta a  tutte  le  sentenze
della CGUE, ai sensi dell'art. 267 TFUE69  (Corte  costituzionale  n.
113/85)» (cfr. pag. 17);  ha,  quindi,  richiamato  il  «primato  del
diritto dell'UE, il suo effetto diretto nella parte in cui  prescrive
l'obbligo di parita' di trattamento tra le categorie di cittadini  di
paesi terzi, individuate dalle  medesime  direttive,  e  i  cittadini
dello Stato  membro  in  cui  costoro  soggiornano»;  ed  ha  evocato
l'estensione  dell'obbligo  di  parita'  di  trattamento,  «sotto  il
profilo delle ferie e delle tutele assistenziali e previdenziali, dei
giudici di pace con i  Magistrati  ordinari,  imponga  l'applicazione
delle  norme  vigenti  per  tali  categorie  di   appartenenti   alla
magistratura, estendendole in favore dei giudici  non  togati»  (cfr.
pag. 18). 
    Ha, percio', osservato in chiave critica  che  «se  non  si  puo'
procedere all'equiparazione totale tra  il  Giudice  di  pace  con  i
magistrati ordinari, allo stesso tempo, non puo' non rivendicarsi  il
diritto al godimento di ferie retribuite e alle tutele  assistenziali
e previdenziali, attesa la natura di lavoratore a termine  nei  sensi
delle direttive europee citate»; ed ha, inoltre,  allegato  «una  CTP
unitamente al ricorso introduttivo, onde offrire al Tribunale il piu'
ampio ventaglio per determinare il quantum dovuto» (cfr. pag. 19). 
    Ha soggiunto che «in base a  tale  calcolo  si  e'  valutata  una
omessa contribuzione a carico del Ministero, pari ad euro 312.587,75,
comprensivi di rivalutazione ed interessi legali al 31 ottobre 2023»;
e che «anche  il  TFR  che  deve  essere  inteso  quale  retribuzione
differita anch'essa con funzione previdenziale, e' stato  oggetto  di
calcolo da parte del CTP  che,  al  riguardo,  per  ciascun  anno  di
servizio ha considerato una quota pari all'importo  della  indennita'
(retribuzione) dovuta per l'anno stesso, divisa per  13,5  (comma  1,
art. 2120 del codice civile), giungendo cosi' ad una  voce  economica
pari ad euro 97.749,97» (cfr. pag. 20). Si e', ancora, proceduto,  al
calcolo del «valore delle ferie non godute», e cio'  prendendo  quale
base «un dodicesimo delle indennita' annuali  percepite  dal  ...  al
...» e, rapportata all'attivita' svolta, la ricorrente  e'  pervenuta
«ad una stima pari nel totale ad euro 116.365,72» (cfr. pag. 21). 
    Ha, poi, chiesto l'accertamento del «diritto al risarcimento  del
danno, dovendosi ritenere illegittimo ed abusivo il reiterato ricorso
a rapporti  a  tempo  determinato  riferibili  a  parte  ricorrente»,
giungendo  ad  un  valore  medio  di   danno,   calcolato   -   oltre
rivalutazione ed interessi al 31 ottobre 2023  -  in  euro  38.140,38
(cfr., ancora, pag. 21). 
        2) «Violazione degli art. 3, 5 e 6 della direttiva 2003/88/CE
in relazione all'orario di lavoro». 
    Con tale motivo  la  ricorrente  ha  dedotto  che  «il  carattere
self-executing della direttiva 2003/88/CE e' indubitabile, essendo le
sue disposizioni «incondizionate e sufficientemente chiare e precise»
(vedasi la sentenza del 4 dicembre  1974  della  CGUE  (C-41/74,  Van
Duyn)) ed e',  pertanto  da  esigere,  considerato  il  tenore  della
direttiva, l'automatico adeguamento alla medesima delle  leggi  dello
Stato, indipendentemente dall'atto formale di  recepimento.  Infatti,
le  leggi  statali,  sia  antecedentemente,  che  successivamente  al
formale  recepimento  della   direttiva,   devono   comunque   essere
disapplicate,  nella  misura  in  cui  ne  ostacolino   la   corretta
applicazione» (cfr. pag. 24). 
        3)  «Sul  diritto  di  parte  ricorrente   ad   ottenere   un
trattamento economico pari a quello dei magistrati  ordinari  per  il
lavoro svolto - sulle differenze retributive maturate». 
    La ricorrente ha richiamato una sentenza del TAR Emilia-Romagna -
Bologna e del Tribunale del Lavoro di  Bologna,  sulla  scorta  delle
quali ha chiesto  la  condanna  delle  intimate  amministrazioni  «al
versamento delle differenze retributive maturate,  individuando  come
parametro di riferimento la classe stipendiale HH03, ossia quella del
Magistrato ordinario  di  prima  nomina,  pari  ad  euro  131.800,70,
calcolate dall'anno ... al ..., considerando quale base di calcolo la
retribuzione del Magistrato  ordinario  Qualifica  HH03,  classe  08»
(cfr. pag. 25), lamentando che «per le due gravidanze avute,  non  ha
ricevuto alcuna indennita'» e chiedendo, pertanto, la  corresponsione
delle «retribuzioni non erogate durante i due mesi precedenti la data
del parto e per  i  tre  mesi  dopo  il  parto  (...)  pari  ad  euro
62.337,56» (cfr. pag. 26). 
        4) «Domanda subordinata di risarcimento del danno per  omessa
trasposizione delle direttive eurounitarie e per violazione dell'art.
117 della  Costituzione  per  espresso  contrasto  tra  la  normativa
nazionale e  l'art.  12  e  l'art.  E  della  carta  sociale  europea
riveduta, ratificata con legge n. 30 del 1999, entrata in  vigore  il
1° settembre 1999 nonche' la violazione della raccomandazione  cm/rec
(2010) del CEDS dei Ministri del Consiglio d'Europa». 
    Quale  domanda  subordinata,  la  ricorrente   ha   chiesto   «il
risarcimento del  danno  per  omessa  trasposizione  delle  direttive
eurounitarie e per violazione dell'art. 117  della  Costituzione  per
espresso contrasto tra la normativa nazionale e l'art. 12 e l'art.  E
della Carta sociale europea riveduta, ratificata con legge n. 30  del
1999, entrata in vigore il 1° settembre 1999  nonche'  la  violazione
della  raccomandazione  cm/rec  (2010)  del  CEDS  dei  Ministri  del
Consiglio d'Europa» (cfr. pag. 26). 
        5) «Violazione dell'art. 47 Carta  dei  diritti  fondamentali
dell'unione; violazione dell'art. 24 e 117  Costituzione,  violazione
art. 6 § 1 CEDU». 
    La ricorrente ha richiamato la disciplina  di  cui  al  novellato
art. 29, comma 5 del decreto legislativo n. 116/2017, secondo cui  la
domanda di  partecipazione  alle  procedure  valutative  comporta  la
rinuncia ad ogni ulteriore pretesa di qualsivoglia natura conseguente
al rapporto onorario pregresso, salvo il  diritto  all'indennita'  in
caso di mancata conferma, stigmatizzandone l'illegittimita' alla luce
della normativa comunitaria. 
    Relativamente a tale doglianza, la ricorrente ha chiesto disporsi
il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia  dell'Unione  europea
della questione «se le norme unionali nelle  quali  e'  enucleato  il
diritto o  della  tutela  giurisdizionale  effettiva  ostino  ad  una
normativa interna, quale quella di cui al novellato art. 29,  decreto
legislativo n. 116/2017, comma 2, ult. inciso e comma 5, che  prevede
la rinuncia alle pretese avanzate in via giudiziale come  conseguenza
dell'accesso ad una procedura concorsuale pubblica  per  ottenere  la
stabilizzazione dell'incarico di giudice onorario o del  percepimento
di un'indennita' per il  mancato  accesso  alla  predetta  procedura»
(cfr. pag. 29). 
    E, in alternativa, la ricorrente ha, poi,  prospettato  che  «nel
caso in cui non si volesse  disapplicare  la  normativa  interna  per
contrasto ai suddetti principi fondamentali del diritto  dell'UE,  la
contrarieta'  delle  disposizioni  interne  con   essi   contrastanti
andrebbe  comunque  rilevata  attraverso  la  proposizione   di   una
questione di legittimita' costituzionale dinanzi  alla  Consulta  per
violazione degli articoli 24 e 117  della  Costituzione»  (cfr.  pag.
29), contestando che «una limitazione delle possibilita' di  accedere
alla giustizia, come quella prevista dalle disposizioni in parola, si
traduce nella violazione di un preciso diritto fondamentale  tutelato
a livello costituzionale, unionale e internazionale. La ratio sottesa
alla riforma del decreto legislativo n. 117/2016  e'  quella  di  una
riorganizzazione organica della magistratura onoraria, che ben poteva
essere conseguito senza ostacolare la legittima rivendicazione  delle
pretese afferenti al rapporto lavorativo pregresso» cfr. pag. 30). 
        6) «Violazione dell'art. 7  della  direttiva  2003/88/CE  del
Parlamento europeo e  del  Consiglio,  del  4  novembre  2003;  della
clausola 4 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo parziale,  concluso
il 6 giugno 1997, che figura in allegato alla direttiva 97/81/CE  del
Consiglio, del 15 dicembre  1997,  relativa  all'accordo  quadro  sul
lavoro a tempo parziale concluso dall'UNICE, dal CEEP  e  dalla  CES,
come modificata dalla direttiva 98/23/CE del Consiglio, del 7  aprile
1998; della clausola 4 e della clausola  5  dell'accordo  quadro  sul
lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura  in
allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999,
relativa all'accordo quadro CES, UNICE e  CEEP  sul  lavoro  a  tempo
determinato, nonche' della sentenza PG c. Ministero della giustizia e
altri, della CGUE, Prima sezione, del 7 aprile 2022, C- 236/20 e  dei
principi generali del diritto dell'UE». 
    Sempre relativamente all'art. 29, comma 5 del decreto legislativo
n. 117/2016, la ricorrente ha lamentato che «la  partecipazione  alla
procedura di stabilizzazione, sia che si concluda  positivamente  che
non, e la percezione della indennita' prevista, implicano la rinuncia
a rivendicare in sede giudiziale qualsiasi altra pretesa relativa  al
rapporto onorario pregresso» (cfr. pag. 31). 
    Anche in questo caso ha  collegato  tematicamente  l'esigenza  di
disporre un rinvio  pregiudiziale  al  giudice  comunitario  («se  la
clausola 4 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo parziale,  concluso
il 6 giugno 1997, che figura in allegato alla direttiva 97/81/CE  del
Consiglio, del 15 dicembre  1997,  relativa  all'accordo  quadro  sul
lavoro a tempo parziale concluso dall'UNICE, dal CEEP  e  dalla  CES,
come modificata dalla direttiva 98/23/CE del Consiglio, del 7  aprile
1998, e  la  clausola  4  dell'accordo  quadro  sul  lavoro  a  tempo
determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura in  allegato  alla
direttiva 1999/70/CE del Consiglio,  del  28  giugno  1999,  relativa
all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo  determinato,
e l'art. 7 della direttiva 2003/88/CE del Parlamento  europeo  e  del
Consiglio,  del  4  novembre   2003,   concernente   taluni   aspetti
dell'organizzazione  dell'orario  di  lavoro,  nonche'   i   principi
generali  del  diritto  dell'UE  che  sanciscono  la  responsabilita'
statale  per  mancata  attuazione  delle  direttive,  ostano  ad  una
normativa interna, quale quella di cui al novellato art. 29,  decreto
legislativo n. 116/2017, comma 2, ult. inciso e comma 5, che  prevede
la rinuncia ad avanzare pretese  in  via  giudiziaria  relative  alla
posizione previdenziale e assistenziale nonche' al diritto alle ferie
ed al risarcimento per abusiva reiterazione dei rapporti di lavoro  a
termine, afferente al rapporto di  lavoro  pregresso  del  magistrato
onorario»). 
    E, come per il quinto  motivo,  ha  profilato  una  questione  di
legittimita'   costituzionale,   nuovamente   argomentando   che   le
disposizioni legislative comunitarie avrebbero carattere di immediata
e diretta applicazione, cosicche' «la contrarieta' delle disposizioni
interne con esse contrastanti andrebbe comunque  rilevata  attraverso
la proposizione  di  una  questione  di  legittimita'  costituzionale
dinanzi alla Consulta per violazione degli art. 11, 117 e 3,  36,  38
della Costituzione» (cfr. pag. 33). 
    3. Si e' costituito in  giudizio  il  Ministero  della  giustizia
unitamente alla Presidenza del Consiglio  dei  ministri  (24  gennaio
2024). 
    4. Si e', inoltre, costituito  in  giudizio  l'INPS  (30  gennaio
2024), in particolare eccependo il proprio difetto di  legittimazione
passiva sia in  riferimento  alla  domanda  di  riconoscimento  della
qualifica  di  lavoratore  a  tempo  determinato  e  in  ordine  alla
richiesta di condanna  al  pagamento  delle  differenze  retributive,
delle ferie, all'adeguato orario di  lavoro  e  al  risarcimento  dei
danni; sia in riferimento alla domanda di  accertamento  del  diritto
alla regolarizzazione della posizione contributiva  e  previdenziale;
nel  merito  ha,  comunque,  opposto   l'infondatezza   del   ricorso
richiamando, relativamente alla costituzione del rapporto di pubblico
impiego  per  via  concorsuale,  «il  dovere  di  esclusivita'  delle
prestazioni, lo svolgimento del rapporto secondo lo statuto  apposito
per tale impiego, il carattere retributivo del compenso e  la  durata
potenzialmente  indeterminata  del  rapporto»  (cfr.  pag.  8);   ha,
inoltre,  evidenziato  che  la  sottoposizione  alla  c.d.   gestione
separata dell'INPS ex art. 2, comma 26 della  legge  n.  335/1995  e,
quanto  al  versamento   dei   contributi,   l'assoggettamento   alla
disciplina riguardante i lavoratori  autonomi  di  cui  all'art.  53,
comma 1 del decreto  del  Presidente  della  Repubblica  n.  917/1986
prefigurerebbero che «la ricomprensione nell'indennita'  annua  degli
importi  necessari  ad  assicurare   la   tutela   previdenziale   e'
strettamente collegata alle  specifiche  modalita'  di  funzionamento
della gestione previdenziale scelta dal legislatore, che  prevede  un
versamento da parte del professionista di un  contributo  annuale  da
calcolarsi attraverso l'applicazione di un'aliquota  percentuale  sui
redditi dichiarati per  l'attivita'  professionale  svolta  nell'anno
precedente» (cfr. pag. 9). 
    5. A consuntivo delle domande proposte in giudizio, la ricorrente
ha  chiesto  la  condanna  delle  amministrazioni   resistenti   alla
corresponsione delle seguenti somme: 
        a) euro 116.356,72 per ferie non godute; 
        b) euro 312.587,75, comprensivi di interessi e  rivalutazione
monetaria, per omessa contribuzione del Ministero; 
        c) euro 97.749,97 a titolo di TFR; 
        d) euro 38.140,38, comprensivi di interessi  e  rivalutazione
monetaria, per reiterazione dei contratti; 
        e) il riconoscimento manu judicis  della  classe  stipendiale
HH03, ossia quella corrispondente al magistrato  ordinario  di  prima
nomina, pari ad euro 131.800,70, a titolo di danno patrimoniale; 
        f) euro 62.337,56 per congedo per due maternita' non  erogato
oltre l'indennita' speciale  prevista  dall'art.  3  della  legge  n.
27/1981, comprensivi di interessi e rivalutazione monetaria. 
        Il tutto per un totale (stimato nella consulenza di parte) di
euro 758.973,08. 
    6. In vista dell'udienza di discussione del ricorso  nel  merito,
fissata per il 24  giugno  2026,  la  ricorrente  ha  depositato  una
memoria di replica (23 maggio 2026)  nella  quale  si  e'  soffermata
sull'analisi della sentenza  della  Corte  costituzionale  12  maggio
2026, n. 71 e,  per  il  resto,  ha  controdedotto  all'eccezione  di
difetto  di  legittimazione   passiva   dell'INPS,   per   il   resto
riportandosi alle conclusioni rassegnate nel ricorso; a tale  udienza
la causa e' stata trattenuta per la decisione. 
 
Questioni preliminari (punto 7). 
    7. Quanto ai profili di giurisdizione,  la  giurisprudenza  (cfr.
Consiglio di Stato, sez. VII, 9 aprile 2024, n. 3242) ha rilevato che
«l'attrazione alla giurisdizione  del  giudice  amministrativo  delle
domande  di  riconoscimento  in  funzione  risarcitoria  dei  diritti
inerenti allo status di magistrato  ordinario,  ai  quali  i  giudici
onorari  ricorrenti  affermano   di   essere   equiparabili,   deriva
dall'affermazione della giurisdizione  esclusiva  sulle  controversie
concernenti i magistrati ordinari contenuta nella stessa sentenza  di
primo grado, attraverso il richiamo ai sopra citati articoli 3, comma
1, e 63, comma 2, del c.d. sul  pubblico  impiego»;  e  che  «risulta
dunque irrilevante il fatto che i diritti  connessi  allo  status  di
magistrato ordinario sono quelli «riconosciuti  in  via  generale  ai
«lavoratori» dalla normativa nazionale e da quella eurounitaria».  In
contrario, in presenza di un titolo di giurisdizione esclusiva, (...)
la cognizione sulle questioni di ordine patrimoniale, che nel caso di
specie formano oggetto dell'unitaria domanda risarcitoria azionata da
ciascun ricorrente, rimangono devolute al giudice amministrativo, per
le  ragioni  di  concentrazione  delle  tutele  posto  a   fondamento
dell'esclusivita' della giurisdizione attribuita a  quest'ultimo,  in
deroga al  criterio  generale  di  riparto  fondato  sulla  dicotomia
diritti soggettivi - interessi legittimi». 
    7.1. Sempre in via preliminare, va, poi, respinta l'eccezione  di
difetto di legittimazione passiva dell'INPS, posto che, nella specie,
tale  Istituto  sarebbe  titolare   dell'obbligazione   relativa   al
pagamento  dei  contributi  previdenziali,  oggetto  del  contendere,
correlati alla domanda di  accertamento  della  ricorrente  circa  la
costituzione di un rapporto di pubblico impiego e, dunque, in  merito
alla regolarita' o integrita' della propria posizione contributiva. 
    Pertanto, nelle  azioni  per  la  regolarizzazione  del  rapporto
contributivo,  il  litisconsorzio   con   l'ente   previdenziale   e'
necessario poiche' l'obbligo datoriale  di  pagare  i  contributi  si
configura, nell'ambito del rapporto di lavoro,  come  un  obbligo  di
facere e non gia' come un diritto di credito ai contributi  da  parte
del  lavoratore.  Se  il  litisconsorzio  non  fosse  necessario,  la
sentenza di condanna ad adempiere all'obbligo contributivo,  oltre  a
non essere direttamente utile per il lavoratore, non avrebbe  effetto
alcuno verso l'ente previdenziale,  stante  l'indisponibilita'  delle
obbligazioni  contributive  e  l'indiscutibile  terzieta'   dell'ente
rispetto al rapporto di lavoro, il che  gli  renderebbe  inopponibile
qualsiasi giudicato e, prima  ancora,  qualsiasi  interruzione  della
prescrizione dei contributi (cfr.  Corte  di  cassazione,  14  maggio
2020, n. 8956). 
 
Le questioni oggetto del giudizio (punti 8 - 12). 
    8.  Occorre,  in  prima  battuta,   riepilogare   la   disciplina
legislativa trasfusa nel decreto legislativo n. 116/2017, e cio'  con
specifico riferimento ai diritti controversi nel presente giudizio ed
alla tutela previdenziale invocata da parte ricorrente. 
    L'art. 23 del decreto legislativo n.  116/2017  prevede  che  «ai
magistrati   onorari   che   esercitano   funzioni   giudiziarie   e'
corrisposta, con cadenza trimestrale, un'indennita' annuale lorda  in
misura  fissa,  pari  ad  euro  16.140,00,  comprensiva  degli  oneri
previdenziali ed assistenziali» (comma 2). 
    L'attuazione  del  sistema  previdenziale  e'   stata   garantita
mediante l'iscrizione alla Gestione separata INPS di cui all'art.  2,
comma  26,  legge  n.  335/1995:  tale   disposizione   prevede,   in
particolare, che «a  decorrere  dal  1°  gennaio  1996,  sono  tenuti
all'iscrizione presso una apposita Gestione separata, presso  l'INPS,
e finalizzata all'estensione dell'assicurazione generale obbligatoria
per l'invalidita', la vecchiaia  ed  i  superstiti,  i  soggetti  che
esercitano  per  professione  abituale,  ancorche'   non   esclusiva,
attivita' di lavoro autonomo, di cui al  comma  1  dell'art.  49  del
testo unico delle imposte sui  redditi,  approvato  con  decreto  del
Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n.  917,  e  successive
modificazioni ed integrazioni, nonche'  i  titolari  di  rapporti  di
collaborazione coordinata e continuativa, di cui al comma 2,  lettera
a), dell'art. 49 del medesimo  testo  unico  e  gli  incaricati  alla
vendita a domicilio di cui all'art. 36 della legge 11 giugno 1971, n.
426. Sono esclusi dall'obbligo i soggetti  assegnatari  di  borse  di
studio, limitatamente alla relativa attivita'». 
    L'esplicita qualificazione «separata»,  riferita  alla  gestione,
sembra confermare che il  campo  di  applicazione  da  prendere  come
riferimento  sia  riferibile  ad  un  reddito  da  lavoro   autonomo,
fiscalmente imponibile. 
    Invero, non pare fondatamente contestabile che, anche prima della
riforma del 2017, ai magistrati onorari e' stata applicata  la  legge
18 maggio 1974, n. 217 («sistemazione  giuridico-economica  dei  vice
pretori onorari incaricati  di  funzioni  giudiziarie  ai  sensi  del
secondo comma dell'art. 32 dell'ordinamento giudiziario»). 
    L'art. 32, comma 2 del regio decreto  n.  12/1941  prevedeva  che
l'incarico avesse «durata di  un  semestre,  salvo  conferma»,  senza
ulteriori limiti temporali, consentendo  nell'attuazione  pratica  la
sua continua reiterazione. Per sanare tale situazione,  la  legge  n.
217/1974 ha previsto, e tutt'oggi ancora  prevede,  la  conservazione
dell'incarico «a tempo indeterminato, ma comunque non  oltre  il  65°
anno di eta'» per i magistrati in servizio al 1° dicembre 1973. 
    Cio' significa, in concreto, che  a  tali  magistrati  sono  gia'
stati riconosciuti lo stipendio spettante ai magistrati di  tribunale
e l'applicazione di una serie di disposizioni, in particolare  quelle
sul trattamento di quiescenza e previdenza del  personale  civile  di
ruolo dello Stato. 
    Su tale base normativa e',  poi,  intervenuta  la  riforma  della
magistratura onoraria. 
    Nelle intenzioni del legislatore, la delega di cui alla legge  n.
57/2016 ed il  conseguente  decreto  legislativo  n.  116/2017  hanno
inteso realizzare, appunto, una «riforma organica». 
    L'aggettivazione non e' da ritenersi casuale, essendosi delineate
due nuove figure del giudice onorario di pace e del vice  procuratore
onorario, alle quali sono ricondotti anche i magistrati onorari  gia'
in servizio alla data del 15 agosto 2017, di entrata  in  vigore  del
decreto legislativo. 
    Tale riforma ha, in particolare, previsto: 
        a) la «natura inderogabilmente temporanea» di un incarico che
«si svolge in modo da assicurare la compatibilita' con lo svolgimento
di attivita' lavorative o professionali e  non  determina  in  nessun
caso un rapporto di pubblico impiego», prescrivendosi che «al fine di
assicurare tale compatibilita', a  ciascun  magistrato  onorario  non
puo' essere richiesto un impegno  complessivamente  superiore  a  due
giorni a settimana» (art. 1, comma 3): dunque, un incarico delimitato
sia in termini di durata complessiva - otto anni,  di  norma  quattro
prorogabili altri quattro - sia di impegno settimanale -  due  giorni
-, cosi' da renderlo compatibile con l'esercizio di  altre  attivita'
lavorative  o  professionali  ed  al  contempo  tale   da   escludere
l'esistenza di un rapporto di pubblico impiego; un principio che  non
puo' essere revocato in dubbio a seguito della sentenza  della  Corte
di giustizia UE, 7 aprile 2022, C- 236/20, la quale ha  statuito  che
«fatte  salve  le  verifiche  di  competenza  esclusiva  del  giudice
nazionale, (...) sebbene talune  differenze  di  trattamento  possano
essere giustificate dalle differenze di qualifiche richieste e  dalla
natura delle mansioni di cui i magistrati ordinari devono assumere la
responsabilita'»,  sarebbe  illegittima   un'esclusione   diffusa   e
inopinata di  tutela  del  magistrato  onorario  (in  tema  di  ferie
annuali) alla luce dell'art. 7 della direttiva 2003/88/CE, non  della
riforma del 2017: tanto e'  vero  che  per  il  superamento  di  tale
rilievo  e'  stato  introdotto  l'art.  24  nel  testo  del   decreto
legislativo n. 116/2017; 
        b) l'esercizio delle funzioni giudiziarie  «secondo  principi
di autoorganizzazione dell'attivita',  nel  rispetto  dei  termini  e
delle modalita' imposti dalla legge e dalle esigenze di efficienza  e
funzionalita' dell'ufficio» (art. 1, comma 4); 
        c) che «in ogni caso,  l'incarico  cessa  al  compimento  del
sessantacinquesimo anno di eta'» (art. 18, comma 3); 
        d)  che  quanto  al  trattamento  economico,  e'   confermata
l'impostazione  precedente,  con  l'attribuzione  non  gia'  di   una
retribuzione, bensi' esclusivamente di un'indennita' che,  pero',  e'
ora composta  da  una  parte  fissa  indefettibile  e  di  una  parte
variabile di risultato, a carattere eventuale ed «erogata in tutto  o
in parte in relazione al livello di  conseguimento  degli  obiettivi»
(art. 23, comma 9): un parametro performativo definito  «con  cadenza
annuale»  dal  presidente  del  tribunale  e  dal  procuratore  della
Repubblica e che viene, successivamente, «verificato»  in  ordine  al
«livello di conseguimento degli obiettivi assegnati», tanto  e'  vero
che e' previsto che in esito a  tale  verifica  viene  adottato  «uno
specifico provvedimento con cui certificano il grado di conseguimento
dei  risultati  e  propongono  la  liquidazione  dell'indennita'   di
risultato indicandone la misura». 
    L'iscrizione dei magistrati onorari alla gestione  separata  INPS
e' finalizzata alla «tutela previdenziale e  assistenziale»:  e  tale
dato normativo non puo' essere disconosciuto in sede contenziosa. 
    Tale disciplina costituisce l'ossatura della  previsione  di  cui
all'art. 25, non a caso rubricato «tutela della gravidanza,  malattia
e infortunio.  Iscrizione  alla  gestione  separata  presso  l'INPS»:
disposizione in cui e' previsto che «la malattia e  l'infortunio  dei
magistrati onorari non comportano la dispensa dall'incarico,  la  cui
esecuzione rimane  sospesa,  senza  diritto  all'indennita'  prevista
dall'art.  23,  per  un  periodo  non  superiore  a  quello  previsto
dall'art. 21,  comma  2»,  ossia  sei  mesi  (comma  1);  e  che  «la
gravidanza non comporta la dispensa dall'incarico, la cui  esecuzione
rimane sospesa, senza diritto all'indennita' prevista  dall'art.  23,
durante i due mesi precedenti la data presunta del parto e nel  corso
dei tre mesi dopo il parto o, alternativamente, a  partire  dal  mese
precedente la data presunta del parto e nei quattro  mesi  successivi
al parto» (comma 2). 
    In  altri  termini,  malattia   e   infortunio   determinano   la
sospensione  dell'esecuzione  dell'incarico  per   un   periodo   non
superiore a sei mesi, senza diritto all'indennita'. In  sostituzione,
al magistrato onorario spettera'  l'indennita'  di  malattia  che  e'
riconosciuta - in modo consolidato - a tutti  i  lavoratori  autonomi
iscritti alla gestione separata per un «numero massimo  di  giornate,
pari ad un sesto della durata complessiva del rapporto  di  lavoro  e
comunque non inferiore a venti giorni nell'arco dell'anno  solare»  e
superiore a 61 (che sarebbero 1/6 di 365 giorni),  come  testualmente
prevede la circolare INPS n.  76  del  16  aprile  2007  («indennita'
giornaliera  di  malattia  ai  lavoratori  a  progetto  e   categorie
assimilate iscritti alla Gestione separata di cui all'art.  2,  comma
26 della legge n. 335/1995. Istruzioni contabili»). 
    Per quanto, invece, riguarda i «periodi di malattia  certificata,
conseguenti a trattamenti terapeutici  per  cure  oncologiche,  o  di
gravi patologie cronico-degenerative  ingravescenti  o  che  comunque
comportino una inabilita' lavorativa temporanea del 100%», l'art.  8,
comma 10 della legge n. 81/2017 («Misure per  la  tutela  del  lavoro
autonomo   non   imprenditoriale   e   misure   volte   a    favorire
l'articolazione  flessibile  nei  tempi  e  nei  luoghi  del   lavoro
subordinato»)  prevede  espressamente  che  «per  gli  iscritti  alla
Gestione separata di cui all'art. 2, comma 26, della legge  8  agosto
1995, n. 335, i periodi di malattia, certificata come  conseguente  a
trattamenti terapeutici di malattie oncologiche, o di gravi patologie
cronico-degenerative ingravescenti  o  che  comunque  comportino  una
inabilita' lavorativa temporanea del 100 per cento,  sono  equiparati
alla  degenza  ospedaliera»,  quest'ultima  definita  in  un  «limite
massimo indennizzabile  di  centottanta  giorni  nell'arco  dell'anno
solare» (cfr. Circolare INPS n. 76 del 16 aprile 2007). 
    La sospensione e' disposta anche in caso di gravidanza,  nei  due
mesi oppure nel mese precedente la data presunta del parto e nei  tre
oppure quattro mesi successivi (art. 23, comma 2, decreto legislativo
n. 116/2017). 
    E, ai sensi dell'art. 64-bis del decreto legislativo n. 151/2001,
anche  «in  caso  di  adozione,  nazionale  o  internazionale,   alle
lavoratrici di cui all'art. 2, comma 26, della legge 8  agosto  1995,
n. 335, non iscritte ad altre forme obbligatorie, spetta, sulla  base
di idonea documentazione, un'indennita' per i cinque mesi  successivi
all'effettivo ingresso del minore in famiglia». 
    La declaratoria di illegittimita'  costituzionale  dell'art.  29,
comma 5 del decreto legislativo  n.  116/2017  (disposizione  la  cui
introduzione, invero, era scaturita dalla riscrittura degli  articoli
29, 31 e 32, operata dalla legge di bilancio 2022  in  risposta  alla
procedura d'infrazione 2016/4081, avviata dalla  Commissione  UE  con
lettera di costituzione in mora del 15 luglio 2021) ha compendiato un
quadro di tutele definite in via legislativa. 
    9.  Va,  nondimeno,  esaminata   l'incidenza   esercitata   dalla
giurisprudenza comunitaria e costituzionale sulla disciplina positiva
sopra richiamata. 
    9.1. Prodromo dell'inquadramento giurisprudenziale  e'  provenuto
dalla Corte costituzionale (17 marzo 2021, n. 41),  ad  avviso  della
quale «la regola generale del pubblico concorso e' stata  individuata
come quella piu' idonea a concorrere ad assicurare la separazione del
potere giurisdizionale dagli altri poteri dello Stato e la sua stessa
indipendenza,  a  presidio  dell'ordinamento  giurisdizionale,  posto
dalla Costituzione, nel Titolo IV della sua Parte II, quale  elemento
fondante dell'ordinamento della Repubblica. Questa Corte ha da  lungo
tempo chiarito che  il  sistema  generale  di  reclutamento  mediante
pubblico concorso e' strumentale all'indipendenza della magistratura,
osservando che, pur se la sua prescrizione, contenuta nell'art.  106,
primo comma, della Costituzione, costituisce essenzialmente una norma
di garanzia di idoneita' a esercitare  le  funzioni  giurisdizionali,
nondimeno  la  stessa   concorre   a   rafforzare   e   a   integrare
l'indipendenza della magistratura  (sentenza  n.  1  del  1967),  non
diversamente dalla  garanzia  dell'inamovibilita'  (art.  107,  primo
comma, della Costituzione). Il concorso pubblico  garantisce,  da  un
lato, la possibilita' di accesso alla magistratura ordinaria a  tutti
i cittadini, in aderenza al disposto dell'art. 3 della  Costituzione,
evitando ogni discriminazione, anche di genere (sentenza  n.  33  del
1960)    e,    da    un    altro,    assicura    la    qualificazione
tecnico-professionale dei magistrati, ritenuta condizione  necessaria
per l'esercizio delle funzioni giudiziarie. 
    Mira infatti a verificare un iniziale standard uniforme di sapere
giuridico, destinato ad affinarsi nel tempo, quale  garanzia  minima,
ma essenziale, dell'esercizio della giurisdizione in  modo  neutrale.
Questa Corte ha sottolineato in  proposito  che  «la  funzione  della
interpretazione ed applicazione  della  legge  richiede  il  possesso
della tecnica giuridica» da parte dei giudici togati (sentenza n.  76
del 1961)». 
    Si  tratta   di   principi   consolidati   nella   giurisprudenza
costituzionale e, peraltro, pienamente confermati anche nella recente
sentenza 12 maggio 2026, n. 71, nella quale il Giudice delle leggi ha
confermato che: 
        «Nel modello costituzionale le funzioni giudiziarie  affidate
alla magistratura ordinaria sono  quindi  esercitate  dai  magistrati
togati,  assunti  quali  lavoratori  dipendenti   mediante   pubblico
concorso, che svolgono la  propria  attivita'  professionale  in  via
esclusiva  e  senza  aprioristiche  limitazioni  di  materia,  e  dai
magistrati onorari, non  assunti  tramite  pubblico  concorso  e  non
lavoratori  dipendenti,  ai  quali  puo'  essere  affidata  solo   la
giustizia «minore» (in termini di «livello di complessita'»: sentenza
n. 267  del  2020),  e  che,  proprio  in  quanto  onorari,  svolgono
l'attivita' magistratuale in via occasionale e «concorrente»  (cosi',
ancora, la sentenza n. 267 del 2020). 
    Differenti, pertanto, sono la preparazione e l'impegno  richiesti
per l'assunzione,  le  modalita'  della  stessa,  le  mansioni  e  le
funzioni   svolte,   oltre   che,   conseguentemente,   le   connesse
responsabilita'. 
    Questa Corte ha gia' affermato che tale assetto  costituisce  «il
punto di  arrivo  di  un  complesso  dibattito,  in  sede  di  lavori
dell'Assemblea costituente, riguardo alle modalita'  piu'  idonee  di
assunzione dei magistrati, in coerenza con le scelte fondamentali  in
ordine all'autonomia e all'indipendenza  dell'ordine  giudiziario  da
ogni altro potere (art. 104, primo comma, della Costituzione) e  alla
soggezione del giudice solo alla  legge  (art.  101,  secondo  comma,
della Costituzione), nonche' al divieto  di  istituzione  di  giudici
straordinari o giudici  speciali  (art.  102,  secondo  comma,  della
Costituzione)» (sentenza n. 41 del 2021). 
    In tale modello, l'assunzione mediante  pubblico  concorso  quale
requisito per l'accesso  alla  funzione  magistratuale  professionale
costituisce  un  principio   fondamentale   irrinunciabile,   perche'
garantisce «la possibilita' di accesso alla magistratura ordinaria  a
tutti  i  cittadini,  in  aderenza  al  disposto  dell'art.  3  della
Costituzione,  evitando  ogni  discriminazione,  anche  di   genere»,
assicura «la  qualificazione  tecnico-professionale  dei  magistrati,
ritenuta  condizione  necessaria  per  l'esercizio   delle   funzioni
giudiziarie», e concorre «ad assicurare  la  separazione  del  potere
giurisdizionale dagli altri  poteri  dello  Stato  e  la  sua  stessa
indipendenza, a presidio dell'ordinamento giurisdizionale [...] quale
elemento  fondante  dell'ordinamento   della   Repubblica»   (ancora,
sentenza n. 41 del 2021)». 
    Tali statuizioni sembrerebbero, quindi, deporre per la  reiezione
dell'assunto della ricorrente secondo cui «a seguito dell'entrata  in
vigore della  legge  n.  57/2016,  gli  elementi  che  depongono  per
l'inquadramento  a  titolo  di  lavoro  subordinato  l'attivita'  del
Giudice di pace e la sua equiparazione  al  magistrato  c.d.  togato,
sono stati addirittura accentuati» (cfr. pag. 12 del ricorso). 
    9.2. In seconda battuta, come peraltro  la  Sezione  ha  in  piu'
precedenti gia'  rilevato,  la  giurisprudenza  amministrativa  (cfr.
Consiglio di Stato, sez. VII, nella  sentenza  9  febbraio  2024,  n.
1334),  ha  operato  una  pregevole  ricostruzione  del   ruolo   dei
magistrati onorari, prendendo  in  esame  alcune  rilevanti  pronunce
della Corte di giustizia dell'Unione europea (cfr.  sentenze  del  16
luglio 2020, C-658/18; e del 7 aprile 2022, C-236/20), dalle quali si
sarebbe  dovuto   ricavare   l'automatismo   dell'equiparazione   dei
magistrati onorari a quelli togati. 
    Pronunce  -  e'  importante  sottolinearlo  -  alle  quali  parte
ricorrente ha operato un ampio richiamo, a supporto  delle  doglianze
fatte valere in giudizio. 
    Con la sentenza 16 luglio 2020, n.  C-658  si  e'  stabilito  che
l'art. 7, paragrafo  1,  della  direttiva  2003/88/CE  e  l'art.  31,
paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea
«devono essere interpretati nel senso che un  giudice  di  pace  che,
nell'ambito  delle  sue  funzioni,  svolge   prestazioni   reali   ed
effettive, che non sono ne' puramente marginali ne' accessorie, e per
le quali percepisce indennita' aventi  carattere  remunerativo,  puo'
rientrare  nella  nozione  di  «lavoratore»,   ai   sensi   di   tali
disposizioni,  circostanza  che  spetta   al   giudice   del   rinvio
verificare»;  si  e'  soggiunto  che  al  medesimo  giudice   spetta,
altresi', di verificare, ai fini dell'accertamento di una prestazione
correlabile alla nozione di lavoratore a  tempo  determinato,  se  il
giudice di pace, che sia stato «nominato per  un  periodo  limitato»,
svolga, «nell'ambito delle sue funzioni, (...) prestazioni  reali  ed
effettive, che non sono ne' puramente marginali ne' accessorie, e per
le quali percepisce indennita'  aventi  carattere  remunerativo»;  ed
ancora, sempre al giudice del rinvio e' deferita la verifica circa il
fondamento (comunitario,  cfr.  clausola  4,  punto  1,  dell'accordo
quadro sul lavoro a tempo determinato concluso il 18 marzo 1999)  del
diritto  del  giudice  di  pace  «di  beneficiare  di  ferie  annuali
retribuite di trenta giorni, come quello previsto  per  i  magistrati
ordinari», e cio'  sul  presupposto  che  questi  «si  trovi  in  una
situazione comparabile a quella di un magistrato  ordinario,  a  meno
che tale differenza di trattamento  sia  giustificata  dalle  diverse
qualifiche richieste e dalla  natura  delle  mansioni  di  cui  detti
magistrati devono assumere la responsabilita'». 
    Si tratta, ad ogni modo, di una pronuncia di  rilevante  impatto,
quasi alla stregua di un punto fermo  nella  complessa  ricostruzione
della disciplina oggetto del contendere,  avendo  delineato  in  modo
perentorio  a  vantaggio  dei  magistrati  onorari   una   situazione
«comparabile» a quella dei magistrati  professionali,  residuando  la
verifica se la differenza di trattamento  possa  essere  giustificata
dalle diverse qualifiche richieste e dalla natura delle  mansioni  di
cui detti magistrati devono assumere la responsabilita'. 
    Quanto, invece, alla sentenza del 7 aprile  2022,  n.  C-236,  la
Corte di giustizia ha statuito che le  clausole  dell'accordo  quadro
sul lavoro a tempo parziale (6 giugno 1997) e a tempo determinato (18
marzo 1999) devono essere interpretate nel senso che  «ostano  a  una
normativa nazionale che non prevede, per il giudice  di  pace,  alcun
diritto a beneficiare di ferie annuali retribuite  di  trenta  giorni
ne' di un  regime  assistenziale  e  previdenziale  che  dipende  dal
rapporto di lavoro, come quello previsto per i  magistrati  ordinari,
se tale giudice di pace rientra nella nozione di «lavoratore a  tempo
parziale» ai sensi dell'accordo quadro sul lavoro  a  tempo  parziale
e/o di «lavoratore a tempo determinato» ai sensi dell'accordo  quadro
sul lavoro  a  tempo  determinato,  e  si  trova  in  una  situazione
comparabile a quella di un magistrato ordinario»; mentre «la clausola
5, punto 1, dell'accordo  quadro  sul  lavoro  a  tempo  determinato,
concluso il 18 marzo 1999, che  figura  in  allegato  alla  direttiva
1999/70, deve essere interpretata nel  senso  che  essa  osta  a  una
normativa nazionale in forza della quale  un  rapporto  di  lavoro  a
tempo determinato puo' essere oggetto, al  massimo,  di  tre  rinnovi
successivi, ciascuno di quattro  anni,  per  una  durata  totale  non
superiore a sedici  anni,  e  che  non  prevede  la  possibilita'  di
sanzionare in modo effettivo  e  dissuasivo  il  rinnovo  abusivo  di
rapporti di lavoro». 
    9.3. Rispetto a tali  pronunce,  il  Consiglio  di  Stato,  nella
sentenza n. 1334/2024 ha escluso la fondatezza  dell'assunto  secondo
cui  la  Corte  di  giustizia  avrebbe  sancito  l'equiparazione  tra
magistrati onorari da un lato e magistrati ordinari, osservando  che,
«come gia' affermato da questa Sezione del  Consiglio  di  Stato  (v.
Cons.  Stato,  VII,  n.  6291/2023;  ord.  n.  906/2023  di   seguito
richiamata  e,  da  ultimo,  n.  931/2024)   (...)   il   trattamento
differenziato tra le due categorie non  e'  stato  considerato  dalla
Corte in se' contrario con il diritto sovranazionale. L'esistenza  in
astratto di profili di contrasto con la  sopra  richiamata  direttiva
1999/70/CE e' stata per contro affermata dal  giudice  sovranazionale
quando lo Stato membro non sia in grado  di  addurre  giustificazioni
ulteriori rispetto alla natura a termine del  rapporto  di  lavoro  e
quando non vi siano ragioni  obiettive  ai  sensi  della  clausola  4
dell'accordo quadro in grado di fondare la  differenziazione  tra  le
due categorie («il  principio  di  non  discriminazione,  di  cui  la
clausola 4, punto 1, dell'accordo quadro  costituisce  un'espressione
specifica, richiede che situazioni comparabili non siano trattate  in
maniera diversa e  che  situazioni  diverse  non  siano  trattate  in
maniera uguale, a meno che tale trattamento  non  sia  obiettivamente
giustificato»; § 141 della sentenza 16  luglio  2020,  C-658/18).  La
Corte di giustizia ha invece  considerato  un  legittimo  fattore  di
differenziazione il fatto  che  in  base  al  ruolo  assegnato  dalla
Costituzione alla  magistratura  onoraria  (art.  106,  comma  2)  le
controversie ad essa riservate «non hanno gli aspetti di complessita'
che caratterizzano le controversie devolute ai magistrati  ordinari»,
ed in particolare che gli appartenenti alla prima categoria  trattano
«cause di minore importanza» (§ 147 della sentenza da ultimo citata).
In  ragione  dei  fattori  da  ultimo  menzionati,  e'  stato  quindi
demandato al giudice nazionale accertare se  il  magistrato  onorario
«si trovi in una situazione comparabile a  quella  di  un  magistrato
ordinario» (§ 148),  e  in  caso  positivo  «se  esista  una  ragione
oggettiva che giustifichi una differenza di trattamento»,  riferibile
alle condizioni di impiego e rispondente  ad  obiettivi  di  politica
sociale dello Stato, con esclusione  di  quelle  connesse  alla  sola
temporaneita' dell'incarico (§§ 149 - 153)». 
    Piuttosto, il Consiglio di Stato ha evidenziato  -  sempre  nella
sentenza n.  1334/2024  -  che  al  legislatore  nazionale  e'  stato
riconosciuto un margine di discrezionalita'  nell'organizzazione  del
proprio potere giurisdizionale, attraverso la definizione  per  legge
delle modalita' di reclutamento delle diverse categorie di magistrati
e di ripartizione tra loro  delle  funzioni  giurisdizionali;  ma  in
relazione  al  profilo  organizzativo,  «la  Corte  di  giustizia  ha
comunque espresso l'esigenza che la discrezionalita'  sia  esercitata
coerentemente con «esigenze oggettive attinenti all'impiego» (§ 158),
e le «diverse qualifiche richieste e dalla natura delle  mansioni  di
cui devono assumere la responsabilita'» (§ 159). Nel ribadire poi  la
necessita' di un  accertamento  in  concreto  da  parte  del  giudice
nazionale,  sulla  base  dei  «vincoli   di   orario»,   del   regime
disciplinare e, «in generale, (del) l'insieme delle circostanze e dei
fatti pertinenti»,  la  Corte  di  giustizia  ha  precisato  che  «la
particolare   importanza   attribuita   dall'ordinamento    giuridico
nazionale e, piu' specificamente, dall'art. 106, paragrafo  1,  della
Costituzione  italiana,  ai  concorsi  appositamente  concepiti   per
l'assunzione  dei  magistrati   ordinari,   sembrano   indicare   una
particolare  natura  delle  mansioni  di  cui  questi  ultimi  devono
assumere la responsabilita' e un  diverso  livello  delle  qualifiche
richieste ai fini dell'assolvimento di tali  mansioni»  (§  161).  Da
ultimo,  nel  quadro  del  regime  di  tutela  del  lavoro  a   tempo
determinato previsto a livello sovranazionale la Corte  di  giustizia
ha posto in rilievo l'esigenza di contrastare il fenomeno  dell'abuso
dello strumento, attraverso la sua indiscriminata  reiterazione,  per
la quale ai sensi della clausola 5 dell'accordo quadro e' imposta  la
previsione di sanzioni efficaci e dissuasive (cosi' la sentenza del 7
aprile 2022, C-236/20, § 61)». 
    Tali  statuizioni  hanno  trovato  pieno  avallo  nella   recente
sentenza della Corte costituzionale n. 71/2026,  nella  quale  si  e'
espressamente ribadito che «l'art. 106 della Costituzione, dopo  aver
scolpito, al primo comma, la regola che "[l]e nomine  dei  magistrati
hanno luogo per concorso" - "regola rispetto alla  quale  costituisce
eccezione la possibilita'  prevista  dal  terzo  comma  della  stessa
disposizione,  che,  su  designazione   del   CSM,   siano   chiamati
all'ufficio  di  consiglieri  di  cassazione,  per  meriti   insigni,
professori ordinari di universita' in materie giuridiche  e  avvocati
che abbiano quindici anni d'esercizio e  siano  iscritti  negli  albi
speciali per le giurisdizioni superiori" (sentenza n. 41 del 2021)  -
prevede, al secondo comma, che la legge sull'ordinamento  giudiziario
"puo' ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari  per
tutte le funzioni attribuite a giudici singoli"». 
    9.4. Il Consiglio di Stato ha, inoltre, statuito -  ancora  nella
sentenza n. 1334/2024 - che «la disposizione costituzionale  consente
dunque l'attribuzione di incarichi onorari, in  forza  dei  quali  si
entra   a   fare   parte   dell'ordine   giudiziario.   Le   funzioni
giurisdizionali ai  magistrati  onorari  sono  quindi  attribuite  in
assenza di  un  rapporto  di  impiego  pubblico,  tipico  invece  dei
magistrati togati. Come ricordato dalla sentenza di primo  grado,  ad
esso e' tuttavia data la  garanzia  del  mantenimento  della  propria
attivita' professionale, che laddove consista in quella di  avvocato,
e'  sottoposta  ad  un  regime  di  incompatibilita'  a  livello   di
circondario di tribunale  giustificata  dall'esigenza  di  assicurare
l'esercizio imparziale della funzione (ora art. 5, comma  2,  decreto
legislativo 13 luglio 2016, n. 117)»; ma, ha aggiunto,  «entrambe  le
categorie previste dall'art.  106  della  Costituzione  concorrono  a
comporre  l'ordinamento  giudiziario,   sia   pure   nella   maggiore
preponderanza  della  componente  togata  reclutata   per   concorso.
Rispetto a quest'ultima, l'esistenza di componente onoraria  risponde
ad una convergente esigenza di  professionalita'  della  magistratura
intesa nel suo complesso, nella pur divergente filosofia ispiratrice.
Con il concorso si accerta la  capacita'  di  colui  che  non  svolge
alcuna professione giuridica a svolgere il «lavoro» di magistrato. Al
contrario, il giudice onorario viene nominato a domanda perche' oltre
al titolo di  studio  egli  ha  gia'  dimostrato  aliunde  di  potere
esercitare le funzioni giurisdizionali: in primis  perche'  abilitato
alla professione di avvocato all'esito del superamento  del  relativo
esame, o in luogo di quest'ultimo  requisito,  per  avere  svolto  in
concreto   funzioni   giurisdizionali,   di   notaio,   di    docente
universitario di  materie  giuridiche,  o  relative  alle  qualifiche
dirigenziali o della ex carriera direttiva  negli  uffici  giudiziari
(cfr. art. 4 del decreto legislativo 13 luglio 2016, n. 117)». 
    In sostanza, con l'investitura  e  l'inserimento  del  magistrato
onorario nell'ordine giudiziario si e' data attuazione ad un  modello
misto, «in cui per ragioni afferenti alla  riserva  in  favore  della
sovranita' statale del potere giurisdizione prevale un'organizzazione
pubblicistica con magistrati di  carriera,  reclutati  con  i  metodi
tradizionali di carattere selettivo per  la  dotazione  di  personale
delle strutture burocratiche, ma che e' allo stesso tempo aperto alla
societa' civile e  alle  sue  componenti  attive  nel  settore  delle
professioni forensi o di soggetti  comunque  titolati  in  base  alla
formazione universitaria e al percorso di carriera svolto». 
    Un modello misto che, pero', giustifica  un  diverso  trattamento
giuridico. 
    Ha, infatti, rilevato il Consiglio di Stato  che  «il  differente
trattamento giuridico tra le due categorie trae (...)  fondamento  al
massimo livello della gerarchia delle fonti normative, in riferimento
al quale la Corte di giustizia ha riconosciuto  legittimi  motivi  di
differenziazione. Il magistrato professionale reclutato per  concorso
svolge il suo servizio in regime di esclusivita' e nei suoi confronti
e' previsto per legge un  rigoroso  regime  di  incompatibilita'  con
altre  attivita'  professionali,  remunerato   sulla   base   di   un
trattamento economico stabilito in base alla legge e idoneo  ex  art.
36 della Costituzione ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa e
adeguato all'importanza delle funzioni svolte.  Il  giudice  onorario
viene invece compensato con  un'indennita'  per  la  funzione  svolta
(oggi prevista dall'art. 23 del decreto legislativo 13  luglio  2016,
n. 117), su sua domanda, con la garanzia del mantenimento  della  sua
principale fonte di reddito derivantegli dall'attivita' professionale
in forza della quale ha potuto conseguire la nomina». 
    9.5. Riguardo alle sopra citate pronunce del giudice comunitario,
nella sentenza n. 1334/2024 si  e'  precisato  che  esse  «non  hanno
potuto   considerare   la   rilevante   novita'   consistente   nella
stabilizzazione dell'incarico, da ultimo introdotta nel  corpo  della
legge di riforma organica della  magistratura  onoraria  dalla  sopra
citata legge di stabilita' per il 2022, e nello specifico consistente
nella conferma nell'incarico a domanda dell'interessato fino all'eta'
massima, sulla base di una procedura semplificata di  verifica  delle
capacita'  (art.  29,  commi  3  e  seguenti).  La  disposizione  ora
richiamata ha inoltre previsto una forma di provvidenza di  carattere
economico  connessa  alla  mancata   conferma,   sia   per   volonta'
dell'interessato quanto per l'ipotesi di «mancato  superamento  della
procedura valutativa» appositamente prevista, commisurata  agli  anni
di servizio (comma 2)». 
    Si e', pertanto, sottolineato il «pieno riconoscimento sul  piano
giuridico ed economico del magistrato onorario, evidentemente  inteso
a conformare l'ordinamento giuridico interno ai principi formulati in
materia  a  livello  sovranazionale.  Nell'attuazione   del   modello
costituzionale  di  giurisdizione  prefigurato  dall'art.  106  della
Costituzione, con l'apertura dell'organizzazione giudiziaria  statale
a figure reclutate dalla societa' civile si e' quindi attribuita alle
professionalita' del settore giuridico  in  possesso  del  necessario
titolo di formazione  universitario  la  possibilita'  di  esercitare
funzioni giurisdizionali in linea di principio riservate a magistrati
di carriera reclutati per concorso»; in altri termini, «in base  alla
riforma organica  ora  richiamata  l'unico  momento  di  verifica  di
idoneita' all'esercizio  delle  funzioni  giurisdizionali  e'  dunque
quello previsto dal piu' volte richiamato  art.  29,  ai  fini  della
conferma dell'incarico  fino  all'eta'  massima  per  l'incarico.  Al
superamento  della   procedura   valutativa   consegue   inoltre   la
possibilita' di «optare per il regime di esclusivita' delle  funzioni
onorarie», con conseguente riconoscimento di un trattamento economico
corrispondente  a  quello  spettante  al   personale   amministrativo
all'area funzionari  (area  III)  in  base  al  contratto  collettivo
nazionale del comparto giustizia, oltre ad un'indennita' di  funzione
(indennita' giudiziaria) e al trattamento economico sostitutivo della
mensa (commi 6 e 8)». 
    9.6. Non  sarebbe,  dunque,  ravvisabile  alcuna  violazione  del
diritto comunitario, posto che  «nella  prospettiva  delineata  dalla
Corte di giustizia puo' infatti affermarsi che i  magistrati  onorari
non si trovano in situazioni comparabili con  quella  dei  magistrati
ordinari per legittime ragioni risalenti al modello costituzionale di
magistratura, che assegna ai secondi la giustizia c.d. minore,  sulla
base  di  un  rapporto  di  carattere  onorario  che   trae   origine
dall'esigenza   di   reperire   adeguate   professionalita'   esterne
all'organizzazione  giudiziaria  statale   e   di   assicurare   loro
condizioni lavorative idonee a consentire di  continuare  a  svolgere
l'attivita' professionale  o  lavorativa  sulla  cui  base  e'  stato
assegnato l'incarico, senza concorso». 
    E  risulterebbero,  giocoforza,   insussistenti   «i   dubbi   di
conformita' con il diritto dei trattati europei e  la  giurisprudenza
in materia della Corte di  giustizia  piu'  volte  menzionata,  nella
misura in cui secondo l'ordinamento giuridico interno  il  magistrato
onorario  oltre  che  rispondente  al   modello   costituzionale   di
magistratura si pone quale figura  di  giudice  reclutato  dal  mondo
delle   professioni   giuridico-forensi   per    l'esercizio    della
giurisdizione nelle controversie di minore  importanza.  L'assunzione
dell'incarico e' riferibile dunque ad  una  scelta  dell'interessato,
onorato delle funzioni giurisdizionali senza concorso in virtu' delle
capacita' dimostrate nel  settore  professionale  in  cui  svolge  la
propria attivita' lavorativa principale, che  gli  e'  consentito  di
mantenere per tutta la durata dell'incarico e che, con i piu' recenti
interventi normativi, puo' convertire in incarico stabile  in  regime
di esclusivita' e retribuzione adeguata ai sensi dell'art.  36  della
Costituzione sopra richiamato, e connesso trattamento previdenziale». 
    9.7. Sulla scorta della giurisprudenza  in  esame,  poi,  non  e'
stata ritenuta dirimente la sistematica reiterazione  dei  contratti,
nella specie lamentata dalla ricorrente nel primo motivo di  ricorso,
che sottende una delibazione sulla violazione dell'art. 36,  comma  5
del decreto legislativo n. 165/2001 («in ogni caso, la violazione  di
disposizioni  imperative  riguardanti  l'assunzione  o  l'impiego  di
lavoratori,  da  parte  delle  pubbliche  amministrazioni,  non  puo'
comportare  la  costituzione  di   rapporti   di   lavoro   a   tempo
indeterminato  con  le  medesime  pubbliche  amministrazioni,   ferma
restando ogni responsabilita' e sanzione. Il  lavoratore  interessato
ha diritto al risarcimento del danno derivante dalla  prestazione  di
lavoro in violazione di disposizioni imperative.  Le  amministrazioni
hanno l'obbligo di recuperare le  somme  pagate  a  tale  titolo  nei
confronti dei  dirigenti  responsabili,  qualora  la  violazione  sia
dovuta a dolo o colpa grave. I dirigenti che  operano  in  violazione
delle disposizioni del presente articolo sono responsabili  anche  ai
sensi dell'art. 21 del presente decreto. Di tali violazioni si terra'
conto in sede di valutazione  dell'operato  del  dirigente  ai  sensi
dell'art. 5 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286»). 
    Sul punto, si e' osservato che il  divieto  della  trasformazione
del rapporto a tempo indeterminato e'  espressamente  richiamato  dal
decreto legislativo n. 81/2015 («Disciplina organica dei contratti di
lavoro e revisione della normativa in  tema  di  mansioni»),  e  cio'
nell'ambito delle norme deputate alla disciplina del lavoro  a  tempo
determinato (art. 29, comma 4). 
    Sicche', nel caso di illegittimo ricorso al contratto a  termine,
la forma di tutela del lavoratore pubblico  consiste,  dunque,  nello
strumento risarcitorio. 
    Tuttavia,  anche  su  tale  aspetto  e'  intervenuta   la   Corte
costituzionale, la quale «ha da tempo chiarito (sentenza  n.  89  del
2003) che tale diversificazione, tra il settore pubblico e il settore
privato, della disciplina dei rimedi dell'inosservanza  delle  regole
imperative sul contratto di lavoro a termine non si  traduce  in  una
illegittima e discriminatoria riduzione della  tutela  attribuita  al
pubblico  dipendente,   ma   integra   la   necessaria   implicazione
dell'esigenza di rispettare  il  canone  espresso  dall'ultimo  comma
dell'art. 97 della Costituzione,  secondo  cui  agli  impieghi  nelle
pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo  i  casi
stabiliti  dalla  legge;  canone  che,  a  sua   volta,   costituisce
proiezione del principio di eguaglianza, il quale  esige  che  tutti,
secondo capacita' e merito, valutati per il tramite di una  procedura
di concorso, possano accedere all'impiego pubblico e che  all'opposto
non consente l'accesso in ruolo stabile per altra via, tanto piu'  se
segnata da illegalita'. La ragione della  differenza  del  regime  di
tutela del lavoratore contro l'illegittimo  ricorso  al  contratto  a
temine nel contesto del lavoro pubblico rispetto a quello vigente nel
contesto  del  lavoro  privato,  risiede  proprio  nell'esigenza   di
rispetto di questo principio, posto  a  presidio  delle  esigenze  di
imparzialita' e buon andamento dell'amministrazione,  previste  dallo
stesso  art.  97  della   Costituzione,   che   rende   evidente   la
disomogeneita' tra le due  situazioni  e  giustifica  la  scelta  del
legislatore  di  ricollegare  alla  violazione  di  norme  imperative
riguardanti l'assunzione o l'impiego dei lavoratori  da  parte  delle
amministrazioni pubbliche  conseguenze  di  carattere  esclusivamente
risarcitorio»; ad ogni modo, il Giudice delle leggi ha  rilevato  che
la  reiterazione  dei  contratti  «ha  indotto  il   legislatore   ad
introdurre procedure di «stabilizzazione», finalizzate  all'obiettivo
dell'assorbimento dei lavoratori precari nel  personale  stabile  con
contratti a tempo  indeterminato.  Le  procedure  di  stabilizzazione
costituiscono uno strumento di reclutamento  derogatorio  rispetto  a
quello ordinario del pubblico  concorso,  in  quanto  introducono  un
percorso riservato ad una platea ristretta di soggetti, che risultino
in  possesso  di  determinati  requisiti  e   abbiano   maturato   un
determinato periodo di  esperienza  lavorativa  in  ambito  pubblico,
secondo dettagliate disposizioni previste da specifiche leggi»  (cfr.
Corte costituzionale, 21 dicembre 2021, n. 250). 
    10.  Le  statuizioni  sopra   illustrate   -   che   testimoniano
l'affermazione di un motivato indirizzo  giurisprudenziale  da  parte
del giudice d'appello - sono  state  condivise  dalla  Sezione  nella
sentenza 11 novembre 2024, n. 20056, con cui sono state disattese  le
pretese trasfuse in un ricorso collettivo con cui  alcuni  magistrati
onorari avevano chiesto, tra l'altro, il pagamento  delle  competenze
economico-retributive singolarmente richieste,  le  differenze  nella
retribuzione, le ferie e tutti i  diritti  direttamente  connessi  al
rapporto di lavoro,  ivi  compresi  gli  emolumenti  assistenziali  e
previdenziali; nonche', il risarcimento del danno  per  l'illegittima
reiterazione dei rapporti a tempo determinato. 
    Nell'ambito del giudizio di impugnazione, ad oggi  pendente,  con
ordinanza 23 marzo 2026, n. 2349,  la  Sezione  VII  ha  disposto  la
sospensione impropria del giudizio, richiamando  in  motivazione  che
«con ordinanza n. 7511 del 24 settembre 2025 questa Sezione, chiamata
a decidere numerose controverse eguali o analoghe alla  presente,  ha
gia' investito della relativa questione la Corte  costituzionale»;  e
soggiungendo che «la futura e imminente pronuncia della Corte,  anche
in seguito a quanto  statuito  dalla  Corte  di  giustizia  UE  nella
sentenza  del  4  settembre  2025  in  C-253/24,  avra'   un'indubbia
rilevanza  anche  sul  presente  giudizio,  che  verte   proprio,   e
principalmente, sulla legittimita' della rinuncia prevista dal citato
art. 29, comma 5, del decreto legislativo n. 116 del 2017». 
    11. Pertanto, rispetto  ad  un  quadro  che  poteva  dirsi  ormai
consolidato, si registrano ulteriori rimeditazioni indotte sia  dalla
giurisprudenza comunitaria, sia dalla giurisprudenza nazionale,  sia,
ancora, come si dira' appresso, dalla giurisprudenza costituzionale. 
    11.1. Quanto alla giurisprudenza comunitaria, con la  sentenza  4
settembre 2025, C-253/24, la Corte di giustizia UE si e'  pronunciata
su rinvio disposto dalla Corte d'appello di  L'Aquila  con  decisione
del  4  aprile  2024,   investendo,   la   questione   pregiudiziale,
l'interpretazione  dell'art.  7  della   direttiva   2003/88/CE   del
Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003,  concernente
taluni  aspetti  dell'organizzazione  dell'orario  di  lavoro,  delle
clausole 4 e 5 dell'accordo quadro sul lavoro  a  tempo  determinato,
concluso il 18 marzo 1999, che  figura  in  allegato  alla  direttiva
1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno  1999,  relativa  all'accordo
quadro CES, UNICE e CEEP sul  lavoro  a  tempo  determinato;  nonche'
circa l'interpretazione degli  articoli  31  e  47  della  Carta  dei
diritti fondamentali dell'Unione europea. 
    Il giudice comunitario, pronunciandosi sulla  compatibilita'  con
il diritto unionale delle disposizioni sopra indicate (in particolare
prendendo in esame la clausola n. 5 del  citato  accordo,  sarebbe  a
dire le «misure volte a prevenire e a sanzionare il  ricorso  abusivo
ad una successione di contratti di lavoro a  tempo  determinato»,  in
combinato disposto con le altre disposizioni  delibate)  ha  statuito
che tale disciplina «deve essere interpretata nel senso che essa osta
ad una normativa nazionale, volta a sanzionare il ricorso abusivo  ad
una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, la  quale
subordini la domanda,  per  i  magistrati  onorari  in  servizio,  di
partecipare ad  una  procedura  di  valutazione  al  fine  di  essere
confermati nell'esercizio delle loro funzioni  fino  all'eta'  di  70
anni, all'esigenza  di  rinunciare  al  diritto  alle  ferie  annuali
retribuite scaturente  dal  diritto  dell'Unione,  relativo  al  loro
rapporto di lavoro onorario antecedente». 
    Per arrivare a tale  statuizione,  la  CGUE  ha  operato  alcune,
decisive, precisazioni. 
    La questione centrale  sottoposta  al  vaglio  ha  riguardato  la
rinuncia dei magistrati onorari stabilizzandi  «a  qualsiasi  diritto
derivante dal rapporto di lavoro onorario  pregresso»,  compresa  «la
rinuncia al diritto alle ferie annuali retribuite, diritto del  quale
non beneficiano i magistrati onorari nel corso dei periodi  di  ferie
giudiziarie, a differenza dei magistrati ordinari» (cfr. punto 45). 
    Ora, rispetto a tale profilo, il giudice  del  rinvio  (Corte  di
appello  di  L'Aquila)  aveva  ritenuto  che  si  trattasse  di   una
«situazione comparabile a quella di  un  magistrato  ordinario»:  una
spettanza  che  sarebbe  legittimamente  contendibile,  «fatta  salva
l'applicazione delle pertinenti norme sulla prescrizione» (cfr. punto
46). 
    Di contro, il medesimo giudice del rinvio aveva ritenuto che «per
quanto riguarda, invece, il diritto alla tutela  previdenziale  (...)
la situazione dei magistrati onorari e quella dei magistrati ordinari
non siano comparabili e che, in ogni caso, un'eventuale differenza di
trattamento sarebbe giustificata» (cfr. punto 47). 
    I profili potenzialmente  risolutivi  ai  fini  del  giudizio  di
comparabilita'  delle  condizioni  delle  due  categorie  sono  stati
individuati: 
        A) nel rilievo che «qualora  si  sia  verificato  un  ricorso
abusivo ad una successione di contratti o di  rapporti  di  lavoro  a
tempo determinato, dev'essere possibile applicare una  misura  dotata
di garanzie effettive ed equivalenti di  tutela  dei  lavoratori  per
sanzionare debitamente tale abuso e cancellare le  conseguenze  della
violazione del diritto dell'Unione» (cfr. punto 53); 
        B) nella precisione secondo cui «gli Stati  membri  hanno  la
facolta', a titolo delle misure idonee a prevenire o a sanzionare  il
ricorso abusivo ad una successione di contratti  di  lavoro  a  tempo
determinato, di trasformare i rapporti di lavoro a tempo  determinato
in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, dato che  la  stabilita'
dell'impiego  derivante  da  questi  ultimi  costituisce   l'elemento
portante della tutela dei lavoratori» (cfr. punto 57). 
    Conseguentemente,  il  giudice  comunitario  ha   profilato   che
«qualora sia accertato che dei magistrati onorari, come la ricorrente
di cui al procedimento  principale,  si  trovano  in  una  situazione
comparabile a quella dei magistrati ordinari  -  aspetto  questo  che
spetta  al  giudice  del  rinvio  valutare,  occorre  verificare   se
sussistano ragioni oggettive che giustificano una tale differenza  di
trattamento  (sentenza  del  27  giugno  2024,   Peigli,   C   41/23,
EU:C:2024:554, punto 50)» (cfr. punto 68). 
    La risposta a tali interrogativi e' stata che «per soddisfare  le
condizioni enunciate dalla clausola 5, punto 1, dell'accordo  quadro,
una normativa nazionale deve prevedere, in caso di ricorso abusivo ad
una successione di contratti di lavoro a tempo determinato,  garanzie
effettive per sanzionare tale abuso e per cancellarne le conseguenze,
tenendo presente che la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo
determinato in rapporto di lavoro a tempo indeterminato  costituisce,
in linea di principio, una sanzione effettiva di un tale abuso» (cfr.
punto 75). 
    La portata ermeneutica di  tale  sentenza  parrebbe,  quindi,  da
leggere  nella  riaffermazione  del  principio   della   parita'   di
trattamento tra lavoratori equiparabili e sull'irrinunciabilita'  dei
diritti loro garantiti dall'Unione (cio' deponendo contro la rinuncia
a qualsiasi pretesa o diritto relativi al  rapporto  precedente,  tra
cui le ferie retribuite). 
    Tale  sentenza  compendia  le  statuizioni   delle   (precedenti)
sentenze del 16 luglio 2020, C-658, e del 7 aprile 2022, C-236. 
    11.2. Quanto  alla  giurisprudenza  nazionale,  il  Consiglio  di
Stato, sez. VII, nella sentenza  2  aprile  2026,  n.  2716  (che  ha
riformato la sentenza della Sezione 26 agosto 2025,  n.  15797),  pur
ribadendo  la  «fondamentale  differenza,  che  impedisce  la  totale
assimilazione tra le due figure e il riconoscimento di una carriera e
di un trattamento retributivo assimilabili», ha  riconosciuto  ad  un
giudice di pace «il diritto alle ferie retribuite  per  ogni  singolo
anno in cui ha prestato le mansioni di giudice di pace e, cioe',  dal
3 luglio 2002 al 31 luglio 2019». 
    In tale pronuncia  si  e',  in  particolare,  evidenziato  -  con
richiamo alla sentenza CGUE C-236/2022 - che «il diritto  dell'Unione
non osta ne' al calcolo  di  una  pensione  di  vecchiaia  effettuato
secondo il principio pro rata temporis,  ne'  che  le  ferie  annuali
retribuite siano calcolate secondo tale medesimo principio,  poiche',
come la Corte ha pure ricordato, nelle cause  che  hanno  dato  luogo
alle  pronunce  della  stessa  Corte   in   materia   la   presa   in
considerazione di un orario di lavoro ridotto rispetto a  quello  del
lavoratore  a  tempo  pieno  costituiva  un  criterio  obiettivo  che
consentiva una riduzione proporzionata  dei  diritti  dei  lavoratori
interessati»; e, a tal fine,  e'  stato  assunto  come  parametro  di
riferimento  «quello  della  classe  stipendiale  HH03,  propria  del
«magistrato ordinario», vale a dire del magistrato nel periodo tra la
fine del tirocinio e  il  riconoscimento  della  prima  qualifica  di
professionalita',  non  potendo  applicarsi  all'odierna  appellante,
ratione temporis, l'attuale previsione dell'art.  25,  comma  3,  del
decreto legislativo n. 116 del 2017 per  la  tutela  assistenziale  e
previdenziale dei giudici di pace in  servizio»;  soggiungendosi  che
«ai fini della retribuzione delle ferie nonche'  della  ricostruzione
previdenziale  e  del  pagamento  del  TFR  puo'  infatti  ritenersi,
ragionevolmente, quello riferibile al magistrato  idoneo  a  svolgere
funzioni giurisdizionali, comparabile in relazione alle  modalita'  e
all'attivita'  svolta  in  concreto  dalla  parte  ricorrente,  avuto
riguardo a tutte le circostanze del caso di concreto». 
    Al predetto giudice di pace (la quale «non ha presentato  domanda
per la conferma in ruolo  nelle  funzioni  di  giudice  onorario,  in
quanto era gia' cessata dal servizio  prima  dell'entrata  in  vigore
dell'art. 1, comma 629, della legge n. 234 del 2021 che ha sostituito
l'art. 29 del  decreto  legislativo  n.  116  del  2017»)  e'  stato,
inoltre, riconosciuto il diritto al risarcimento del danno da abusiva
reiterazione  di  rapporti  a  termine,  rimarcando  che  «la  tutela
risarcitoria (...) non e' un surrogato della stabilizzazione, ma  una
sanzione autonoma e doverosa per l'illecito commesso  dal  datore  di
lavoro pubblico». 
    Si e', quindi, rilevato che «il ripetuto ricorso ad  incarichi  a
tempo determinato si e' dimostrato volto a soddisfare  esigenze  che,
di fatto, hanno assunto un carattere non  gia'  provvisorio,  ma,  al
contrario, permanente e durevole», respingendosi l'assunto  difensivo
delle amministrazioni resistenti secondo cui «nel caso dei magistrati
onorari il rapporto e' strutturalmente temporaneo  e  non  esclusivo:
esso, cioe',  ha  una  durata  limitata  nel  tempo  e,  soprattutto,
consente il contemporaneo svolgimento di altre attivita' lavorative e
di altri incarichi, per l'esistenza di un regime di  incompatibilita'
molto meno stringente rispetto a quello  valevole  per  i  magistrati
professionali, che e' pressoche' assoluto». 
    Pertanto, si e' statuito «il diritto ad  una  somma  -  a  titolo
risarcitorio - da liquidare in via  equitativa  tra  le  4  e  le  24
mensilita' della  retribuzione  propria  del  magistrato  ordinario»,
pervenendosi alla conclusione che, «avuto riguardo alla lunga  durata
del servizio prestato dall'appellante quale  giudice  di  pace  e  al
comportamento recidivo del datore di lavoro»,  tale  risarcimento  e'
stato determinato «nella misura di 14 mensilita'». 
    In definitiva, il Consiglio di Stato ha dichiarato il diritto «ad
ottenere lo status di pubblico dipendente a tempo pieno o part-time e
determinato in ragione della  tendenziale,  per  quanto  non  totale,
assimilabilita' di funzioni ai magistrati togati, con riferimento  al
periodo decorrente dal 3 luglio 2002, data di immissione in  possesso
delle funzioni di giudice di pace fino al 31  luglio  2019,  data  di
cessazione dall'incarico di giudice di pace, ai  soli  limitati  fini
del diritto al pagamento delle ferie non retribuite  e  della  tutela
assistenziale  e  previdenziale,  salva  comunque,  con   riferimento
all'accertamento  di  tale  diritto,  l'eventuale  applicazione   del
principio  pro   rata»;   ha,   inoltre,   dichiarato   «il   diritto
dell'appellante ad ottenere la percezione  del  compenso  equivalente
alle ferie non godute, non dissimilmente dai magistrati togati,  pari
ad almeno trenta giorni lavorativi, per ogni anno di servizio», oltre
interessi legali dalla  proposizione  della  domanda;  ha,  altresi',
dichiarato il  diritto  «alla  percezione  del  trattamento  di  fine
rapporto», oltre  interessi  dalla  proposizione  della  domanda;  ed
ancora, il diritto «ad un trattamento contributivo analogo  a  quello
goduto dai magistrati togati, salva l'applicazione del principio  pro
rata, per tutti gli anni di durata del  rapporto  intercorso  con  il
Ministero  della  giustizia»,  con  condanna   di   quest'ultimo   al
versamento  dei  relativi  contributi;  ed  infine,  ha  disposto  il
«risarcimento di tutti i danni subiti  per  effetto  dell'illegittima
reiterazione di rapporti a termine», nei termini sopra indicati. 
    Nell'occasione,  e'  stata,  infine,  respinta   l'eccezione   di
prescrizione, opposta  dalle  amministrazioni,  sul  presupposto  che
«l'esercizio dei diritti retributivi  e  contributivi  propri  di  un
rapporto di lavoro subordinato sia  stato  impedito  in  diritto  nel
nostro ordinamento, per i  giudici  di  pace,  quantomeno  fino  alla
pronuncia della Corte di giustizia U.E. del 16 luglio  2020,  Governo
della Repubblica italiana (Status  dei  giudici  di  pace  italiani),
C-658/18), stante  il  granitico  orientamento  della  giurisprudenza
nazionale, volto a negare a proposito dei giudici di pace l'esistenza
di un rapporto di lavoro subordinato e le correlate tutele»; cio'  in
quanto «di fronte  ad  una  giurisprudenziale  nazionale,  fermamente
orientata ad escludere qualsivoglia assimilabilita' tra la figura del
giudice ordinario e quello togato», non  e'  apparso  equo  applicare
l'orientamento giurisprudenziale in ordine alla possibilita'  di  far
valere il proprio diritto ai  sensi  dell'art.  2935  c.c.,  ritenuto
«contrastante con il diritto europeo e  teso  a  limitarne  l'effetto
utile»: un orientamento, quindi, disapplicato dal Consiglio di  Stato
poiche' la riaffermazione di tale  direttrice  interpretativa  «anche
per i giudici di pace» avrebbe  finito  per  svuotare  di  effetto  e
rendere inutili le disposizioni, vincolanti, del diritto europeo. 
    Risulta evidente al Collegio che tale  pronuncia  costituisce  un
primo  precedente,  di  notevole  impatto,  contrario  al   pregresso
indirizzo. 
    11.3. In tempi immediatamente successivi la Corte  costituzionale
si e', nuovamente, pronunciata con sentenza 12 maggio 2026, n. 71. 
    Con ordinanza collegiale n. 7511 del 24  settembre  2025,  sempre
della  VII  Sezione  del  Consiglio  di  Stato,  e'  stata  sollevata
questione di legittimita' costituzionale dell'art. 29 (Contingente ad
esaurimento dei magistrati onorari in servizio), comma 5, del decreto
legislativo  13  luglio  2017,  n.  116   (Riforma   organica   della
magistratura onoraria e  altre  disposizioni  sui  giudici  di  pace,
nonche' disciplina transitoria  relativa  ai  magistrati  onorari  in
servizio, a norma della legge 28 aprile 2016, n. 57), come sostituito
dall'art. 1, comma 629, lett. a), della legge 30  dicembre  2021,  n.
234, in riferimento agli articoli 24, 111 e 117, primo  comma,  della
Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 47, della Carta  dei
diritti fondamentali  dell'Unione  europea  (CDFUE),  e  all'art.  6,
paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU). 
    Nell'occasione,  alcuni  magistrati  onorari  avevano  agito  per
l'accertamento «del diritto ad un rapporto di  lavoro  subordinato  a
tempo indeterminato alle dipendenze della  pubblica  amministrazione,
Ministero  della  giustizia,  alle  stesse  condizioni  economiche  e
giuridiche del magistrato di carriera, mediante  stabilizzazione  nei
ruoli  della  magistratura  professionale   secondo   la   rispettiva
anzianita' di servizio; del diritto al pagamento  della  retribuzione
pro-die proporzionata al parametro di riferimento di quella spettante
al magistrato di  ruolo  dalla  data  di  costituzione  iniziale  dei
rapporti  di  magistrato  onorario  di  ogni  ricorrente  sino   alla
conversione dei medesimi a tempo pieno e indeterminato;  del  diritto
allo stesso trattamento assistenziale e previdenziale dei  magistrati
di ruolo, con la ricostruzione della carriera con  tutti  i  benefici
economici e normativi in  base  all'anzianita'  di  servizio  per  il
periodo pre ruolo in maniera integrale con interessi e  rivalutazione
economica; in subordine, il  risarcimento  del  danno  per  abuso  di
proroghe per legge del rapporto di lavoro  subordinato  nella  misura
che sara' ritenuta di giustizia oltre  a  interessi  e  rivalutazione
economica». 
    Domande di tenore  in  parte  analogo  a  quelle  proposte  dalla
ricorrente. 
    In tale giudizio i ricorrenti avevano  dedotto  che  il  rapporto
onorario pregresso si sarebbe svolto  in  contrasto  con  il  diritto
dell'Unione europea, e precisamente con: a) la  direttiva  1999/70/CE
del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all'accordo  quadro  CES,
UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato; b) le clausole 2,  punto
1, 4 e 5, punto 1, dell'allegato (Accordo quadro sul lavoro  a  tempo
determinato) alla direttiva  1999/70/CE  (d'ora  in  avanti:  accordo
quadro sul lavoro a tempo determinato); c) il  punto  5  della  Carta
comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei  lavoratori;  d)  la
raccomandazione  CM/Rec(2010)12  del  Comitato   dei   ministri   del
Consiglio d'Europa sulle garanzie di indipendenza dei giudici. 
    Nel giudizio di primo grado la Sezione, con sentenza 1° settembre
2021, n. 9484, aveva dichiarato il difetto di giurisdizione circa  la
domanda volta a ottenere la costituzione ex novo di  un  rapporto  di
impiego  alle  dipendenze  della  pubblica   amministrazione   (cosi'
riqualificata  quella  tesa  all'equiparazione   dello   status   dei
ricorrenti a quello dei magistrati professionali) e respinto tutte le
altre domande, con compensazione delle spese di lite. 
    La  pronuncia  di  prime  cure  e'  stata  appellata  innanzi  al
Consiglio di Stato, che come si e' detto ha rimesso la  questione  di
costituzionalita', nei termini sopra illustrati. 
    Da considerare che, prima della  rimessione  alla  Consulta,  con
l'ordinanza 26 gennaio 2023, n. 906,  il  Consiglio  di  Stato  -  in
relazione alle domande aventi ad oggetto l'accertamento  del  diritto
alle ferie retribuite, alla tutela assistenziale e previdenziale e al
risarcimento del danno per l'abusiva  reiterazione  dei  contratti  a
termine - ha rimesso alla Corte di giustizia dell'Unione europea,  ai
sensi  dell'art.  267  del  Trattato  sul  funzionamento  dell'Unione
europea, i seguenti quesiti interpretativi: 
        a) se l'art. 7  della  direttiva  2003/88/CE  del  Parlamento
europeo e del Consiglio, del  4  novembre  2003,  concernente  taluni
aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro  e  la  clausola  4
dell'accordo quadro sul lavoro  a  tempo  determinato  devono  essere
interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale  che  non
prevede, per i  GOT  e  o  VPO,  alcun  diritto  alla  corresponsione
dell'indennita' durante  il  periodo  feriale  di  sospensione  delle
attivita' e alla tutela  previdenziale  e  assicurativa  obbligatoria
contro gli infortuni e le malattie professionali; 
        b) se la clausola 5 dell'accordo quadro sul  lavoro  a  tempo
determinato debba essere  interpretata  nel  senso  che  osta  a  una
normativa nazionale in forza della quale  il  rapporto  di  lavoro  a
tempo determinato dei giudici onorari - qualificabile  come  rapporto
di servizio e non  quale  rapporto  di  impiego  alle  dipendenze  di
un'amministrazione pubblica - per il quale  sia  previsto  un  regime
articolato su un iniziale  atto  di  nomina  e  una  sola  successiva
riconferma, possa divenire oggetto di svariate proroghe contenute  in
leggi  di  «rango  statale»,  in  assenza  di  sanzioni  effettive  e
dissuasive e in mancanza  della  possibilita'  di  trasformare  detti
rapporti   in   contratti   di    impiego    alle    dipendenze    di
un'amministrazione pubblica a tempo indeterminato, in una  situazione
di fatto che potrebbe avere prodotto effetti favorevoli  compensativi
nella sfera giuridica dei destinatari,  essendo  stati,  gli  stessi,
investiti  della  proroga  nelle  funzioni  in  modo  sostanzialmente
automatico per un ulteriore periodo di tempo. 
    Nella medesima ordinanza di rinvio pregiudiziale si  e',  invece,
precisato che «non sussistono i presupposti per il riconoscimento  di
un trattamento  giuridico  omogeneo,  sia  che  lo  si  intenda  come
derivante dalla costituzione  di  un  rapporto  di  impiego  a  tempo
indeterminato alle dipendenze della pubblica amministrazione mediante
stabilizzazione delle nomine, sia che lo si intenda come  conseguente
ad  una  equiparazione  «agli  effetti»  fra  status   giuridici   ed
economici, per tutti i rilievi e le considerazioni  finora  esposti»,
cioe', in sostanza, alla luce delle sentenze della Corte di giustizia
dell'Unione europea, 16 luglio 2020, n. C-658; e 7  aprile  2022,  n.
C-236. 
    In riscontro a tale rinvio, il giudice comunitario, con  sentenza
27 giugno 2024, n. C-41, ha dichiarato che: 
        a) l'art. 7  della  direttiva  2003/88/CE  e  la  clausola  4
dell'accordo quadro sul lavoro  a  tempo  determinato  devono  essere
interpretati nel senso che ostano a una normativa  nazionale  che,  a
differenza di quanto prevede per i magistrati professionali, esclude,
per  i  magistrati  onorari  che  si  trovino   in   una   situazione
comparabile, qualsiasi diritto alla corresponsione  di  un'indennita'
durante il periodo feriale di sospensione delle attivita' giudiziarie
e alla tutela previdenziale e assicurativa  obbligatoria  contro  gli
infortuni sul lavoro e le malattie professionali; 
        b) la clausola 5, punto 1, dell'accordo quadro sul  lavoro  a
tempo determinato deve essere interpretata nel senso che osta  a  una
normativa nazionale ai sensi della quale il rapporto  di  lavoro  dei
magistrati onorari puo' essere oggetto di  rinnovi  successivi  senza
che siano previste, al fine di limitare l'utilizzo  abusivo  di  tali
rinnovi, sanzioni effettive e  dissuasive  o  la  trasformazione  del
rapporto di lavoro di tali magistrati in  un  rapporto  di  lavoro  a
tempo indeterminato. 
    Ed  inoltre,  nel  corso  del  giudizio  gli   appellanti   hanno
modificato le proprie domande, a cio' facendo seguito la sentenza non
definitiva 31 gennaio 2025, n. 770, con cui il Consiglio di Stato  ha
distinto e dichiarato: 
        A) le domande ammissibili (cioe' quelle aventi ad oggetto  il
riconoscimento  del  rapporto   di   lavoro   subordinato   a   tempo
indeterminato alle dipendenze del  Ministero  della  giustizia,  alle
stesse condizioni economiche e giuridiche del magistrato di carriera;
l'accertamento del diritto al pagamento  della  retribuzione  pro-die
proporzionata a quella spettante al magistrato di ruolo,  ora  estesa
anche al diritto al pagamento delle ferie non godute;  l'accertamento
della  abusiva  reiterazione  dei  contratti  a  termine,   ritenendo
irrilevante che la domanda in questione fosse  stata  originariamente
formulata  in  via  subordinata  e  ora,  invece,  proposta  in   via
cumulativa alle altre); 
        B) le  domande  inammissibili  (ossia:  la  domanda  volta  a
ottenere  il  riconoscimento  del  diritto  alla  trasformazione  del
rapporto di lavoro onorario a tempo determinato  in  un  rapporto  di
lavoro subordinato a tempo indeterminato, ove  intesa  nel  senso  di
costituire  un  rapporto  ex  novo  alle  dipendenze  della  pubblica
amministrazione, domanda in relazione alla quale gia' il  giudice  di
primo grado aveva indicato come fornito di giurisdizione  il  giudice
ordinario, dinanzi al quale, quindi, la causa avrebbe  dovuto  essere
riassunta; la domanda  avente  ad  oggetto  il  riconoscimento  della
tutela previdenziale assicurativa obbligatoria contro  gli  infortuni
sul lavoro e le malattie professionali, nonche'  del  trattamento  di
fine rapporto, per genericita', non essendo stati allegati e  provati
gli elementi di fatto rilevanti  ai  fini  del  riconoscimento  delle
tutele in questione). 
    Dunque, la  rimessione  alla  Corte  ha  riguardato  soltanto  le
domande giudicate ammissibili. 
    Tanto premesso, con la sentenza n. 71/2026 il Giudice delle Leggi
ha dichiarato «l'illegittimita' costituzionale dell'art. 29, comma 5,
del decreto legislativo 13 luglio  2017,  n.  116  (Riforma  organica
della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace,
nonche' disciplina transitoria  relativa  ai  magistrati  onorari  in
servizio, a norma della legge 28 aprile 2016, n. 57), come sostituito
dall'art. 1, comma 629, lettera a), della legge 30 dicembre 2021,  n.
234 (Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2022 e
bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024), nella misura in  cui
fa conseguire al superamento delle procedure valutative  di  conferma
di cui al comma 3  del  medesimo  articolo  la  rinuncia  ai  diritti
conferiti dall'Unione europea, quanto  alle  ferie  retribuite,  alla
previdenza e all'assistenza». 
    Nella motivazione di tale  pronuncia  si  sono  operate  decisive
precisazioni, come di seguito esposte. 
    La Corte ha  sottolineato  che,  pure  a  fronte  della  ribadita
diversita' di status, «i magistrati onorari (...) hanno avviato negli
ultimi anni un  vasto  contenzioso  sia  innanzi  alla  giurisdizione
ordinaria che a quella amministrativa»; mentre,  «parallelamente,  la
Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione  avente  a
oggetto sia la reiterazione degli incarichi a termine dei  magistrati
onorari  sia  diversi  profili  del  loro  trattamento  giuridico  ed
economico, ritenuti in contrasto con il diritto dell'Unione  relativo
alla tutela dei lavoratori». 
    Il Giudice delle Leggi, poi, ha inteso precisare che  «i  giudizi
intrapresi innanzi alle giurisdizioni interne per fare valere  quelle
pretese, come anticipato, hanno dato e  continuano  a  dare  luogo  a
esiti divergenti, che non e' necessario in questa sede illustrare nel
dettaglio»; a riprova di tale assunto, ha evidenziato che «mentre nei
giudizi di merito le domande dei magistrati  onorari  sono  state  in
diverse occasioni in tutto  o  in  parte  accolte,  le  giurisdizioni
superiori  -  con  limitate  e  piu'  recenti  eccezioni  (Corte   di
cassazione, sezione  lavoro,  sentenza  11  maggio  2025,  n.  12488;
Consiglio di Stato, sezione settima, sentenza 2 aprile 2026, n. 2716)
- le hanno respinte (tra le tante, Cassazione civile, sezione  prima,
sentenza 14 novembre 2025, n.  30121;  sezione  lavoro,  sentenze  14
aprile 2023, n. 10080, e 3 maggio  2022,  n.  13973;  sezione  prima,
sentenza 10 febbraio 2022,  n.  4386;  Consiglio  di  Stato,  sezione
settima, sentenze 20 marzo 2024, n. 2723, 9 febbraio 2024,  n.  1334,
30 gennaio 2024, n. 931, e 28 giugno 2023, n. 6291), evidenziando  la
diversita' di funzioni e di ruolo dei magistrati professionali  e  di
quelli  onorari,  riflesso  del  ricordato  e  fondamentale   assetto
costituzionale della magistratura». 
    Per quanto interessa, e' stato, quindi, rilevato che la  sentenza
n. 2716/2026 costituirebbe una «eccezione» rispetto  all'orientamento
prevalente: il che, certo, depone per l'ulteriore  complicazione  del
quadro d'insieme. 
    Quanto all'incidenza  della  giurisprudenza  comunitaria,  si  e'
ribadito - con richiamo alla sentenza CGUE n. 658/18 - che «la  Corte
di Lussemburgo ha  ricordato  che  «occorre  esaminare  se  le  somme
percepite  dalla  ricorrente  nel  procedimento  principale   vengano
versate come corrispettivo della sua attivita' professionale»  (punto
97), essendo irrilevante, anche a tal fine, «la  circostanza  che  le
funzioni del giudice di pace siano qualificate come «onorarie»» dalla
normativa nazionale (punto 100)»; e cio', poiche' la citata decisione
comunitaria ha stabilito che «spetta al giudice del rinvio, che e' il
solo competente a valutare i fatti, determinare, in  ultima  analisi,
se un giudice di pace come la ricorrente nel procedimento  principale
si trovi in una situazione comparabile  a  quella  di  un  magistrato
ordinario che, nel corso del  medesimo  periodo,  abbia  superato  la
terza valutazione di idoneita' professionale e maturato un'anzianita'
di servizio di almeno quattordici anni». 
    Il punto di svolta enucleato dalla Corte costituzionale e'  stato
individuato nel rilievo che la «ragione oggettiva» degli accordi  che
hanno  regolato  le  condizioni  lavorative  dei  magistrati  onorari
«giustifica,  alla  luce  del  loro  status  costituzionale  e  delle
differenze  di  compiti  e  di  competenze  rispetto  ai   magistrati
professionali, il  loro  diverso  trattamento  economico  rispetto  a
questi  ultimi,  anche  con  riguardo  al  rapporto   precedente   la
stabilizzazione». 
    Cosicche', «ben avrebbe potuto il legislatore - nel prevedere  la
stabilizzazione dei magistrati onorari  -  determinare  il  contenuto
economico  dei  diritti  loro  spettanti,  in  relazione  alle  ferie
retribuite, alla previdenza e all'assistenza, anche  in  ragione  dei
compensi  effettivamente   percepiti   dagli   stessi,   e   comunque
coordinando l'esigenza di riconoscere tali pretese con  il  principio
costituzionale  che  esclude  la  loro  equiparazione  ai  magistrati
professionali e con il dato di fatto e di diritto  che  i  magistrati
onorari svolgono un'attivita' differente da quella di questi  ultimi,
specialmente per la sua minore complessita' e, conseguentemente,  per
il piu' limitato impegno e le piu' limitate competenze che per il suo
svolgimento sono  richiesti  (differenziazioni,  queste,  su  cui  si
basano sia la deroga  al  principio  del  concorso  pubblico  sia  la
riforma del 2017)». 
    Nell'esegesi della disposizione sospettata di incostituzionalita'
(cioe' l'art. 29,  comma  5  del  decreto  legislativo  n.  116/2017,
relativa alla rinuncia imposta dalla legge  alle  pretese  pregresse,
operante se il magistrato onorario: i) partecipa alla procedura e  la
supera; ii) vi partecipa,  non  la  supera  e  sceglie  di  percepire
l'indennita'; iii) non vi partecipa, cessa dal servizio e sceglie  di
percepire l'indennita'),  la  Corte  ha  posto  in  rilievo  che  «il
legislatore avrebbe potuto, altresi', tenere conto, da un  lato,  nel
rispetto del principio di proporzionalita', della  maggiore  utilita'
derivante ai magistrati onorari dalla scelta, non imposta dal diritto
dell'Unione, di ricorrere alla stabilizzazione per fare  venire  meno
il contestato illecito  dell'abusiva  reiterazione  dei  contratti  a
termine;  dall'altro,  del  complessivo  impatto  finanziario   della
disciplina (sentenze n. 31 del 2025, n. 130 del 2023  e  n.  234  del
2020), comunque sottoposta al controllo di ragionevolezza da parte di
questa Corte». 
    Ha, pero', stigmatizzato che «la disposizione censurata  -  lungi
dal determinare, nell'esercizio  della  discrezionalita'  legislativa
circoscritta dai richiamati principi di diritto costituzionale e  del
diritto  dell'Unione,  il  contenuto  economico   dei   diritti   dei
magistrati onorari conferiti dal medesimo diritto unionale e relativi
ai rapporti antecedenti la stabilizzazione - ha imposto  ai  predetti
magistrati, in relazione a tali rapporti,  la  totale  rinuncia  alle
loro pretese e,  conseguentemente,  ha  impedito  loro  di  agire  in
giudizio o, come nel caso del giudizio a quo, di proseguire le azioni
gia' intraprese a tutela dei suddetti diritti». 
    Ed  ha  ravvisato  una  violazione  del   diritto   alla   tutela
giurisdizionale di cui all'art. 24  della  Costituzione,  presupposto
fondante la declaratoria di illegittimita' costituzionale. 
    12. La declaratoria di incostituzionalita' del comma 5  dell'art.
29 del decreto legislativo  n.  116/2017,  ad  avviso  del  Collegio,
delinea ai fini del  decidere  una  possibile  improcedibilita',  per
sopravvenuta carenza  d'interesse,  del  quinto  e  sesto  motivo  di
ricorso, non potendo trarre  la  ricorrente  un'ulteriore  e  diversa
utilita'  alla  luce  dell'eliminazione  della  citata   disposizione
dall'ordinamento positivo. 
Le questioni di legittimita' costituzionale (punti 13 - 15). 
    13. Occorre premettere che la ricorrente - la quale  esercita  le
funzioni di giudice di pace e che, in esito alla relativa  procedura,
e' stata confermata; ha optato «per il regime di  esclusivita'  delle
funzioni giurisdizionali»; ed e' attualmente in  servizio  presso  la
sede di ... a seguito dell'adozione del decreto ministeriale ...-  ha
chiesto  una  condanna  specifica  dell'Amministrazione,  avvalendosi
delle risultanze di una consulenza di parte. 
    Ella ha affidato al proprio consulente  l'incarico  di  calcolare
«il danno patrimoniale subito dalla dott.ssa  A.  T.  quantificandolo
con le differenze retributive tra quanto percepito dalla dott.ssa  A.
T. per indennita' dall'anno ..., cioe'  dalla  nomina  a  Giudice  di
Pace, all'anno ... e il  magistrato  togato  per  lo  stesso  periodo
considerando quale base di calcolo  la  retribuzione  del  magistrato
ordinario Qualifica HH03, Classe 08». 
    Nel riscontrare tale richiesta, il consulente ha preso  in  esame
«la carriera di Giudice  di  Pace  della  committente,  ed  e'  stata
assimilata la carriera della dott.ssa T. alla carriera del Magistrato
ordinario, prendendo prudenzialmente in considerazione  la  qualifica
HH03, classi e scatti n. 08 che riferisce ai magistrati ordinari  (ex
magistrati  di  Tribunale)»,  rilevando,  in  particolare,  che   «la
qualifica utilizzata per il calcolo non tiene conto della carriera  e
delle valutazioni positive della dott.ssa T. che se  equiparate  alle
valutazioni  e  carriera  dei  giudici   ordinari   renderebbero   le
retribuzioni da considerare molto piu' alte di quelle proposte  nella
relazione», posto che «la necessita'  della  scelta  procedurale  del
calcolo e' dettata dalla estrema difficolta' del calcolo delle classi
e degli scatti dei magistrati Ordinari,  per  cui  si  e'  scelto  di
procedere come sopra descritto e non considerando gli anni volti  con
le precedenti qualifiche di giudice onorario». 
    Non dissimilmente, e' stato chiesto al  consulente  di  calcolare
«le  somme  spettanti  alla  dott.ssa  A.  T.  per  congedo  per  due
maternita' non erogato, in  base  alla  retribuzione  del  magistrato
ordinario Qualifica HH03, Classe 08, oltre l'indennita'  speciale  di
cui all'art. 3 della legge n. 27/1981»;  ragione  per  cui  e'  stato
applicato l'art. 276,  comma  3  dell'ordinamento  giudiziario  (R.D.
12/1941), secondo cui «ai  magistrati  dell'ordine  giudiziario  sono
applicabili le disposizioni generali relative agli  impiegati  civili
dello  Stato,  solo  in  quanto  non  sono  contrarie   al   presente
ordinamento e ai relativi regolamenti». 
    Il consulente, determinati gli  importi  trasfusi  nelle  domande
proposte  in  giudizio,  ha  concluso   nel   senso   che   «le   sei
quantificazioni proposte sono prudenziali per il seguente motivo:  se
fossero  utilizzati  i  calcoli  delle  retribuzioni  dei  magistrati
ordinari, con gli incrementi  delle  Qualifiche  e  Classi  e  scatti
crescenti anziche' tenere ferma la  Qualifica  HH03  e  la  Classe  e
Scatti 08, il risultato ottenuto, in risposta  ai  quesiti  sarebbero
piu' che quadruplicati». 
    14. Ma le prospettazioni  di  parte  ricorrente,  che  parrebbero
sottendere un quadro  di  compatibilita'  con  le  disposizioni  e  i
principi  costituzionali  che  regolano  la  magistratura   onoraria,
rendono  indefettibile  ai  fini   del   decidere   una   preliminare
ricognizione circa gli approdi cui e' pervenuta la giurisprudenza del
Giudice delle Leggi. 
    14.1. Non sembra infatti  al  Collegio  che  la  spinta,  cui  la
ricorrente  ha  fatto  cenno  mediante   il   richiamo   al   diritto
comunitario,  verso  una  tendenziale  equiparazione  dei  magistrati
onorari ai magistrati togati, in special modo  riferita  alle  tutele
lavoristiche e previdenziali,  sia  immune  dalla  considerazione  di
elementi di conflitto con le regole ed i principi costituzionali. 
    Un  conflitto   che,   anzitutto,   e'   stato   radicato   dalla
giurisprudenza nella questione  circa  la  piena  fungibilita'  delle
funzioni giurisdizionali onorarie nel  prisma  applicativo  dell'art.
106  della  Costituzione:   una   disposizione,   quest'ultima,   che
testualmente   osta   a   che   un    magistrato    onorario    possa
istituzionalmente  essere  incardinato  in  un   organo   giudiziario
collegiale, come e' stato il caso dei giudici ausiliari di  corte  di
appello,  istituiti  dal  DL  69/2013,  con  disposizioni  dichiarate
illegittime dalla Corte mediante la sentenza 17 marzo 2021, n. 41, la
quale ne ha peraltro fatta salva la applicazione «fino a  quando  non
sara' completato  il  riordino  del  ruolo  e  delle  funzioni  della
magistratura onoraria nei tempi stabiliti dall'art.  32  del  decreto
legislativo 13 luglio 2017, n. 116», e  quindi,  di  fatto,  fino  al
2025. 
    Del resto, la normativa sui magistrati ordinari  e'  stata  -  si
direbbe ormai risolutivamente -  considerata  come  inestensibile  ad
altre categorie e situazioni. 
    Cio' e' avvenuto per questioni riguardanti gli aspetti  latamente
retributivi, in merito ai quali si  e'  statuito  che,  «come  questa
Corte ha piu' volte affermato - cfr. ordinanze nn. 379, 515 e 594 del
1989, ordinanza n. 57 del 1990,  ordinanza  n.  272  del  1999  -  la
posizione dei magistrati che  svolgono  professionalmente  e  in  via
esclusiva funzioni giurisdizionali e quella  dei  magistrati  onorari
non sono fra loro  raffrontabili  ai  fini  della  valutazione  della
lesione del principio di eguaglianza, in  quanto  per  i  secondi  il
compenso e' previsto per un'attivita' che  essi  (come  riconosce  lo
stesso tribunale rimettente) non esercitano professionalmente ma,  di
regola, in aggiunta ad altre attivita', per cui non deve agli  stessi
essere riconosciuto il medesimo trattamento economico, sia  pure  per
la sola indennita' giudiziaria,  di  cui  beneficiano  i  primi;  che
ugualmente nessun raffronto, ai  fini  del  prospettato  giudizio  di
eguaglianza, puo' essere fatto tra le posizioni delle varie categorie
di magistrati onorari che svolgono a  diverso  titolo  e  in  diversi
uffici funzioni giurisdizionali, trattandosi  di  una  pluralita'  di
situazioni, differenti tra loro, per le quali  il  legislatore  nella
sua  discrezionalita'  ben  puo'  stabilire   trattamenti   economici
differenziati; che, come questa Corte ha gia' affermato, non  rientra
nelle  sue  funzioni  ma  nella  discrezionalita'   del   legislatore
stabilire se e quale indennita' sia dovuta ai funzionari onorari  per
l'opera da essi prestata (cfr. l'ordinanza  n.  377  del  1987);  che
dalla  situazione  denunciata  -   in   particolare   dalla   pretesa
inadeguatezza del compenso  attribuito  ai  vice  pretori  onorari  -
nessuna lesione puo' derivare al buon andamento ed  all'imparzialita'
dell'amministrazione della giustizia» (cfr. Corte  Costituzionale,  8
novembre 2000, n. 479). 
    Si e', inoltre,  statuito  che  il  carattere  non  professionale
dell'attivita' svolta dai magistrati  onorari  escluderebbe  che  sia
autonomamente  rilevante   l'art.   36   Costituzione   (cfr.   Corte
costituzionale, 16 febbraio 2006, n. 60). 
    In altri termini, la linea di pensiero del  Giudice  delle  Leggi
sembrerebbe insistere nel solco di una  disciplina  peculiare  e  non
mutuabile. 
    Una posizione, questa, che non pare potersi dire scalfita neppure
dalla piu' recente sentenza 9 dicembre 2020,  n.  267,  la  quale  ha
dichiarato  incostituzionale  la  norma  (art.  18,  comma   1,   del
decreto-legge n. 67/1997, convertito nella  legge  n.  135/1997)  che
implicitamente aveva negato ai giudici di pace il diritto al rimborso
riconosciuto alla generalita' dei dipendenti  statali  per  le  spese
legali sostenute nei giudizi di responsabilita', promossi  per  fatti
di   servizio   e   conclusi   con   accertamento   negativo    della
responsabilita'. 
    Si e', infatti, trattato in  questo  caso  di  uno  «scostamento»
assai limitato dalla direttrice cui sopra si e' fatto cenno, sol  che
si consideri che con la successiva sentenza 17 marzo 2021, n.  41  la
Consulta  ha   dichiarato   l'illegittimita'   costituzionale   della
normativa che ha introdotto la figura di giudice ausiliario di  Corte
d'appello (attribuendogli lo status di componente dei  collegi  delle
sezioni  della  Corte  d'appello  come  magistrato   onorario),   per
contrasto con l'art. 106, comma 2, Costituzione, ravvisandosi che  la
«utilita'» della  magistratura  onoraria  non  possa  travalicare  il
parametro costituzionale  e  che,  pertanto,  l'impiego  nei  collegi
giudicanti d'appello e' da ritenere legittimo in  quanto  avvenga  in
via eccezionale e comunque temporanea. 
    Tale sentenza ha, inoltre, chiarito che «la recente riforma della
magistratura onoraria, avviata con il decreto legislativo n. 116  del
2017,  nel  disegnare  la  figura  di  giudice   onorario   di   pace
riconducibile a quella di un giudice singolo, in quanto  monocratico,
che solo in via eccezionale e transitoria, puo'  comporre  i  collegi
del tribunale, non ripropone piu', ne' affatto considera, quella  del
giudice ausiliario d'appello». 
    Rilievo non meno importante della sentenza n. 41/2021 e'  che  la
Corte  ha  inteso  modulare  gli  effetti   della   declaratoria   di
incostituzionalita', cioe'  ha  modulato  gli  effetti  della  stessa
pronuncia  in  funzione  dell'esigenza  di  non  arrecare  un   grave
pregiudizio al buon andamento  dell'amministrazione  giudiziaria:  in
altri termini, l'efficacia di una decisione di  carattere  «additivo»
e' stata posticipata a partire dal 31 ottobre 2025,  sarebbe  a  dire
dalla data prevista dal d.lgs. n. 116/2017. 
    14.2. Ad avviso del Collegio tutto cio' racconta, allora, di  una
differenza, ontologica e funzionale, tra magistrati onorari e  togati
alla luce dell'art.  106,  comma  2,  Costituzione,  con  conseguente
impossibilita' (giuridica) di riconoscere  ai  primi  un  trattamento
giuridico ed economico uguale a quello dei secondi. 
    Una differenza, per vero, riconosciuta non soltanto  dalla  Corte
costituzionale, ma anche dalla Corte di cassazione (3 maggio 2022, n.
13973), ad avviso della quale la figura del giudice togato  e  quella
del giudice onorario sono, appunto, ontologicamente e  funzionalmente
molto  diverse,  rivestendo  ciascuna  uno  specifico  ruolo  e   una
determinata   funzione   entro   l'ordinamento   giudiziario,    cio'
determinando, di conseguenza, che il trattamento retributivo non puo'
essere  ne'  analogo  ne'  comparabile,  «quale  riflesso  della  non
omogeneita' tra la figura  del  funzionario  onorario  e  quella  del
pubblico dipendente (qual e',  invece,  il  magistrato  togato)»;  la
Suprema  Corte  ha,  infatti,  rilevato  che  ostano  «le  differenze
esistenti, non solo nelle modalita' di accesso alla carica, ma  anche
quanto  alla  natura  e  all'esercizio  delle   funzioni   espletate,
connotate dall'esclusivita' solo nel caso dei magistrati ordinari  di
ruolo,  nonche'  alla   durata   dello   svolgimento   dell'attivita'
giudiziaria,  tendenzialmente  indeterminata  solo  nel  rapporto  di
pubblico impiego»: 
        un orientamento esplicitato senza mezzi  termini,  quantunque
profilato anche 
        precedentemente (id. 10 febbraio 2022, n. 4386; id., 5 giugno
2020, n. 10774; id., 14 ottobre 2019, n. 25767; id., 14 gennaio 2018,
n. 99). 
    E,  non  secondariamente,  una  posizione  condivisa  anche   dal
Consiglio di Stato nella sentenza 4 febbraio 2021, n.  1062,  che  ha
escluso che il rapporto di lavoro dei giudici  onorari  possa  essere
inquadrato nel pubblico impiego: posizione ribadita nell'ordinanza 26
gennaio 2023, n.  906,  nella  quale  si  e',  senza  mezzi  termini,
esplicitato che «sulla base della normativa interna applicabile,  non
sussistono i presupposti per  il  riconoscimento  di  un  trattamento
giuridico omogeneo, sia  che  lo  si  intenda  come  derivante  dalla
costituzione di un rapporto di impiego  a  tempo  indeterminato  alle
dipendenze della pubblica  amministrazione  mediante  stabilizzazione
delle nomine, sia che lo si intenda come conseguente ad equiparazione
«agli effetti» fra status giuridici ed economici, per tutti i rilievi
e le considerazioni finora esposti», rimarcandosi che «per il diritto
interno  e'  fondamentale  distinguere  tra  rapporto  di  impiego  e
rapporto di servizio»; e che, ancora, «il fatto che i giudici onorari
abbiano doveri assimilabili a quelli dei magistrati professionali  e'
solo una conseguenza della funzione  svolta,  in  quanto  l'attivita'
giurisdizionale deve essere caratterizzata dalle  stesse  garanzie  a
prescindere dallo status del giudice  che  la  esercita.  Si  tratta,
all'evidenza, di una estensione solo funzionale di doveri che servono
a  garantire  il  rispetto   dei   principi   di   imparzialita'   ed
indipendenza». 
    Ma  tutto  cio',  soprattutto,  efficacemente  racconta  che   la
prospettiva di totale parificazione, sostenuta nel presente  giudizio
dalla ricorrente, risulta  prevalentemente,  se  non  esclusivamente,
impiantata sulla valorizzazione di un bisogno emergenziale, ossia che
i giudici onorari siano necessari al sistema Giustizia. 
    Dato di fatto  inequivocabile,  che  gia'  ha  aperto  la  strada
all'avvento  di  una  legislazione  di  carattere   (inevitabilmente)
premiale: cosicche', se la durata degli  incarichi  e'  stata  sempre
prevista dalla norma generale come temporanea e  relativamente  breve
(ad esempio, i 4 anni rinnovabili una volta per i  giudici  di  pace,
previsti dall'art. 7 della legge n. 374/1991),  costanti  e  numerose
sono state, invece, le disposizioni di proroga, con il risultato  che
nella magistratura onoraria generalmente non  si  e'  riscontrato  un
elemento sempre ritenuto caratterizzante della figura, vale a dire la
durata limitata dell'impegno. 
    Sulla materialita' di tale situazione sono, quindi, proliferati i
tentativi  di  promuovere  una   neutralizzazione   dell'orientamento
tradizionale: quello, prima di  tutto,  ascritto  alla  dottrina  dei
padri costituenti, secondo cui  «i  magistrati  di  questa  categoria
(...) non possono entrare a far parte della carriera vera e propria»,
dovendo essere configurati come «non legati da un rapporto stabile di
servizio»; e le posizioni prospettate nella relazione finale  del  21
luglio 2021  dell'istituita  «commissione  di  studio  per  elaborare
proposte di interventi in materia di magistratura onoraria», la quale
ha registrato che in passato i magistrati onorari, «al di  la'  della
pretesa temporaneita' erano stati confermati annualmente giungendo ad
avere una permanenza  da  4-5  quadrienni  (...),  facendo  diventare
spesso  lavoro  principale  o  esclusivo  quella  che  doveva  essere
un'attivita' accessoria». 
    Ma tale situazione, pur avendo adombrato un'anomalia del  sistema
della giustizia, e' stata affrontata dal legislatore con  la  riforma
del 2017, alla  quale  e'  stato  affidato  il  delicato  compito  di
affrontare la radicale riduzione di impegno  dei  magistrati  onorari
negli uffici giudiziari e le aspettative che negli stessi erano state
create dalla diuturna permanenza nell'incarico. 
    15. In linea pregiudiziale, occorre considerare  che  la  riforma
del 2017 e' stata emanata - similmente a tante altre -  nel  rispetto
del principio di contenimento della spesa pubblica e di coordinamento
della finanza pubblica ai fini di una sua stabilizzazione (cfr. Corte
costituzionale, 16 ottobre 2025, n. 152; id., 27 agosto 2025, n. 135;
id., 17 aprile 2025, n. 45; id., 6 dicembre 2024,  n.  195;  id.,  14
ottobre 2022, n. 210; id., 21 luglio 2016, n. 205; id.,  11  febbraio
2015, n. 10). 
    La Corte costituzionale ha,  quindi,  delineato  il  contenimento
della spesa non come un fine isolato, ma come  un  principio  cardine
strettamente legato ai vincoli europei e all'equilibrio  di  bilancio
(art. 81 della Costituzione), e  cio'  indipendentemente  dai  limiti
invalicabili alla tutela dei diritti fondamentali. 
    Esemplificativamente, la Corte ha posto in luce le criticita' che
i processi di riforma possono  generare  «in  riferimento  a  plurimi
precetti costituzionali: quali quelli desumibili  dall'art.  3  della
Costituzione sulla parita' di trattamento; dall'art. 36, primo comma,
della Costituzione sul diritto a una retribuzione proporzionata  alla
quantita' e alla qualita' del  lavoro  svolto  e  comunque  idonea  a
garantire un'esistenza libera  e  dignitosa;  dall'art.  38,  secondo
comma,  della  Costituzione  sul   diritto   a   un'adeguata   tutela
previdenziale; dall'art. 97 della  Costituzione  sul  buon  andamento
della pubblica amministrazione (ancora sentenza  n.  124  del  2017).
Norme poste a garanzia di interessi di rilievo che il legislatore  e'
tenuto a considerare, mentre individua il non irragionevole punto  di
equilibrio tra essi  e  la  finalita'  di  contenimento  della  spesa
pubblica» (cfr. sentenza n. 135/2025). 
    L'impatto sistemico dell'equilibrio di bilancio, percio', assurge
a principio guida al  punto  che  «nel  pronunciare  l'illegittimita'
costituzionale delle disposizioni impugnate, questa  Corte  non  puo'
non tenere in debita considerazione l'impatto che una tale  pronuncia
determina su altri  principi  costituzionali,  al  fine  di  valutare
l'eventuale necessita' di una  graduazione  degli  effetti  temporali
della propria decisione sui rapporti pendenti. Il  ruolo  affidato  a
questa Corte come custode della Costituzione nella  sua  integralita'
impone  di   evitare   che   la   dichiarazione   di   illegittimita'
costituzionale   di   una   disposizione    di    legge    determini,
paradossalmente,   «effetti   ancor   piu'   incompatibili   con   la
Costituzione» (sentenza n. 13 del 2004) di quelli che hanno indotto a
censurare la disciplina legislativa» (cfr. sentenza n. 10/2015). 
    Il  contenimento,  dunque,  e'   indotto   dal   richiamo   della
giurisprudenza    costituzionale    alla    «nozione    di     «spesa
costituzionalmente necessaria» (ripresa poi nelle sentenze n. 220 del
2021, n. 197 del 2019 e n. 87 del  2018),  funzionale  a  evidenziare
che, in un contesto di risorse scarse, per fare fronte a esigenze  di
contenimento della spesa  pubblica  dettate  anche  da  vincoli  euro
unitari,  devono  essere  prioritariamente  ridotte  le  altre  spese
indistinte, rispetto a  quella  che  si  connota  come  funzionale  a
garantire il «fondamentale» diritto alla salute di  cui  all'art.  32
della Costituzione, che chiama in causa imprescindibili  esigenze  di
tutela anche delle fasce piu' deboli della popolazione, non in  grado
di  accedere  alla  spesa  sostenuta  direttamente   dal   cittadino,
cosiddetta out of pocket» (cfr. sentenza n. 195/2024). 
    15.1. L'art. 29 del decreto legislativo n. 116/2017 disciplina il
regime transitorio della stabilizzazione dei  magistrati  onorari  in
servizio, come la ricorrente, ponendo una  differente  disciplina  al
comma 2 ed al comma 5 (prima della sua abrogazione  a  seguito  della
sentenza  n.  71/2026)  per  regolare  la  quantificazione  economica
dell'indennita' spettante a chi cessa  dal  servizio  e  gli  effetti
giuridici (come la  clausola  di  rinuncia  alle  pretese  pregresse)
derivanti dalla presentazione della domanda di conferma. 
    La sentenza della Corte costituzionale, sopra citata e di cui nei
paragrafi  precedenti  sono   stati   riportati   alcuni   dei   piu'
significativi  passaggi,  ha  inteso  affrontare  due,   sostanziali,
aspetti:   la   rinuncia   al   pregresso   come   condizione   della
stabilizzazione e l'incidenza  di  tale  rinuncia  sui  giudizi  gia'
pendenti. 
    Non sembra al Collegio, anzitutto,  che  la  Corte  abbia  inteso
censurare la legittimita' costituzionale della scelta del legislatore
tradottasi nella stabilizzazione in  se'  considerata  (aspetto  che,
pertanto, derubrica la questione relativa all'abuso dei  contratti  a
termine), ma l'automatismo con cui tale disciplina  avrebbe  tacitato
tutte le pretese dei giudici onorari e,  in  specie,  le  pretese  di
derivazione comunitaria. 
    Sotto tale profilo, va considerato che la procedura di infrazione
aperta dalla Commissione europea nel 2016  ha  prodotto  una  duplice
evoluzione: da un lato, il ricorso per inadempimento (causa C-863/25)
con cui la Commissione europea ha chiesto alla Corte di giustizia  di
dichiarare che l'Italia sia inadempiente perche',  per  i  magistrati
onorari (soprattutto quelli  assunti  dopo  il  15  agosto  2017)  ha
previsto condizioni di impiego meno favorevoli,  non  ha  contrastato
l'abuso di contratti a termine e non ha  garantito  il  rispetto  dei
limiti di  orario  di  lavoro  e  dei  riposi  previsti  dal  diritto
dell'Unione europea; dall'altro, la  nuova  procedura  n.  2025/2159,
avente  ad  oggetto  la  compatibilita'  con  il  diritto  UE   della
disciplina nazionale che regola il servizio prestato  dai  magistrati
onorari in  servizio  al  15  agosto  2017,  afferente  proprio  alla
disposizione censurata di  cui  all'art.  29,  comma  5  del  decreto
legislativo n. 116/2017, la cui lettera di messa  in  mora  e'  stata
acquisita agli atti del giudizio costituzionale. 
    Ad ogni modo, nella  sentenza  n.  71/2026  il  nodo  critico  ha
riguardato, in particolare, la legittimita' della «rinuncia  ad  ogni
ulteriore pretesa di  qualsivoglia  natura  conseguente  al  rapporto
onorario  pregresso»,   parendo   presumibilmente   riferirsi,   tale
complesso di prerogative, alle ferie  retribuite  riconosciute  dalla
direttiva 2003/88/CE; alla tutela previdenziale e assicurativa contro
gli infortuni e le malattie professionali; al risarcimento del  danno
da abusiva reiterazione degli incarichi  a  termine;  alle  eventuali
differenze retributive. 
    Sotto tale aspetto, la Corte ha chiarito - al paragrafo n.  17  -
che alla stregua dell'art. 29 del decreto legislativo n. 116/2017  «i
magistrati onorari in questione possono: 
        a) non partecipare alla procedura di conferma, nel qual  caso
cessano dal servizio (comma 7); in tale ipotesi, essi hanno  diritto,
salva la facolta' di rifiuto, a un'indennita' nella  misura  di  euro
2.500 o 1.500, al lordo delle ritenute fiscali, per ciascun  anno  di
servizio nel corso  del  quale  siano  stati  impegnati  in  udienza,
rispettivamente,  per  almeno  ottanta  giornate  o  per  un   numero
inferiore, e comunque per un importo complessivamente  non  superiore
alla somma  di  euro  50.000  lordi;  la  percezione  dell'indennita'
comporta rinuncia a ogni ulteriore  pretesa  di  qualsivoglia  natura
conseguente al rapporto onorario cessato (comma 2); 
        b) partecipare alla procedura di conferma, il  che  «comporta
rinuncia ad ogni ulteriore pretesa di qualsivoglia natura conseguente
al rapporto onorario pregresso» (comma 5); fermo restando,  tuttavia,
che in caso di mancato superamento della procedura  valutativa,  essi
«hanno  diritto,  salva  la  facolta'  di  rifiuto»,  alla  ricordata
indennita' (comma 2)». 
    Ha soggiunto che: 
        «dal combinato  disposto  delle  menzionate  disposizioni  si
ricava, in sostanza, che la rinuncia imposta dalla legge alle pretese
pregresse  opera  se  il  magistrato  onorario:  i)  partecipa   alla
procedura e la supera; ii) vi partecipa, non la supera e  sceglie  di
percepire l'indennita'; iii) non vi partecipa, cessa dal  servizio  e
sceglie  di  percepire  l'indennita'  (detto  in  altri  termini,  la
rinuncia consegue al superamento della procedura o,  alternativamente
a esso, all'accettazione dell'indennita')». 
    La Corte ha, quindi, evidenziato che: 
        «l'interpretazione del combinato disposto dei commi 2 e 5 del
citato art. 29, secondo  cui  la  rinuncia  consegue  non  alla  mera
partecipazione alla procedura di conferma, ma al suo superamento  (o,
in alternativa, all'accettazione dell'indennita'), e'  condivisa  sia
dall'Avvocatura  generale  dello  Stato  sia  dal   Ministero   della
giustizia  nella  circolare  del  dipartimento  per  gli  affari   di
giustizia 10 maggio 2022, n. 0102105.U». 
    Cio' significa, nella sostanza, che il  magistrato  onorario  che
non avesse superato la valutazione  avrebbe  comunque  avuto  accesso
all'indennita' (con rinuncia) o al contenzioso (senza indennita'); e,
pertanto,  le  conseguenze  della  rinuncia  hanno   direttamente   e
pienamente investito chi avesse gia'  conseguito  la  stabilizzazione
vedendosi, nel contempo, privato retroattivamente di tutte le pretese
gia' azionate in giudizio. 
    Nella dinamica del giudizio costituzionale, pertanto, non  si  e'
posta in contestazione la scelta tra stabilizzazione e  risarcimento,
ma la cumulabilita'  tra  la  stabilizzazione  con  il  monetizzabile
riconoscimento di specifici diritti. 
    La risposta della Corte e' stata che tale cumulo non  e'  imposto
dal diritto  comunitario,  ma  che,  piuttosto,  sarebbe  illegittimo
considerare la stabilizzazione come una  condizione  pregiudiziale  e
non negoziale per ottenere la rinuncia alle  pretese  di  cui  si  e'
detto. 
    A sostegno di tale posizione, e'  stata  richiamata  la  sentenza
c.d. P. del 27 giugno 2024,  causa  C-41/23,  con  cui  la  Corte  di
giustizia UE ha stabilito che l'art. 7 della direttiva  2003/88/CE  e
la clausola 4 dell'accordo quadro ostano a una normativa che  escluda
per  i  magistrati  onorari  comparabili  il  diritto  all'indennita'
feriale e alla tutela previdenziale-assicurativa; e che  la  clausola
5,  punto  1,  dell'accordo  quadro  osta  alla  reiterazione   degli
incarichi senza sanzioni effettive e dissuasive. 
    Ed e' stata, altresi', richiamata  la  sentenza  c.d.  P.  del  4
settembre 2025, causa C-253/24, con cui  il  giudice  comunitario  ha
statuito che la clausola 5, punto 1, dell'accordo quadro -  letta  in
combinato disposto con  la  clausola  4,  l'art.  7  della  direttiva
2003/88/CE e l'art. 31, par. 2 della Carta dei  diritti  fondamentali
dell'Unione  europea  -  osta  a  una  normativa  che  subordini   la
partecipazione alla procedura di  stabilizzazione  alla  rinuncia  al
diritto alle ferie annuali retribuite. 
    15.2. La sentenza n. 71/2026 ha, pero', scardinato il  «combinato
disposto» tra il comma 2 ed il  comma  5  dell'art.  29  del  decreto
legislativo n. 116/2017 ma, soprattutto, ha  inciso  sul  compromesso
finanziario posto a monte di tutta la riforma. 
    Ci si riferisce alla clausola  di  invarianza  finanziaria  («per
l'attuazione  delle  disposizioni  di   cui   al   presente   decreto
legislativo si provvede nel limite delle risorse finanziarie, umane e
strumentali  disponibili  a  legislazione  vigente,  senza  nuovi   o
maggiori oneri per la finanza pubblica», cfr. art. 35, comma 1). 
    La  previsione  relativa  alla  rinuncia  ai  diritti  pregressi,
oggetto di declaratoria di incostituzionalita',  avrebbe  in  realta'
dovuto  fungere  da  preventivo  scudo   fiscale,   nel   senso   che
l'ottenimento  della  stabilizzazione  avrebbe  dovuto  garantire  la
stabilita' delle risorse ministeriali  mediante  l'azzeramento  delle
possibili rivendicazioni economiche dei magistrati confermati, in tal
modo rendendo la spesa prevedibile e programmata. 
    In un certo senso, i prodromi  di  tale  aspirazione  sono  stati
rievocati dalla stessa Consulta nel passaggio in cui ha dato atto che
«secondo la Corte di giustizia, la  stabilizzazione  puo'  costituire
rimedio  in  forma  specifica  dell'illecito  unionale   dell'abusiva
reiterazione dei contratti a termine e, in quanto  tale,  esclude  la
necessita' che a esso si sommi un risarcimento per equivalente». 
    Ma la  sostanza  decisoria  si  e',  invero,  rivelata  ben  piu'
complessa. 
    La Corte ha, infatti, rilevato che «la vera posta in giuoco,  nel
caso in esame, e' costituita, per l'appunto,  dalla  tutela  di  tali
diritti. Esiste, cioe', una stretta interdipendenza tra la  posizione
processuale e quella sostanziale, sicche' il problema  di  fondo  che
occorre affrontare e' se sia compatibile con il  diritto  dell'Unione
la disposizione nazionale (qui censurata) che  impone  ai  magistrati
onorari,  quale  contropartita  della  stabilizzazione,  la  completa
rinuncia ai diritti conferiti  dal  medesimo  diritto  dell'Unione  e
relativi ai rapporti pregressi. In caso di risposta positiva  non  si
avrebbe alcuna lesione del diritto di agire in giudizio a  tutela  di
tali  diritti.  Viceversa,  se  quest'ultimi  non  potessero  formare
oggetto di una rinuncia imposta dalla legge come contropartita  della
stabilizzazione, allora vietare l'azione in giudizio  per  la  tutela
degli  stessi  costituirebbe  una  violazione  dell'art.   24   della
Costituzione e dell'art. 47 CDFUE». 
    Ed ha soggiunto, in chiave critica, che «ben  avrebbe  potuto  il
legislatore - nel prevedere la stabilizzazione dei magistrati onorari
- determinare il contenuto economico dei diritti loro  spettanti,  in
relazione alle ferie retribuite, alla  previdenza  e  all'assistenza,
anche in ragione dei compensi effettivamente percepiti dagli  stessi,
e comunque coordinando l'esigenza di riconoscere tali pretese con  il
principio  costituzionale  che  esclude  la  loro  equiparazione   ai
magistrati professionali e con il dato di fatto e di  diritto  che  i
magistrati onorari svolgono  un'attivita'  differente  da  quella  di
questi  ultimi,  specialmente  per  la  sua  minore  complessita'  e,
conseguentemente, per il piu' limitato impegno  e  le  piu'  limitate
competenze   che   per   il   suo    svolgimento    sono    richiesti
(differenziazioni,  queste,  su  cui  si  basano  sia  la  deroga  al
principio del concorso pubblico sia la riforma del 2017)». 
    Lo stigma di una normativa incompleta e' impresso  nel  passaggio
in cui la Corte ha prospettato che  «sara'  compito  del  legislatore
intervenire a dettare i criteri per la quantificazione del  contenuto
economico dei diritti dei magistrati onorari di derivazione  unionale
per  il  periodo  precedente  la  stabilizzazione,  con   particolare
riferimento a quello anteriore alla riforma operata  con  il  decreto
legislativo n. 116 del 2017, commisurandoli all'attivita' qualitativa
e quantitativa svolta e alla circostanza che, di regola,  non  ha  il
carattere dell'esclusivita'»; concludendosi che «nelle more  di  tale
intervento, non potra' che spettare al giudice comune - ove  accerti,
di fatto e secondo le coordinate tracciate dalla Corte di  giustizia,
la ricorrenza, nel caso concreto sottoposto al suo scrutinio,  di  un
rapporto di lavoro ai sensi del diritto dell'Unione - quantificare il
contenuto  economico  dei  ricordati  diritti  unionali  alle  ferie,
all'assistenza  e  alla  previdenza,  pur  sempre  nel  rispetto  dei
principi costituzionali sopra ricordati e, in particolare, della  non
equiparabilita' del trattamento economico dei  magistrati  onorari  a
quello dei magistrati professionali». 
    La Corte ha, pertanto, apertamente sollecitato  l'intervento  del
legislatore per porre rimedio  alla  lacuna  legislativa  conseguente
all'abrogazione del comma 5; ma trattandosi di enucleare dei «criteri
di quantificazione del contenuto economico» di  diritti  controversi,
incidenti su un numero assai vasto di destinatari e, quindi, da dover
improntare a valutazioni di sufficienza, congruita',  adeguatezza  ed
anche a criteri extragiuridici, di carattere politico  ed  economico,
nella pronuncia in questione il Giudice delle  leggi  non  ha  inteso
esprimersi spontaneamente sulla possibile estensione di  altre  norme
interne all'art. 29 per supplire alla predetta lacuna. 
    Una scelta che al Collegio appare comprensibile,  non  risultando
inedita  nella  giurisprudenza   costituzionale   ove   si   rifletta
sull'esito dell'articolato dibattito sviluppatosi intorno  alla  c.d.
tecnica delle rime obbligate. 
    Accade sovente che la Corte non elimini puramente e semplicemente
le disposizioni illegittime, ma rivendichi il potere di ricondurre  a
legittimita' quelle viziate, mediante l'introduzione di correzioni. 
    Ma alla base di tale decisione si pone l'idea di principio che da
una disposizione si puo'  trarre  una  sola  norma:  le  disposizioni
esistono  solo  come  norme,  ossia  come   regole   applicabili   da
determinati soggetti; anche se costoro possono  ricostruirle  secondo
criteri e con esiti molteplici, una volta che l'operazione  e'  stata
compiuta la disposizione vive solo nei termini in  cui  la  norma  e'
stata ricostruita; nel giudizio incidentale, la Corte  costituzionale
ben puo' dissentire dalla ricostruzione normativa  dell'ordinanza  di
rimessione, ma allora deve limitare il proprio giudizio a quell'unica
norma che ha ritenuto di trarre dal testo. 
    Diversamente, la Corte finirebbe per svolgere un ruolo di vera  e
propria  attuazione   positiva   erga   omnes   della   Costituzione,
particolarmente evidente quando cerca di colmare lacune  legislative;
e la differenza tra essa e  il  legislatore,  nonostante  la  formula
delle cd. rime obbligate, finirebbe per essere quantitativa piu'  che
qualitativa,  ancorche'  lo  stesso  sistema  politico  possa   forse
preferire di scaricare cosi' una parte delle proprie responsabilita'. 
    Autorevole dottrina ha concluso, dunque, che la teoria delle rime
obbligate non sarebbe  appagante  poiche'  spetterebbe  proprio  alla
Corte di indicare  vincolativamente  la  norma  che,  in  virtu'  del
sistema  normativo  vigente,  debba  prendere  il  posto  di   quella
dichiarata incostituzionale. 
    Il che - del  tutto  ragionevolmente  -  non  e'  avvenuto  nella
specie. 
    Il punto, pero', e' che a fronte della motivata  rimozione  delle
barriere al riconoscimento dei  diritti  di  derivazione  comunitaria
(ferie, previdenza, assistenza), non e' altrettanto accertato che  il
Giudice  delle  leggi  abbia  escluso  che  tali  diritti  non  siano
limitabili (o, comunque,  essere  controbilanciati  finanziariamente)
«nel rispetto dei  principi  costituzionali  sopra  ricordati  e,  in
particolare, della non equiparabilita' del trattamento economico  dei
magistrati onorari a quello dei  magistrati  professionali»:  non  e'
affatto certo, allora, che il riconoscimento dei diritti  di  matrice
unionale possa  avvenire  in  totale  indipendenza  dall'esigenza  di
contenimento della spesa pubblica, che costituisce  l'ossatura  della
riforma del 2017; o in applicazione  di  una  totale  (ed  inopinata)
equiparazione del trattamento della componente onoraria  alla  classe
stipendiale HH03,  propria  della  magistratura  togata:  profili  di
doglianza azionati  in  giudizio  dalla  ricorrente  e  che,  dunque,
assumono rilevanza dirimente ai fini dell'odierno decidere. 
    15.3. Tanto premesso, non e' secondario rilevare che, al  momento
del deposito del ricorso (23 gennaio 2024), la previsione di  cui  al
comma 5 era ancora pienamente efficace. 
    Tuttavia, poiche' ai sensi dell'art.  136  della  Costituzione  e
dell'art.  30  della  legge   n.   87/1953,   le   norme   dichiarate
incostituzionali cessano di avere  efficacia  dal  giorno  successivo
alla  pubblicazione  della  sentenza,  il  Collegio  e'  chiamato   a
ponderare - in vista della decisione della controversia  -  anche  le
conseguenze derivanti dalla gia' citata pronuncia n. 71/2026. 
    A tal fine, s'impone l'esame della disciplina dell'art. 29  sotto
una veste ulteriore, che e' quella della interdipendenza -  delineata
dalla  stessa  Corte  -  tra  le  posizioni  dei  magistrati  onorari
confermati, di quelli non  confermati  e  di  quelli  che  non  hanno
neppure partecipato alla procedura di conferma: perche', diversamente
opinando, verrebbe meno il fondamento del «combinato disposto» tra il
comma 5 (applicabile ai primi e dichiarato  incostituzionale)  ed  il
comma 2 (prima facie applicabile ai secondi  e  ai  terzi  e  rimasto
salvaguardato dalla predetta declaratoria). 
    L'istituto giuridico regolato dal comma 2, nel corso del giudizio
costituzionale, e'  stato  profilato  alla  stregua  di  un  «ristoro
economico» che «presupporrebbe la mancata partecipazione o il mancato
superamento delle procedure valutative di cui al successivo  comma  3
e,  dunque,  la  chiusura  del  rapporto  onorario  con  la  pubblica
amministrazione». 
    Ma si e',  anche,  profilato  che  «le  questioni  sollevate  dal
rimettente, invece, postulerebbero la necessita' del cumulo  di  tali
«benefici»,  con  la  conseguenza  che  quello   economico   previsto
dall'art.  29,  comma  2,  ovvero  quello  liquidato   dall'autorita'
giudiziaria andrebbero riconosciuti anche ai magistrati  onorari  che
abbiano superato la valutazione prevista dal comma 3 e  che,  quindi,
abbiano instaurato un rapporto a tempo indeterminato con la  pubblica
amministrazione sulla base  di  una  procedura  eccezionale,  a  essi
riservata proprio in ragione del pregiudizio precedentemente subito». 
    Resta, tuttavia, che «il caso  oggetto  del  giudizio  a  quo  e'
quello  (...)  regolato  dal  comma  5  dell'art.  29,  che   e'   la
disposizione censurata. I  casi  (...)  non  riguardano  il  predetto
giudizio  e  sono  regolati  dal  comma  2,   il   quale,   pertanto,
correttamente, non e' stato censurato dal rimettente». 
    Tutto cio' significando che il comma 2 non e'  stato  oggetto  di
alcuna delibazione. 
    Anche alla luce di tali considerazioni, l'unica soluzione diretta
ad evitare una possibile disparita' di trattamento tutta interna alle
tre  subcategorie  della  macrocategoria  interessata  -   disparita'
foriera di generare, da parte dei magistrati confermati, l'intrapresa
di un contenzioso di dirompente impatto sulla finanza pubblica «nelle
more» dell'intervento del legislatore per introdurre i  «criteri  per
la quantificazione del contenuto economico dei diritti dei magistrati
onorari  di  derivazione  unionale  per  il  periodo  precedente   la
stabilizzazione»  -  pare   doversi   decisamente   ricondurre   alla
disciplina positiva gia' posta nell'art. 29. 
    Di converso,  la  cartina  di  tornasole  dell'impossibilita'  di
«quantificare il contenuto economico dei ricordati  diritti  unionali
alle ferie, all'assistenza e alla previdenza, pur sempre nel rispetto
dei principi costituzionali sopra ricordati e, in particolare,  della
non equiparabilita' del trattamento economico dei magistrati  onorari
a quello dei magistrati professionali» e'  nell'esame  della  domanda
proposta da parte ricorrente, la quale ha  chiesto  la  condanna  del
Ministero della giustizia alla corresponsione della complessiva somma
di euro 758.973,08. 
    Tale domanda si riferisce,  dunque,  alle  spettanze  chieste  in
giudizio da una (la ricorrente) delle unita' comprese nel piu'  ampio
contesto di una «dotazione organica dei giudici onorari di pace e dei
vice procuratori onorari (...) fissata in numero complessivo di 6.000
unita'», come si legge nella relazione illustrativa relativa all'art.
29. 
    Un dato che, da solo,  pone  in  chiara  luce  -  sulla  base  di
un'elementare previsione correlata agli importi richiesti in rapporto
alla consistenza numerica dei soggetti potenzialmente interessati  ad
agire in giudizio  -  la  messa  a  repentaglio  dell'intero  sistema
programmato dalla riforma del 2017 e che, pertanto, proprio alla luce
delle  indicazioni  provenute  dalla  sentenza  n.   71/2026,   rende
improcrastinabile un nuovo intervento della Corte costituzionale, con
efficacia  erga  omnes  e   copertura   dell'intera   portata   della
disposizione di cui all'art. 29. 
    A tal proposito, si esclude, anzitutto, che un'adeguata soluzione
possa  provenire  dalle  statuizioni  contenute  nella  sentenza  del
Consiglio di Stato n.  2716/2026,  precedente  alla  declaratoria  di
incostituzionalita', la quale consta rappresentare, ad oggi,  l'unico
precedente che abbia affrontato l'oggetto del  contendere  alla  luce
degli ultimi sviluppi giurisprudenziali. 
    D'altronde, e' stata la stessa Corte, nella sentenza n.  71/2026,
a rimarcare che i giudizi afferenti ai diritti pregressi «hanno  dato
e continuano a dare luogo a esiti divergenti» e che la  sentenza  del
Consiglio di Stato sopra richiamata costituisce una «eccezione» ad un
orientamento di segno contrario. 
    15.4. Ritiene, quindi, il Collegio che  si  ponga  l'esigenza  di
disporre la rimessione alla Corte costituzionale della  questione  di
legittimita'  costituzionale  dell'art.  29,  comma  2  del   decreto
legislativo n. 116/2017 (in cui e' previsto che «I magistrati onorari
in servizio alla data di entrata in vigore del presente  decreto  che
non  accedano  alla   conferma,   tanto   nell'ipotesi   di   mancata
presentazione della domanda, quanto in quella di mancato  superamento
della procedura valutativa di cui al comma 3, hanno diritto, salva la
facolta' di rifiuto, ad un'indennita' pari, rispettivamente, ad  euro
2.500 al lordo delle ritenute fiscali, per ciascun anno  di  servizio
nel corso del quale il magistrato sia stato impegnato in udienza  per
almeno ottanta giornate, e ad euro  1.500  al  lordo  delle  ritenute
fiscali, per ciascun anno di servizio prestato nel corso del quale il
magistrato sia  stato  impegnato  in  udienza  per  meno  di  ottanta
giornate, e comunque nel limite complessivo pro capite di euro 50.000
al lordo delle ritenute fiscali. Il  servizio  prestato  per  periodi
superiori a sei mesi, ai fini del calcolo dell'indennita'  dovuta  ai
sensi del periodo precedente, e' parificato ad un anno. La percezione
dell'indennita'  comporta  rinuncia  ad  ogni  ulteriore  pretesa  di
qualsivoglia natura conseguente al rapporto onorario  cessato»),  per
contrasto con gli  articoli  3,  81,  97,  117,  primo  comma,  della
Costituzione, nella parte in cui tale disposizione non  sia  ritenuta
applicabile anche ai magistrati onorari confermati. 
    Questione,   palesemente,   indotta   dalla    declaratoria    di
incostituzionalita' del comma 5, che tuttavia non ha  in  alcun  modo
investito la disciplina di  cui  al  comma  2,  la  quale,  pertanto,
necessita di una profonda rimeditazione interpretativa. 
    Del resto, alla Corte e' certamente concesso di imporsi sul piano
dell'annullamento della  disposizione  incostituzionali,  come  nella
specie e' accaduto, ma non su quello - ben distinto e diverso  -  che
residua  dall'interpretazione  di  disposizioni  (come  il  comma  2)
evidentemente collegate a quella annullata,  e  cio'  fin  tanto  che
queste ultime non siano, anch'esse, colpite  dalla  dichiarazione  di
incostituzionalita'. 
    Ancora piu' precisamente: come si e' evidenziato in dottrina,  e'
vero che la Corte puo' colpire anche una possibilita'  interpretativa
(una   norma)   di   un   enunciato   con   la    dichiarazione    di
incostituzionalita' ad essa relativa e con effetti erga omnes; e puo'
perfino con una sentenza aggiuntiva o con una  pronuncia  sostitutiva
dichiarare incostituzionale nella disposizione, rispettivamente,  una
omissione ovvero una  asserzione  al  posto  di  un'altra  (cio'  che
risultera' poi  dall'aggiunta  di  un  ulteriore  enunciato  o  dalla
sostituzione di un enunciato con un altro), ma non potra'  mai  -  se
non  illegittimamente  privando  la  giurisdizione   della   liberta'
interpretativa ad essa assicurata dall'art. 101 della Costituzione  -
imporre una qualsivoglia interpretazione delle disposizioni di  legge
e  degli  enunciati  degli  atti-testi  normativi  vigenti,   neppure
adducendo che essa sia la «sola» conforme a Costituzione: spetta,  in
definitiva, ai giudici stabilire (o  convincersi)  che  essa  sia  la
«sola» conforme. 
    Questa la radice dei dubbi coltivati  dal  Collegio  mediante  la
presente ordinanza di rimessione. 
    15.5. Entrando nel merito delle questioni, si osserva che se alla
ricorrente si riconoscessero tout court gli emolumenti oggetto  della
domanda proposta in  giudizio,  si  porrebbe  un  contrasto  con  gli
articoli 3, 97 e 117, primo comma, della Costituzione in  conseguenza
di una doppia disparita': 
        1) una disparita' correlata alla  totale  e  scriteriata  (si
intende: priva di criteri) equiparazione, pure questa  manifestamente
invocata  dalla  ricorrente,  tra  magistrati  onorari  e  magistrati
togati; 
        2) una disparita', emergente all'interno della  categoria  in
esame, tra magistrati  confermati  e  magistrati  non  confermati  (e
cessati). 
    Va, a tal proposito, evidenziato che la sentenza n.  71/2026  non
ha toccato il nucleo del modello costituzionale della magistratura. 
    Lo stesso Consiglio di Stato, nella  sentenza  n.  1334/2024,  ha
riaffermato che «il profilo  volontaristico  a  base  dell'assunzione
delle  funzioni  giurisdizionali  da   parte   di   operatori   delle
professioni giuridiche e le condizioni di legge atte  ad  assicurarne
la natura onoraria  del  sottostante  rapporto  assumono  un  rilievo
decisivo nella presente  controversia.  Nella  prospettiva  delineata
dalla Corte di giustizia puo' infatti  affermarsi  che  i  magistrati
onorari non si trovano  in  situazioni  comparabili  con  quella  dei
magistrati  ordinari  per  legittime  ragioni  risalenti  al  modello
costituzionale di magistratura, che assegna ai secondi  la  giustizia
c.d. minore, sulla base di un rapporto di carattere onorario che trae
origine dall'esigenza di reperire adeguate  professionalita'  esterne
all'organizzazione  giudiziaria  statale   e   di   assicurare   loro
condizioni lavorative idonee a consentire di  continuare  a  svolgere
l'attivita' professionale  o  lavorativa  sulla  cui  base  e'  stato
assegnato l'incarico,  senza  concorso.  Risulta  pertanto  possibile
fugare in primo luogo i dubbi  di  conformita'  con  il  diritto  dei
trattati europei e  la  giurisprudenza  in  materia  della  Corte  di
giustizia  piu'  volte  menzionata,  nella  misura  in  cui   secondo
l'ordinamento giuridico interno  il  magistrato  onorario  oltre  che
rispondente al modello costituzionale di magistratura si  pone  quale
figura   di   giudice   reclutato   dal   mondo   delle   professioni
giuridico-forensi   per   l'esercizio   della   giurisdizione   nelle
controversie di  minore  importanza.  L'assunzione  dell'incarico  e'
riferibile dunque  ad  una  scelta  dell'interessato,  onorato  delle
funzioni giurisdizionali senza concorso  in  virtu'  delle  capacita'
dimostrate  nel  settore  professionale  in  cui  svolge  la  propria
attivita' lavorativa principale, che gli e' consentito  di  mantenere
per  tutta  la  durata  dell'incarico  e  che,  con  i  piu'  recenti
interventi normativi, puo' convertire in incarico stabile  in  regime
di esclusivita' e retribuzione adeguata ai sensi dell'art.  36  della
Costituzione sopra richiamato, e connesso trattamento  previdenziale.
Escluso dunque che in base alla  vigente  legislazione  nazionale  il
magistrato onorario si trovi in una situazione comparabile  a  quella
di un magistrato ordinario di carriera e  che  dunque  in  suo  danno
possa configurarsi un'ingiustificata discriminazione in suo danno, va
conseguentemente respinta la domanda di accertamento del rapporto  di
impiego proposta nel presente  giudizio  per  il  periodo  successivo
all'entrata  in  vigore  della  legge  di  riforma   organica   della
magistratura onoraria». 
    Pare  di  poter  affermare  che  la   portata   della   pronuncia
costituzionale e' nel  senso  che  l'ordinamento  della  magistratura
togata e della magistratura onoraria possano dirsi avvicinati, ma non
identificati,  nel  senso  che  l'art.  117,   primo   comma,   della
Costituzione    giustifica    l'integrazione    delle    disposizioni
costituzionali con quelle del diritto UE. 
    Si e', in altri termini, prospettata una tutela aggiuntiva per la
magistratura onoraria. 
    Il Giudice delle leggi  ha,  infatti,  precisato  che  non  possa
considerarsi legittima  la  pressione  istituzionale  di  perdere  il
lavoro quale condizione della  rinuncia  a  pretese  riconducibili  a
reddito da lavoro, ferma  restando  -  per  una  visione  onesta  del
problema - la concreta verifica  circa  l'effettiva  abdicazione,  da
parte  di   molti   magistrati   onorari,   ai   benefici   derivanti
dall'allontanamento    dalla    professione    forense    (sempreche'
quest'ultima fosse realmente esercitata). 
    Ma la compatibilita' con l'art. 117 non puo' ammettersi  in  modo
scriteriato. 
    Nella sentenza n. 71/2026 si e' rimarcato  che  «gia'  l'art.  11
della Costituzione ha consentito di dare un fondamento costituzionale
ai  principi  del  primato  e  dell'effetto   diretto   del   diritto
dell'Unione, veri architravi del suo ordinamento  giuridico»;  e  che
«l'art. 117, primo comma, della  Costituzione,  per  come  sostituito
dall'art.  3  della  legge  costituzionale  18  ottobre  2001,  n.  3
(Modifiche al titolo V della parte seconda della  Costituzione),  non
soltanto ha rafforzato la copertura costituzionale di detti  principi
-  che   differenziano   strutturalmente   l'Unione   europea   dalle
organizzazioni  internazionali  -  ma  giustifica  anche,  in  alcune
situazioni, l'integrazione delle disposizioni della Costituzione  con
quelle del diritto dell'Unione in quello che  potrebbe  definirsi  un
unico blocco di costituzionalita'». 
    Il Collegio nutre forti dubbi che nel novero  di  quelle  che  il
Giudice delle  leggi  ha  indicato  come  «alcune  situazioni»  possa
rientrare l'ipotesi di estendere  ai  magistrati  onorari,  come  nei
fatti  sostenuto  da  parte  ricorrente  e  condiviso  nella  recente
sentenza del Consiglio di Stato n.  2716/2026,  l'applicazione  della
classe stipendiale HH03,  cioe'  di  quella  propria  dei  magistrati
ordinari. 
    Cio' perche', anzitutto, nella sentenza n. 71/2026 si e' ribadito
che «la Costituzione (...) esclude categoricamente che  i  magistrati
professionali e quelli onorari godano del medesimo  status  giuridico
ed economico, a pena  di  violazione  dei  fondamentali  principi  di
eguaglianza e del  pubblico  concorso  per  l'accesso  alla  funzione
magistratuale, che concorre  ad  attuare  l'altrettanto  fondamentale
principio dell'indipendenza della  magistratura  dagli  altri  poteri
dello Stato (sentenza n. 41 del 2021), nella prospettiva  della  piu'
attenta tutela dei diritti dei consociati». 
    Una statuizione, questa, pienamente condivisa anche dal Collegio,
posto che, come ha chiarito la stessa sezione VII  del  Consiglio  di
Stato in altro  giudizio  (per  la  precisione,  in  sede  di  rinvio
pregiudiziale, cfr. 26 gennaio 2023, n. 906), «per il diritto interno
e' fondamentale distinguere fra rapporto di  impiego  e  rapporto  di
servizio, laddove  con  la  prima  nozione  si  fa  riferimento  alla
costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze della  pubblica
amministrazione (a tempo indeterminato, a tempo determinato o a tempo
parziale),  e  con  la  seconda  nozione,  invece,  si   intende   il
conferimento di una funzione, o munus publicum,  sulla  base  di  una
previsione di legge o per atto della pubblica amministrazione,  senza
che cio' comporti, necessariamente, la stipulazione di un rapporto di
lavoro o impiego (Corte di cassazione, sentenze n. 17862 del  2016  e
n. 99 del 2018)». 
    La ragione di tale differenza, ben lungi dal poter costituire una
discriminazione, e' stata efficacemente illustrata dalla Consulta, la
quale ha fatto presente che «per fare fronte alla  notoria  e  sempre
crescente  mole  di  lavoro  gravante  sulla  giurisdizione   e   per
rispondere alla  pressante  richiesta  di  una  giustizia  celere  ed
efficace, anche in  attuazione  del  principio  costituzionale  della
ragionevole durata dei processi, da tale  assetto  costituzionale  il
legislatore, in parte, e soprattutto la  prassi  si  sono  nel  tempo
allontanati». 
    Il Giudice delle leggi ha registrato che, per via legislativa, si
e' proceduto (o forse,  dovuto  procedere)  ad  un  «ampliamento  dei
compiti e delle funzioni attribuiti ai magistrati  onorari  (di  tale
scenario questa Corte ha gia' dato conto nella citata sentenza n.  41
del 2021, con specifico riferimento ai giudici ausiliari d'appello, e
nella sentenza n. 172 del 2021, con riferimento ai GOT), in  tensione
con il disegno costituzionale che richiede un  impiego  marginale  di
tale figura. Correlativamente, nella prassi, i magistrati onorari, in
forza di circolari del Consiglio superiore della magistratura (CSM) e
di direttive dei capi degli uffici, sono stati spesso impiegati negli
uffici di appartenenza in maniera tutt'altro che occasionale». 
    Pertanto, e' da ritenere  manifestamente  contraria  ai  principi
costituzionali ed alle statuizioni della Corte costituzionale,  sopra
richiamate, un'ipotesi rimediale della lamentata  discriminazione  in
danno  dei  giudici  onorari  che  si  risolvesse   in   una   totale
equiparazione (addirittura  di  classe  stipendiale)  con  i  giudici
togati, pronunciata in via pretoria in assenza di una disposizione di
diritto positivo. 
    La disciplina del trattamento economico e  giuridico,  anche  con
riguardo al pubblico impiego, e',  di  converso,  riconducibile  alla
materia «ordinamento civile», riservata alla  competenza  legislativa
esclusiva dello Stato (cfr. Corte costituzionale, 15 luglio  2021,  n
153). 
    Nella sentenza n. 71/2026, peraltro, si e' richiamata una recente
sentenza (cfr. Corte costituzionale, 19  novembre  2024,  n.  184)  -
avente ad oggetto la  parita'  di  trattamento  tra  uomini  e  donne
all'interno  dei  ruoli  delle  Forze  di  polizia,  con  particolare
riferimento al personale del Corpo di polizia penitenziaria  -  nella
quale si e' riaffermato che in  tema  di  ripristino  della  predetta
parita' «sara' il giudice a scegliere il  rimedio  piu'  appropriato,
ponderando le peculiarita' della vicenda sottoposta al suo esame»;  e
che, quindi, «l'interlocuzione con questa Corte, chiamata  a  rendere
una pronuncia  erga  omnes,  si  dimostra  particolarmente  proficua,
qualora l'interpretazione della normativa vigente non sia  scevra  di
incertezze o la pubblica amministrazione  continui  ad  applicare  la
disciplina controversa o le questioni interpretative siano foriere di
un impatto sistemico, destinato a dispiegare i suoi effetti ben oltre
il caso concreto, oppure qualora occorra effettuare un  bilanciamento
tra principi di carattere costituzionale». 
    Ritiene il Collegio che,  come  preconizzato  dal  Giudice  delle
leggi, la disciplina positiva risultante dall'abrogazione del comma 5
dell'art. 29 abbia determinato un quadro contrassegnato da  notevoli,
pronosticate,   «incertezze»   e   che,   appunto,   «le    questioni
interpretative siano foriere di un  impatto  sistemico,  destinato  a
dispiegare i suoi effetti ben oltre il caso concreto». 
    Lambirebbe, infatti, il paradosso che il  consolidamento  di  uno
spazio costituzionale europeo, auspicato dalla Corte  («per  impedire
frizioni, conflitti e disarmonie, che pregiudicano  la  certezza  del
diritto e possono indebolire la  necessaria  fiducia  tra  gli  Stati
membri  e  tra  questi  e   l'Unione,   e'   quindi   necessaria   la
collaborazione tra la Corte di  giustizia,  le  Corti  costituzionali
nazionali e il giudice comune (cui e' riservata la scelta del rimedio
giuridicamente piu' corretto in base alle circostanze  oggettive  del
caso), con l'obiettivo condiviso di assicurare il buon  funzionamento
dei  menzionati  sistemi  eurounionale  e  nazionali,   integrati   e
interdipendenti»), finisse  per  favorire  la  proliferazione  di  un
contenzioso che determinerebbe - in conclamata assenza di criteri  di
quantificazione certi ed equi per tutti i  magistrati  onorari  -  un
esborso di risorse  tale  da  porre  il  Ministero  resistente  nelle
condizioni di non poter garantire l'efficienza del sistema giustizia. 
    15.6. Allo stato, dunque, la cognizione  sulle  domande  proposte
nel presente giudizio (e,  in  prospettiva,  negli  altri,  pendenti,
giudizi  di  analogo  oggetto  proposti  innanzi  al  Tribunale)   si
tradurrebbe nella patente violazione: 
        A) del principio di differenziazione tra magistrati onorari e
magistrati togati, inciso soprattutto nella componente stipendiale  e
nei riflessi diritti che pertengono all'ambito previdenziale; 
        B) dei principi di contenimento della spesa  che  -  come  si
legge nella relazione illustrativa relativa all'art. 29 - allo  stato
e' limitata alla copertura finanziaria che il legislatore ha limitato
alle «unita' di magistrati onorari  in  servizio  che  opteranno  per
l'indennita' di fine prestazione», e cio' nel piu' ampio contesto  di
una «dotazione organica dei  giudici  onorari  di  pace  e  dei  vice
procuratori onorari (...) fissata  in  numero  complessivo  di  6.000
unita'». Tali violazioni concreterebbero una pronuncia contraria alle
norme costituzionali. 
    Ne' potrebbe, in contrario, opporsi  la  decisivita'  del  monito
finale della Corte («non potra' che spettare al giudice comune -  ove
accerti, di fatto e secondo le coordinate tracciate  dalla  Corte  di
giustizia,  la  ricorrenza,  nel  caso  concreto  sottoposto  al  suo
scrutinio, di un rapporto di lavoro ai sensi del diritto  dell'Unione
- quantificare il contenuto economico dei ricordati diritti  unionali
alle ferie, all'assistenza e alla previdenza, pur sempre nel rispetto
dei principi costituzionali sopra ricordati e, in particolare,  della
non equiparabilita' del trattamento economico dei magistrati  onorari
a quello dei magistrati professionali»), considerato  che  l'apertura
della  Corte  costituzionale  verso  il  parametro  integrato  e   il
sindacato sulle norme interne contrastanti con il diritto dell'Unione
europea si fondano su una  logica  di  complementarita'  tra  rimedi,
nella  quale  resta  affidato  al  giudice  comune  il   compito   di
selezionare, alla luce delle peculiarita' della fattispecie concreta,
lo strumento di tutela piu' appropriato  («e'  il  giudice  comune  a
decidere, in relazione alle caratteristiche  del  caso  concreto,  se
disapplicare la legge oppure sollevare una questione di  legittimita'
costituzionale, ferma restando la possibilita' di proporre un  rinvio
pregiudiziale alla Corte di giustizia, ex art. 267 TFUE», cfr.  Corte
costituzionale, 15 ottobre 2024, n. 210). 
    15.7. In chiave additiva - impregiudicato restando l'effettivo  e
risoluto esercizio  della  potesta'  legislativa,  a  chiare  lettere
sollecitato  dal  Giudice  delle  leggi  -   l'unica   ricostruzione,
costituzionalmente orientata, di un quadro normativo  inevitabilmente
divenuto malfermo e problematico,  e'  rappresentata  ad  avviso  del
Collegio  dall'estensione  dell'art.  29,  comma  2   ai   magistrati
confermati,     trattandosi     di     rimedio      di      carattere
risarcitorio/compensativo che si  traduce  in  un  «ristoro»  per  le
perdite subite dai magistrati onorari in  conseguenza  del  pregresso
svolgimento del rapporto di servizio  sovrastante  l'esercizio  delle
relative funzioni. 
    La disposizione in parola, a dire il  vero,  squaderna  gia'  dei
«criteri». 
    Essa prevede che l'indennita' sia calcolata facendo riferimento a
«ciascun anno di servizio prestato nel corso del quale il  magistrato
sia stato impegnato in udienza», e sia differenziata  a  seconda  del
numero degli impegni effettivamente sostenuti, ossia del numero delle
«giornate di udienza» che il magistrato onorario abbia tenuto o a cui
abbia partecipato nel corso di ciascun anno di riferimento, il  tutto
a partire  dalla  data  di  presa  di  possesso  e  non  dal  decreto
ministeriale di nomina del magistrato onorario. 
    L'indennita' in questione matura «per ciascun  anno  di  servizio
nel corso del quale il magistrato sia stato impegnato in udienza» per
«almeno  ottanta  giornate»  o  «per  meno  di   ottanta   giornate»,
espressamente «parificando ad un  anno»  il  servizio  prestato  «per
periodi superiori a sei mesi»:  si  tratta,  inoltre,  di  una  somma
corrisposta una  tantum  e  commisurata  al  servizio  effettivamente
prestato. 
    Aspetto di compendio di tale disposizione, investe il trattamento
fiscale da applicare alla indennita' di cui all'art. 29, comma 2. 
    La Direzione generale degli affari interni  del  Ministero  della
giustizia, in risposta ad  un  quesito  (cfr.  DAG  210618.U  del  19
ottobre 2023), ha osservato che in assenza di  esplicite  indicazioni
normative in merito al trattamento fiscale della indennita',  debbano
essere valorizzati i lavori parlamentari di approvazione della  norma
in questione. 
    Durante tali lavori si e' prospettato, in sede ministeriale,  che
l'indennita' debba essere sottoposta, ai  sensi  e  per  gli  effetti
dell'art. 6, comma 2,  TUIR,  allo  stesso  trattamento  fiscale  del
reddito «sostituito», quindi al trattamento  dei  compensi  percepiti
dal magistrato onorario, in corso di rapporto. 
    Pertanto,  trattandosi  di  giudici  di  pace,  nonche'  di  vice
procuratori onorari e giudici onorari di tribunale del contingente ad
esaurimento, il cui reddito, in costanza di rapporto, era (nel  primo
caso) sempre assimilato a quello di lavoro dipendente (art. 50, comma
1, lett. f) TUIR, nella formulazione vigente fino al 15 agosto  2017)
e (negli altri due casi) era di regola assimilato a quello di  lavoro
dipendente, salvo che non svolgessero al contempo, in via prevalente,
un'arte  o  professione  (cfr.  l'art.  53,  comma  1,   TUIR   nella
formulazione antevigente al  decreto  legislativo  n.  116/2017),  il
trattamento fiscale dell'indennita' dovrebbe  essere  quello  proprio
dei redditi assimilati, salve le ipotesi gia'  previste  dal  prefato
art. 53. 
    Alle stesse conclusioni parrebbe condurre  l'art.  51,  comma  1,
TUIR, per il quale «1. Il reddito di lavoro dipendente e'  costituito
da tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo  percepiti
nel periodo d'imposta, anche sotto forma di erogazioni  liberali,  in
relazione al rapporto di lavoro». 
    Alla luce di  quanto  rilevato,  non  si  ravvisano  elementi  di
potenziale discriminazione tra i magistrati confermati e  quelli  non
confermati  (e,  dunque,  cessati),  dall'applicazione  del  medesimo
ristoro: comune e pienamente sovrapponibile si appalesa, infatti,  il
percorso professionale anteriore  al  filtro  selettivo  propedeutico
alla stabilizzazione, vale  a  dire  la  consistenza  quantitativa  e
qualitativa del  pregresso  servizio  prestato  alle  dipendenze  del
Ministero resistente. 
    Sarebbe, di contro,  manifestamente  contraria  al  principio  di
uguaglianza la mancata estensione  della  tutela  del  comma  2  alla
fattispecie  oggetto  del  contendere,  che  oggi  sconta  un   vuoto
normativo cui non e' possibile porre rimedio  attraverso  l'esercizio
di un sindacato giurisdizionale privo di criteri  di  quantificazione
dei diritti controversi: situazione suscettibile di  determinare  una
discriminazione  ingiustificata  tra  categorie  di   magistrati   di
formazione e di esperienza professionale del tutto omogenee. 
Sui presupposti di ammissibilita' e rilevanza (punti 16 - 17). 
    16.  Il  Collegio  ritiene  utile  precisare  che  la   sollevata
questione di non manifesta infondatezza e' da ritenere ammissibile  e
rilevante, e cio' ai sensi dell'art.  23,  comma  2  della  legge  n.
87/1953 («L'autorita' giurisdizionale, qualora il giudizio non  possa
essere definito indipendentemente dalla risoluzione  della  questione
di  legittimita'  costituzionale  o  non  ritenga  che  la  questione
sollevata sia  manifestamente  infondata,  emette  ordinanza  con  la
quale, riferiti i termini ed  i  motivi  della  istanza  con  cui  fu
sollevata la questione, dispone l'immediata trasmissione  degli  atti
alla Corte costituzionale e sospende il giudizio in corso»). 
    In   applicazione   delle   statuizioni   della    giurisprudenza
costituzionale la rilevanza di tali questioni senz'altro «esprime  il
rapporto che dovrebbe correre fra la soluzione della questione  e  la
definizione  del  giudizio  in  corso»  (sentenza  n.  13/1965);  una
relazione che, in effetti, si pone «come presupposto  necessario  del
giudizio a quo  e  con  incidenza  sulle  norme  cui  il  giudice  e'
direttamente chiamato a dare applicazione» (sentenza n. 45/1972), nel
senso che la disciplina di cui all'art. 1, comma 5, primo periodo del
decreto-legge n. 104/2023, convertito con modificazioni  dalla  legge
n.  136/2023,  prefigura  un  «effettivo  e  concreto   rapporto   di
strumentalita' fra la risoluzione  della  questione  di  legittimita'
costituzionale e la definizione del giudizio principale» (sentenza n.
282/1998),  tenuto  conto  che  la  «rilevanza  della   questione   e
applicabilita' della  legge  nel  giudizio  di  merito  costituiscono
termini   inscindibili»,   con   la   conseguenza   che   l'eventuale
annullamento in sede  costituzionale  delle  disposizioni  contestate
spiegherebbe una diretta influenza sul presente giudizio (sentenze n.
184/2006, n .422/1994, n.  62/1993,  n.  10/1982,  n.  90/1968  e  n.
132/1967). 
    17. Alla stregua delle precedenti considerazioni, atteso  che  la
controversia  risulta,  allo  stato,  insuscettibile  di  definizione
indipendentemente dalla  risoluzione  della  delineata  questione  di
legittimita' costituzionale, il giudizio va sospeso e va rimessa alla
Corte costituzionale, ai  sensi  dell'art.  134  della  Costituzione,
dell'art. 1 della legge  costituzionale  9  febbraio  1948,  n.  1  e
dell'art. 23 della legge 11  marzo  1953,  n.  87,  la  questione  di
legittimita' costituzionale riguardante la violazione  dell'art.  29,
comma 2 del decreto legislativo n. 116/2017  per  contrasto  con  gli
articoli 3, 81, 97, 117, primo comma, della Costituzione, nella parte
in cui tale  disposizione  non  sia  ritenuta  applicabile  anche  ai
magistrati onorari confermati,  il  tutto  nei  termini  espressi  in
motivazione.  

 
                               P.Q.M. 
 
    Il Tribunale  amministrativo  regionale  per  il  Lazio  (Sezione
prima), parzialmente ed interlocutoriamente pronunziando sul ricorso,
come in epigrafe indicato, con la presente ordinanza cosi' dispone: 
        dichiara - visti gli artt. 134 della  Costituzione,  1  della
legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, e 23 della legge 11 marzo
1953, n. 87 - rilevante e non manifestamente infondata  la  questione
di legittimita' costituzionale dell'art.  29,  comma  2  del  decreto
legislativo n. 116/2017 per contrasto con gli  articoli  3,  81,  97,
117, primo  comma,  della  Costituzione,  nella  parte  in  cui  tale
disposizione non sia ritenuta applicabile anche ai magistrati onorari
confermati, il tutto nei termini espressi in motivazione; 
        sospende, conseguentemente, il giudizio ed ordina l'immediata
trasmissione degli atti alla Corte costituzionale; 
        ordina che, a cura della Segreteria,  la  presente  decisione
sia notificata alle parti ed al Presidente del Consiglio dei ministri
e comunicata ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera
dei deputati. 
    Cosi' deciso in Roma nella Camera  di  consiglio  del  giorno  24
giugno 2026 con l'intervento dei magistrati: 
        Roberto Politi, Presidente; 
        Angelo Fanizza, consigliere, estensore; 
        Matthias Viggiano, primo referendario. 
 
                        Il Presidente: Politi 
 
                                                 L'estensore: Fanizza