Reg. ord. n. 157 del 2026 pubbl. su G.U. del 07/10/2026 n. 40

Ordinanza del Corte dei conti  del 27/08/2026

Tra: C. M.



Oggetto:

Giurisdizione contabile – Responsabilità amministrativa e contabile – Modifiche all’art. 1 della legge n. 20 del 1994 – Potere di riduzione – Previsione che, salvi i casi di danno cagionato con dolo o di illecito arricchimento, la Corte dei conti esercita il potere di riduzione ponendo a carico del responsabile, in quanto conseguenza immediata e diretta della sua condotta, il danno o il valore perduto per un importo non superiore al 30 per cento del pregiudizio accertato e, comunque, non superiore al doppio della retribuzione lorda conseguita nell’anno di inizio della condotta lesiva causa dell’evento o nell’anno immediatamente precedente o successivo, ovvero non superiore al doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per il servizio reso all’amministrazione o per la funzione o l’ufficio svolti, che hanno causato il pregiudizio – Disciplina transitoria che estende tale previsione anche ai procedimenti e ai giudizi pendenti, non definiti con sentenza passata in giudicato alla data di entrata in vigore della legge n. 1 del 2026 – Denunciata disparità di trattamento tra il dipendente pubblico e l’amministratore pubblico che beneficiano, tra l’altro con effetto retroattivo, in sede contabile, di una limitazione simbolica e “indennitaria” rispetto al dipendente privato, il privato cittadino o il libero professionista – Violazione del canone indicato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 132 del 2024 rappresentato da una “equa ripartizione del rischio del danno”, mediante una normativa iniqua e sbilanciata considerato l’accollo sui bilanci pubblici del danno non recuperabile dal suo autore – Lesione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza intrinseca ed estrinseca – Irragionevolezza della scelta legislativa dato che, nel concorso tra azione civile ed azione contabile sul medesimo fatto dannoso e sul medesimo soggetto autore della condotta, innanzi al primo plesso giurisdizionale il recupero sarà pieno e integrale, mentre presso la Corte dei conti il recupero sarà parziale e quasi simbolico – Contrasto con il principio di concentrazione processuale – Disparità di trattamento rispetto al personale sanitario, maggiormente esposto a rischi, che gode di un deteriore tetto pari a tre annualità di stipendio – Irrazionalità intrinseca della norma che, con portata retroattiva, sancisce un “doppio tetto” generalizzato al risarcimento per qualsiasi dipendente o amministratore, senza alcuna valutazione in concreto della maggiore, minore o inesistente rischiosità delle mansioni svolte da tutelare con il favor normativo – Violazione del principio di proporzionalità punitiva e risarcitoria – Incoerenza sistematica della previsione di un’ulteriore tutela, ovvero il tetto alla condanna risarcitoria, comunque già coperta ope legis dalla polizza assicurativa – Disciplina incoerente poiché solo per la responsabilità amministrativo-contabile il legislatore introduce un premio, rappresentato dal doppio tetto, a fronte di condotte connotate da colpa grave dell’agente dipendente o amministratore pubblico – Scelta legislativa sbilanciata verso la sotto-deterrenza, a discapito della responsabilizzazione del funzionario e amministratore pubblico, dell’efficienza amministrativa e a discapito del bilancio pubblico aggravato dal costo della irresponsabilità di amministratori e dipendenti pubblici – Intervento normativo sproporzionato e irragionevole – Discrasia applicativa della medesima norma, poiché a casi identici di danno erariale, innanzi al medesimo giudice si applicherebbero ope legis criteri quantificatori irragionevolmente diversi in base alla mera circostanza che l’autore del medesimo danno sia un privato legato da rapporto di servizio alla P.A, meno tutelato, o un dipendente/amministratore pubblico, più tutelato – Irragionevole applicazione del doppio tetto, che favorisce gli autori di condotte gravemente colpose dalle rilevanti ricadute erariali, ove opera il tetto retributivo, rispetto ad autori di danni minimali, ove opera il tetto percentuale del 30% – Previsione retroattiva che, a fronte di fatti analoghi o identici, determina una disparità di trattamento rispetto ai dipendenti e amministratori, i cui giudizi siano stati definiti con sentenza passata in giudicato, soggetti al previgente più rigoroso regime, retto dal pieno risarcimento del danno erariale – Lesione della legittima aspettativa della P.A., danneggiata da condotte gravemente colpose di amministratori e dipendenti pubblici, finalizzata a far valere, tramite la Procura contabile, la responsabilità, con un risarcimento pari all’intero pregiudizio arrecato al patrimonio pubblico – Violazione della prerogativa-funzione propria del giudice di procedere, nell’esercizio della giurisdizione contabile, alla determinazione, secondo il suo prudente apprezzamento, dell’intero pregiudizio risarcibile – Norma retroattiva immediatamente operante incoerente con gli obiettivi legislativi poiché, da una parte, priva l’amministrazione della possibilità di ottenere il risarcimento integrale del danno patito anche per le fattispecie perfezionatesi nel vigore della precedente disciplina, e, dall’altra, non consente di ottenere, per le medesime fattispecie, i vantaggi dell’incameramento certo della somma, conseguenti all’obbligo di copertura assicurativa differito al 2027 – Violazione dei principi di uguaglianza e ragionevolezza – Lesione del diritto alla tutela giurisdizionale, poiché la P.A. danneggiata viene privata per legge del diritto ad essere pienamente ristorata – Rinuncia indiscriminata al credito erariale che elimina la funzione deterrente e risarcitoria della responsabilità erariale, incentivando l'incuria e violando l'obbligo di buon andamento dell’amministrazione e di sana gestione finanziaria – Previsione che fomenta l’irresponsabilità e la gravemente colposa inosservanza delle leggi, con evidente irragionevolezza intrinseca – Lesione dei principi dell’equilibrio di bilancio e della copertura finanziaria delle spese – Normativa che, estinguendo un credito determinato per impedirne il recupero, interferisce con l'esercizio in concreto della funzione giurisdizionale, sottraendo al giudice contabile una specifica res litigiosa e vanificando l'azione della procura erariale – Violazione degli obblighi internazionali attesa la compressione di beni fondamentali, vale a dire i crediti erariali, mancando un giusto equilibrio tra le esigenze dell’interesse generale e la salvaguardia dei diritti fondamentali – Lesione dell’indipendenza della magistratura contabile – Compromissione del principio di pienezza ed effettività della tutela giurisdizionale – Intervento legislativo che mortifica gli assetti difensivi, sul piano processuale, e al contempo incide retroattivamente sul diritto al risarcimento del danno sul piano sostanziale – Violazione del principio del giusto processo e della parità delle armi – Compressione dell’autonomia finanziaria degli enti locali mediante la riduzione legislativa del credito risarcitorio loro spettante – Previsioni che determinano un'impunità diffusa o l'impossibilità di recuperare risorse a tutela degli interessi finanziari dell'Unione Europea – Violazione dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea. 

Norme impugnate:

legge  del 14/01/1994  Num. 20  Art. 1  Co. 1 introdotto dalla
legge  del 07/01/2026  Num. 1
legge  del 07/01/2026  Num. 1  Art. 6


Parametri costituzionali:

Costituzione   Art. 3 
Costituzione   Art. 11 
Costituzione   Art. 24 
Costituzione   Art. 81 
Costituzione   Art. 97 
Costituzione   Art. 103    Co. 2 
Costituzione   Art. 104 
Costituzione   Art. 108 
Costituzione   Art. 111 
Costituzione   Art. 117    Co. 1 
Costituzione   Art. 119 
Convenzione per la salvaguardia diritti dell'uomo e libertà fondamentali   Art. 6 
Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia diritti dell'uomo e libertà fondamentali   Art. 1 
Trattato sul funzionamento dell'Unione europea   Art. 325 
Disposizioni sulla legge in generale   Art. 11 


Udienza Pubblica del 23 febbraio 2027  rel. 


Testo dell'ordinanza

                        N. 157 ORDINANZA (Atto di promovimento) 27 agosto 2026

Ordinanza del  27  agosto  2026  della  Corte  dei  conti  -  Sezione
giurisdizionale   per   la   Regione   Lombardia nel   giudizio    di
responsabilita' a carico di C. M.. 
 
Giurisdizione contabile - Responsabilita' amministrativa e  contabile
  - Modifiche all'art. 1 della legge n.  20  del  1994  -  Potere  di
  riduzione - Previsione che, salvi i casi  di  danno  cagionato  con
  dolo o di illecito arricchimento, la Corte dei  conti  esercita  il
  potere di riduzione ponendo a carico del  responsabile,  in  quanto
  conseguenza immediata e diretta della sua condotta, il danno  o  il
  valore perduto per un importo non superiore al  30  per  cento  del
  pregiudizio accertato e, comunque, non superiore  al  doppio  della
  retribuzione lorda conseguita nell'anno di  inizio  della  condotta
  lesiva causa dell'evento o nell'anno  immediatamente  precedente  o
  successivo, ovvero non superiore  al  doppio  del  corrispettivo  o
  dell'indennita' percepiti per il servizio reso  all'amministrazione
  o per  la  funzione  o  l'ufficio  svolti,  che  hanno  causato  il
  pregiudizio - Disciplina transitoria che  estende  tale  previsione
  anche ai procedimenti e  ai  giudizi  pendenti,  non  definiti  con
  sentenza passata in giudicato alla data di entrata in vigore  della
  legge n. 1 del 2026. 
- Legge  14  gennaio  1994,  n.  20  (Disposizioni  in   materia   di
  giurisdizione e controllo della Corte dei  conti),  art.  1,  comma
  1-octies,  come  introdotto  dalla  legge  7  gennaio  2026,  n.  1
  (Modifiche alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, e altre  disposizioni
  nonche' delega al Governo in materia di funzioni  della  Corte  dei
  conti e di responsabilita' amministrativa e per danno erariale),  e
  art. 6 della medesima legge n. 1 del 2026. 


(GU n. 40 del 07-10-2026)

 
                         LA CORTE DEI CONTI 
 
          Sezione giurisdizionale per la Regione Lombardia 
 
    Composta dai magistrati: 
        Vito Tenore - Presidente; 
        Walter Berruti - giudice relatore; 
        Pia Manni - giudice. 
    Ha  pronunciato   la   seguente   ordinanza   nel   giudizio   di
responsabilita' amministrativa iscritto al n. 31012 del  registro  di
segreteria, promosso dalla Procura regionale nei confronti di: 
        M. dott. C.,  nato  a...  il...,  ivi  residente,  C.F.  ...,
rappresentato e difeso dall'avv. Giacomo Galazzo, del Foro di  Pavia,
giusta procura in calce alla comparsa di costituzione. 
    Uditi, all'udienza del  10  giugno  2026,  con  l'assistenza  del
segretario Irene  Lagana',  il  pubblico  ministero  dott.  Francesco
Foggia e l'avv. Giacomo Galazzo per il convenuto. 
 
                                Fatto 
 
    1. Con atto di citazione depositato in data 17  dicembre  2025  e
notificato in data 21 gennaio 2026 la Procura regionale ha  convenuto
in giudizio il dott.  C.  M.,  quale  responsabile  del  servizio  di
gestione e amministrazione del personale del Comune di (...)  per  un
asserito danno erariale derivante al comune  da  un  giudizio  civile
promosso dalla dipendente comunale I. L. cessata dal servizio in data
..., per ottenere la monetizzazione delle  ferie  maturate  nell'anno
... e non godute per esigenze di servizio. 
    Nonostante l'istanza in via amministrativa fosse stata presentata
il... e reiterata il... seguente per il  tramite  dell'organizzazione
sindacale, con espressa  diffida  ad  adire  le  vie  giudiziali,  il
convenuto, pur  avendo  avviato  ed  istruito  il  procedimento,  non
assumeva alcuna determinazione nei termini di  legge.  Solo  dopo  la
notifica di un ricorso giurisdizionale proposto innanzi al  Tribunale
di Pavia, il comune aveva  provveduto,  nel  ...,  alla  liquidazione
delle ferie non godute e al pagamento delle spese legali liquidate in
euro 3.276,46. 
    Secondo la Procura tale importo andava addebitato al dott.  M.  a
titolo di danno erariale arrecato al Comune di ... per la  mancata  e
tempestiva conclusione del  procedimento,  poiche',  in  qualita'  di
responsabile del personale e del procedimento, egli aveva ricevuto le
istanze  e  ne  aveva  avviato  l'istruttoria  senza  pero'   curarsi
dell'adozione del provvedimento  finale.  Sussisterebbero  infatti  i
presupposti   della   responsabilita'   amministrativa   ossia:    la
sussistenza del rapporto di servizio tra il  convenuto  e  il  Comune
di..., in  forza  di  convenzione  con  l'Unione  dei  comuni  «Terre
Viscontee - Basso Pavese» e  del  decreto  del  sindaco  di  ...  che
attribuiva al M. la competenza in materia di gestione  del  personale
comunale;  la  condotta  omissiva  del  convenuto,  consistita  nella
mancata conclusione del procedimento avviato dalla ex dipendente  nei
termini di cui all'art.  2  della  legge  n.  241/1990;  la  pacifica
spettanza dell'emolumento richiesto in base alla normativa di settore
richiamata in citazione (art. 5 decreto-legge n.  95/2012;  art.  38,
comma  11  CCNL  16  novembre  2022  del  Comparto  ee.ll.)  e  della
giurisprudenza nazionale ed unionale (CGUE sentenza 18  gennaio  2024
causa C-218/22, che  ha  ribadito  il  diritto  del  lavoratore  alla
remunerazione  delle  ferie  non  godute  in  caso  di  dimissioni  e
precisato come tale diritto non possa essere  limitato  a  causa  del
motivo di cessazione del rapporto di lavoro e  che,  pertanto,  anche
nel caso di dimissioni volontarie, il  lavoratore  e'  legittimato  a
richiedere al datore di lavoro  la  monetizzazione  delle  ferie  non
godute); il  nesso  causale  e  la  colpa  grave,  ravvisabile  nella
protratta inerzia del convenuto  a  fronte  delle  reiterate  istanze
della dipendente e delle risultanze dell'istruttoria. 
    Con istanza depositata il 18 marzo 2026 il convenuto chiedeva che
fosse disposta la restituzione degli atti al PM  ex  art.  83  c.g.c.
alla luce dello ius superveniens della legge n. 1/2026 che ha  inciso
sulla definizione di colpa grave e sul potere riduttivo. 
    2. Il convenuto si costituiva in giudizio con comparsa in data 18
maggio  2026.  Egli  insisteva  nell'istanza,  gia'  depositata,   di
trasmissione degli atti alla Procura regionale ex art. 83  c.g.c.  In
via istruttoria chiedeva prova per interpello e  testi  ex  art.  94,
commi 3 e 4 c.g.c. Nel merito contestava la sussistenza del  rapporto
di servizio, evidenziando che: non era dipendente del Comune di  ...,
ne' dell'Unione dei comuni, ma operava per quest'ultima con  incarico
a titolo gratuito; la nomina quale  responsabile  del  personale  del
comune di ... non sarebbe efficace in mancanza del trasferimento  del
personale addetto all'ufficio; la normativa (TUEL e CCNL di  settore)
distingue  la  gestione  del  personale  dell'Unione  da  quella  dei
dipendenti comunali,  che  resta  in  capo  al  comune  titolare  del
rapporto di lavoro; la Convenzione  per  la  gestione  associata  del
personale non sarebbe stata operativa in assenza di  trasferimento  o
comando di  personale  dai  Comuni  all'Unione;  lo  statuto  di  ...
attribuisce espressamente al segretario comunale la funzione di  capo
del personale, con competenza sulla gestione giuridica  del  rapporto
di lavoro. Contesta la ricorrenza della colpa grave,  sia  prima  che
dopo la legge n. 1/2026, in quanto: la questione della monetizzazione
delle   ferie   non   godute   presentava   obiettive    complessita'
interpretative, come attestato dalla  giurisprudenza  amministrativa;
egli non e' rimasto inerte  avendo  comunque  avviato  l'istruttoria,
segnalato  la  giurisprudenza  rilevante,  richiesto  il  parere  del
segretario comunale e prospettato anche la possibilita' di rivolgersi
alla Corte dei  conti;  il  suo  ruolo  era  comunque  limitato  alla
gestione finanziaria, con apposizione del solo visto  contabile,  che
non  implica  valutazioni  di  legittimita'  amministrativa.  Ritiene
mancante  anche  il  nesso  causale  in  quanto:  le  istanze   della
dipendente  erano  indirizzate  al  sindaco  e  al   segretario;   le
interlocuzioni  con  la   lavoratrice   sarebbero   sempre   avvenute
all'interno  del  comune;  il  convenuto  non  era   formalmente   il
responsabile del procedimento ex legge n.  241/1990.  Egli  evidenzia
poi il concorso causale  di  altri  funzionari,  in  particolare  del
segretario comunale. 
    Concludeva per il rigetto della  domanda  anche  in  applicazione
dello scudo erariale ex art. 21, comma 2 del decreto-legge n. 76/2020
e, in via subordinata, per l'applicazione  del  potere  riduttivo  ex
legge n. 1/2026 ovvero la sospensione del giudizio  in  attesa  della
decisione della Corte costituzionale sulla nuova disciplina. 
    3. All'udienza del 10  giugno  2026,  le  parti  argomentavano  e
richiamavano le rispettive conclusioni come in atti. Il  giudizio  e'
stato quindi trattenuto a decisione. 
 
                       Motivi della decisione 
 
    1. Va premesso che la causa e' in  condizione  di  essere  decisa
essendo  ampiamente  istruita  documentalmente  senza  le   richieste
istruttorie del convenuto e  non  ricorrendo  i  presupposti  per  la
trasmissione degli atti alla Procura ai sensi dell'art. 83,  comma  3
c.g.c., a mente del quale «Soltanto qualora nel  corso  del  processo
emergano fatti  nuovi  rispetto  a  quelli  posti  a  base  dell'atto
introduttivo del giudizio, il giudice ordina  la  trasmissione  degli
atti al pubblico ministero per le valutazioni  di  competenza,  senza
sospendere il processo.  Il  pubblico  ministero  non  puo'  comunque
procedere nei confronti di  soggetto  gia'  destinatario  di  formale
provvedimento di archiviazione, ovvero di soggetto per il quale,  nel
corso dell'attivita' istruttoria precedente l'adozione dell'invito  a
dedurre, sia stata valutata  l'infondatezza  del  contributo  causale
della  condotta  al  fatto  dannoso,  salvo  che   l'elemento   nuovo
segnalatogli consista in un fatto sopravvenuto, ovvero  preesistente,
ma dolosamente occultato, e ne sussistano motivate ragioni». 
    La trasmissione degli atti al PM,  come  l'analogo  istituto  del
processo penale regolato dall'art. 521 del codice di procedura penale
(che esprime il noto principio di correlazione tra accusa e  sentenza
per cui il giudice puo'  cambiare  la  qualificazione  giuridica  del
reato, ma deve trasmettere gli atti al pubblico ministero se il fatto
storico  risulta  diverso   rispetto   all'imputazione   originaria),
presuppone infatti, cosi' come testualmente disposto, l'emersione nel
processo di fatti  nuovi  (rispetto  a  quelli  posti  a  base  della
citazione) e va letta in correlazione con il divieto di  chiamata  in
giudizio per ordine del giudice previsto  dal  comma  1,  a  conferma
dell'impossibilita' di modifica dei soggetti del  processo  ad  opera
del giudice, neppure su iniziativa delle parti. 
    Al giudice e' infatti impedito,  in  ossequio  al  principio  del
giusto processo, di influire sull'ambito soggettivo ed oggettivo  del
processo, sino a rimettere al pubblico ministero la  valutazione  dei
fatti nuovi  che  eventualmente  emergano  nel  corso  del  giudizio,
valutazione che questi ha gia' di per se'  il  dovere  di  effettuare
(sul tema v. Corte costituzionale n. 203/2022). 
    Detta norma,  alla  luce  del  richiamato  principio  del  giusto
processo e della sua ragionevole durata, ora codificato  nell'art.  4
c.g.c., va ritenuta di stretta interpretazione e  non  estensibile  a
casi diversi, come  quello  dello  ius  superveniens,  rappresentato,
secondo la difesa, dalla entrata in vigore in corso  di  causa  della
legge n. 1/2026 laddove  ha  inciso  sulla  definizione  della  colpa
grave. 
    Di quest'ultima norma, applicabile ai giudizi pendenti ex art.  6
della stessa legge, si terra' conto in fase di  giudizio  sulla  base
degli elementi ritualmente acquisiti agli atti. 
    2.  Ancora  in   via   preliminare,   la   difesa   ha   invocato
l'applicazione del c.d. scudo  erariale  previsto  dall'art.  21  del
decreto-legge n. 76/2020 conv. in legge n. 120/2020 e successivamente
prorogato, che prevede l'esonero  da  responsabilita'  amministrativa
delle condotte commissive colpose nel periodo dal 17 luglio  2020  al
31 dicembre 2025. 
    Le condotte per cui e' causa, invero, sono  del  ...  e  ricadono
quindi nel suddetto arco temporale. 
    Tuttavia, come bene osserva parte attrice,  lo  scudo  non  trova
applicazione nella specie, essendo contestate al  convenuto  condotte
omissive  consistite  nel   non   aver   concluso   il   procedimento
amministrativo con provvedimento espresso con il conseguente  sorgere
del contezioso legale conclusosi con la soccombenza del comune  e  il
pagamento delle relative spese. Fattispecie  che  resta  assoggettata
alla disciplina ordinaria della responsabilita' amministrativa.  Come
chiarito dalla piu' attenta giurisprudenza (C. conti, sez. Veneto  n.
109 e n. 143 del 2026), tutti i fatti che si  sono  verificati  nella
vigenza dell'art. 21 cit., tra il 17 luglio del 2020 e il 31 dicembre
del 2025, che non siano coperti da  sentenza  passata  in  giudicato,
devono essere oggetto di valutazione esclusivamente alla stregua  del
nuovo regime (ivi compreso quello  dell'elemento  psicologico  e  del
«doppio tetto» infra-analizzato) introdotto  dalla  legge  n.  1  del
2026, il cui art. 6 dispone l'applicazione immediata del nuovo regime
a  tutti  i  giudizi  in  corso,  senza  alcuna   distinzione   delle
fattispecie sub iudice, ancorche' nate in epoca  «scudata»  dall'art.
21, decreto-legge n. 76. 
    3. Cio' posto, la domanda e' fondata nei limiti che seguono. 
    3.1. Sussiste il  rapporto  di  servizio,  che,  come  noto,  non
necessariamente coincide con un rapporto di impiego. 
    Nella   specie   il   convenuto    era    formalmente    inserito
nell'organizzazione dell'Unione di comuni  Terre  Viscontee  -  Basso
Pavese, ma, in forza della convenzione approvata dal  Comune  di  ...
con deliberazione consiliare del ... (doc. 12  prod.  proc.)  per  il
conferimento all'Unione del servizio di  gestione  e  amministrazione
del personale del comune medesimo, nonche' del decreto sindacale  del
... (doc. 13), il M. era stato nominato responsabile del servizio  di
gestione  e  amministrazione  del  personale  del  Comune  di  ...  e
qualificato espressamente «Responsabile del procedimento ai  sensi  e
agli effetti degli articoli 4-6-bis della legge n. 241/1990», dal  1º
aprile 2021 sino al termine del mandato amministrativo (nella  specie
fino al  ...  per  il  subentro  di  altro  dirigente)  assumendo  la
competenza in materia e correlativamente il rapporto di servizio  con
l'ente. 
    Non emerge che l'efficacia di tali provvedimenti e l'attribuzione
e  l'esercizio  delle  funzioni  amministrative   conferite   fossero
subordinate all'assunzione di ulteriori atti. 
    Il Presidente dell'Unione, ..., audito in sede preprocessuale, ha
confermato quanto sopra (cfr. doc. 24 prod. Proc.) e risulta  che  il
convenuto abbia effettivamente ricevuto l'istanza  di  monetizzazione
delle  ferie  della  ex  dipendente  e  l'abbia  trattata  senza  poi
concluderla (cfr. la relazione  del  Comune  del  ...  e  i  relativi
allegati prodotti sub doc. 25, tra cui  le  mail  intercorse  tra  il
convenuto e altri dipendenti dell'ente,  il  protocollo  dell'istanza
del  ...  inviata  alla  sua  casella  di   posta   certificata,   la
documentazione allegata a detta corrispondenza: il  parere  dell'ARAN
che contiene espresso riferimento alla cit. sentenza della  CGUE  del
18 gennaio 2024 nella causa C-218/22  e  materiale  di  studio  sulla
questione). 
    3.2. Ricorre poi la colpa grave. 
    Sulla c.d. monetizzazione delle ferie non godute l'art. 5,  comma
8 del decreto-legge n. 95/2012 conv. in legge  n.  135/2012,  recante
disposizioni per la revisione della spesa pubblica, stabilisce che le
ferie per i dipendenti pubblici sono obbligatorie e non differibili e
che non sono, in linea di principio, monetizzabili, prevedendo che il
periodo di ferie determinato  per  ciascuna  categoria  di  personale
dalla contrattazione collettiva di comparto  puo'  essere  sostituito
dalla corresponsione della relativa indennita'  finanziaria  solo  in
caso di cessazione del rapporto di lavoro. A tal fine  il  datore  di
lavoro deve invitare formalmente il personale a  fruire  delle  ferie
annuali informandolo in tempo utile che,  se  non  fruite,  le  ferie
andranno perse al termine del periodo di riferimento o del periodo di
riporto eventualmente autorizzato e non potranno essere sostituite da
indennita' finanziaria. La mancata fruizione delle ferie che  dipenda
dalla scelta consapevole del lavoratore,  con  onere  della  prova  a
carico del datore  di  lavoro,  non  comporta  la  corresponsione  di
trattamenti economici sostitutivi alla  cessazione  del  rapporto  di
lavoro. 
    La prassi amministrativa e la giurisprudenza, sia nazionale (cfr.
Corte costituzionale n. 95/2016; Cassazione civ. n. 13860/2000;  CdS.
n. 7360/2010) che internazionale (cfr. CGUE 24 gennaio 2012  C-282/10
e  18  gennaio  2024  C-218/22   cit.),   convergono   nell'escludere
dall'ambito applicativo del divieto le vicende estintive del rapporto
di lavoro che non chiamino in causa la volonta' del lavoratore  e  la
capacita' organizzativa del datore di lavoro. 
    L'art. 38, comma 9 del CCNL degli ee.ll.  dispone  che  le  ferie
sono un diritto irrinunciabile e non sono monetizzabili e,  al  comma
11, che le ferie maturate e non godute per esigenze di servizio  sono
monetizzabili all'atto  della  cessazione  del  rapporto  di  lavoro,
dettando i criteri per la relativa quantificazione. 
    Il diritto alla remunerazione delle ferie non godute nel caso  di
dimissioni e' stato da ultimo  ribadito  dalla  CGUE  con  la  citata
sentenza del 18 gennaio 2024, che ha precisato come tale diritto  del
lavoratore non possa essere  limitato  a  causa  del  motivo  che  ha
condotto alla cessazione del rapporto  di  lavoro  e  che,  pertanto,
anche nel caso di dimissioni volontarie, il  lavoratore  conserva  la
legittimazione a richiedere al datore  di  lavoro  la  monetizzazione
delle ferie non  godute.  Nella  specie,  detto  quadro  normativo  e
giurisprudenziale  risultava,  come  detto,  essere   stato   portato
all'attenzione degli uffici e  del  convenuto  in  particolare  quale
responsabile del procedimento. 
    Inoltre, appare pacifico che la ex dipendente del Comune di  ...,
L. I., addetta all'ufficio  demografico,  non  avesse  potuto  fruire
interamente delle ferie nel ..., ultimo anno  di  servizio,  a  causa
della necessita' di sostituire  altra  collega  addetta  allo  stesso
servizio,  la  quale,  per  ragioni  di  malattia,  aveva  avuto   la
necessita' di assentarsi per lunghi periodi dal lavoro. In data  ...,
la  sunnominata  rassegnava  le  proprie  dimissioni   volontarie   a
decorrere dall'..., avendo vinto un concorso presso altro ente  (cfr.
doc. 3). Il ... la giunta comunale, con  delibera  n.  ...,  prendeva
atto delle dimissioni a decorrere dal ..., approvando contestualmente
l'esonero dal preavviso e dal pagamento  dell'indennita'  sostitutiva
(cfr. doc.4). 
    La legge n. 241/1990 prevede che  ove  il  procedimento  consegua
obbligatoriamente  ad  un'istanza,  ovvero  debba   essere   iniziato
d'ufficio,  le  pubbliche  amministrazioni   hanno   il   dovere   di
concluderlo mediante l'adozione di un provvedimento espresso (art. 2,
comma  1)  e  motivato   (art.   3)   Se   ravvisano   la   manifesta
irricevibilita', inammissibilita',  improcedibilita'  o  infondatezza
della  domanda,  le  pp.  aa.  concludono  il  procedimento  con   un
provvedimento  espresso  redatto  in  forma  semplificata,   la   cui
motivazione puo' consistere in un sintetico riferimento al  punto  di
fatto o di diritto ritenuto risolutivo (art. 2, comma 1)  e  che,  in
linea generale,  i  procedimenti  amministrativi  devono  concludersi
entro il termine di trenta giorni (art. 2, comma 2). Il  responsabile
del procedimento adotta, ove ne abbia la competenza, il provvedimento
finale,  ovvero  trasmette  gli  atti   all'organo   competente   per
l'adozione (art. 6).  Tali  disposizioni  sono  garantite  anche  nei
confronti  degli  enti  locali   quali   livelli   essenziali   delle
prestazioni (cfr. art. 29, commi 2 bis -2 quater). 
    Nulla di tutto  questo  ha  fatto  il  convenuto,  mantenendo  un
comportamento  inconcludente  pur  a  fronte   delle   sollecitazioni
provenienti dagli stessi  uffici  comunali  (cfr.  doc.  25/28  prod.
Proc.). 
    La condotta e' quindi connotata da colpa grave omissiva secondo i
criteri giurisprudenziali e logici costantemente  seguiti  da  questa
Corte e confermati dalla novella recata dalla citata legge n. 1/2026.
La tipizzazione della colpa grave ivi effettuata  con  riferimento  a
condotte provvedimentali e procedimentali consente  di  ricomprendere
anche la fattispecie in esame, costituendo colpa  grave,  secondo  il
nuovo  testo  dell'art.  1,  comma  1  della  legge  n.  20/1994,  la
violazione  manifesta  delle  norme  di   diritto   applicabili,   il
travisamento del fatto, l'affermazione di un fatto la  cui  esistenza
e' incontrastabilmente esclusa  dagli  atti  del  procedimento  o  la
negazione di un fatto la cui  esistenza  risulta  incontrastabilmente
dagli atti del procedimento. 
    Ai  fini  della  determinazione  dei  casi  in  cui  sussiste  la
violazione manifesta delle norme  di  diritto  applicabili  si  tiene
conto, in particolare, del grado  di  chiarezza  e  precisione  delle
norme  violate  nonche'   dell'inescusabilita'   e   della   gravita'
dell'inosservanza, mentre non costituisce colpa grave la violazione o
l'omissione determinata dal riferimento a indirizzi giurisprudenziali
prevalenti o a pareri delle autorita' competenti. 
    Nella specie non  rileva  solo  la  violazione  delle  richiamate
disposizioni in materia di monetizzazione delle ferie,  con  il  loro
corredo interpretativo consolidato, ma anche di quelle procedimentali
di lapalissiana evidenza come sopra ricordate. 
    3.3. Risulta anche dimostrato il nesso causale  tra  la  condotta
omissiva e l'evento dannoso dal momento che la mancata assunzione  di
alcuna determinazione, nemmeno interlocutoria, sulle istanze della ex
dipendente (la seconda delle quali, curata dal sindacato in data ...,
espressamente  avvisava  che,  in  caso  di  mancato  pagamento,   si
sarebbero adite le vie legali) determinava la proposizione,  a  mezzo
del difensore incaricato, di un ricorso giudiziario ex  articoli  409
del  codice  di  procedura  civile  aventi  al  Tribunale  di  Pavia,
notificato al Comune di ... in data .... 
    3.4. Anche laddove non fosse stato  competente  all'adozione  del
provvedimento  finale,  il  convenuto  avrebbe  dovuto,  come  detto,
trasmettere  gli  atti  all'organo  competente  per  l'adozione   del
provvedimento finale, ma nemmeno di questa attivita' risulta traccia. 
    Tuttavia, il collegio ritiene di dover  ravvisare  un  contributo
causale in capo al segretario comunale, in ragione della sua generale
funzione di vigilanza e coordinamento ex art. 97 TUEL  e  del  fatto,
evidenziato dalla difesa nella comparsa di costituzione (pagg.  12  e
s.), che lo statuto del Comune di ... (art. 39) (doc. 11) lo mette  a
capo del personale. 
    Tale contributo puo' quantificarsi nel  50%  e,  non  essendo  il
segretario parte del giudizio, va computato  a  riduzione  del  danno
addebitabile al convenuto. 
    3.5. Venendo infine all'elemento «danno», agli atti  risulta  che
solo dopo la notifica del ricorso giudiziario avanti il  giudice  del
lavoro il comune provvedeva, nel ..., alla liquidazione  delle  ferie
non godute e al  pagamento  delle  spese  legali  resesi  necessarie,
liquidate in euro 3.276,46. Tale spesa rappresenta il danno  erariale
di specie, consistente  nella  maggior  spesa  pagata  dall'ente  per
soddisfare il diritto della ex  dipendente  e,  in  particolare,  nel
compenso pagato al difensore di quest'ultima, nella misura  calcolata
con determinazione del (doc.9 prod. Proc.). 
    4.  Le  suddette  considerazioni  consentono  di   affermare   la
responsabilita'  del  convenuto,  emergendo   tutti   i   presupposti
strutturali di cui all'art. 1, comma 1 della legge  n.  20/1994  come
modificato dalla legge n. 1/2026, sia quanto a danno e nesso causale,
sia quanto a gravita' della colpa. 
    5. Il convenuto e' chiamato quindi a rispondere del danno  subito
dal Comune di ..., danno che, come detto, puo' farsi  consistere  nel
maggior importo pagato dal Comune per la definizione del  contenzioso
legale ossia in euro 3.276,46, secondo la  quantificazione  riportata
in atto di citazione e non contestata. Esso, giusta quanto sopra,  e'
addebitabile al convenuto per il 50% ossia per euro 1.638,23. 
    Sulla predetta misura del danno in concreto, da porsi a carico al
convenuto  come  oggetto  della  condanna,  influisce   tuttavia   la
sopravvenuta previsione dell'art. 1-octies  della  legge  n.  20/1994
come introdotto dalla legge n. 1/2026, secondo cui «salvi i  casi  di
danno cagionato con dolo o di illecito arricchimento,  la  Corte  dei
conti  esercita  il  potere  di  riduzione  ponendo  a   carico   del
responsabile, in quanto conseguenza immediata  e  diretta  della  sua
condotta, il danno o il valore perduto per un importo  non  superiore
al 30 per cento del pregiudizio accertato e, comunque, non  superiore
al doppio della retribuzione lorda  conseguita  nell'anno  di  inizio
della condotta lesiva causa dell'evento  o  nell'anno  immediatamente
precedente  o  successivo,  ovvero  non  superiore  al   doppio   del
corrispettivo  o  dell'indennita'  percepiti  per  il  servizio  reso
all'amministrazione o per la funzione o l'ufficio svolti,  che  hanno
causato il pregiudizio». 
    Anche  tale  disposizione  e'   immediatamente   applicabile   ai
procedimenti pendenti, ai sensi della  norma  transitoria  introdotta
con l'art. 6 della stessa legge n. 1, operante testualmente  in  modo
incondizionato senza alcuna distinzione tra condotte  dannose  (nella
specie omissive e dunque non toccate dal benevolo regime «scudato» di
non perseguibilita' per sola colpa grave commissiva: v. sopra)  sorte
o meno sotto la vigenza dell'art. 21, decreto-legge n.  76  del  2020
(come sopra chiarito  richiamando  la  piu'  attenta  giurisprudenza:
C.conti, sez.Veneto n. 109 e n. 143 del 2026). 
    Si tratta di un potere di riduzione obbligatorio,  che  comporta,
nella specie, l'addebito in capo  al  convenuto  di  un  importo  non
superiore al 30% del pregiudizio accertato (cfr. questa sez. nn. 64 e
41/2026). Non invocabile nel caso in esame e' il secondo  concorrente
tetto del duplum retributivo annuo, sicuramente meno vantaggioso  per
il convenuto dipendente pubblico. 
    Pertanto, una volta individuata nella misura del 50% la quota  di
danno causalmente imputabile al convenuto,  pari  ad  euro  1.638,23,
troverebbe  applicazione  il  suddetto   sopravvenuto   limite,   con
conseguente determinazione dell'addebito nel  30%  di  tale  importo,
pari ad euro 491,46. 
    6.  Tuttavia,  l'evidente  irragionevolezza  di   tale   approdo,
ancorato ad un dato normativo chiaro, ma di dubbia  conformita'  alla
Costituzione,  che  porterebbe  ad   una   condanna   sostanzialmente
simbolica, ovvero ad un «indennizzo» piu' che ad  un  «risarcimento»a
favore del comune danneggiato (pari ad euro  491,46  in  luogo  degli
euro 1.638,23 accertati), con iniquo e  irragionevole  accollo  sulla
collettivita' del restante e prevalente  70%  del  danno  chiaramente
accertato  e  patito  dalla  P.A.,  conduce  questa  Sezione  ad  una
rimessione  del   novello   precetto   alla   Corte   costituzionale,
prospettando dubbi di costituzionalita' sotto diversi  e  concorrenti
profili. 
    7. Va rimarcata preliminarmente la «rilevanza» della questione. 
    Il presupposto della rilevanza nel  giudizio  a  quo  deriva  dal
disposto dell'art. 23, legge 11 marzo 1953  n.  87,  secondo  cui  il
sindacato incidentale di  legittimita'  deve  essere  sollevato  solo
quando «il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla
risoluzione» della questione di costituzionalita'. Nella vicenda  sub
iudice, il convenuto M., acclarata la sua responsabilita'  per  colpa
grave come sopra  evidenziato,  risulterebbe  non  condannabile,  ope
legis, al risarcimento dell'intero danno arrecato alla P.A., ma  solo
del 30% dello stesso. 
    Come ritenuto dalla costante  giurisprudenza  costituzionale  «il
postulato della pregiudizialita' della questione richiede infatti che
questa si  concreti  solo  quando  il  dubbio  di  contrasto  con  la
Costituzione investa una norma dalla cui applicazione, ai fini  della
definizione del giudizio dinanzi a lui pendente,  il  giudice  a  quo
dimostri di non poter prescindere» (sentenza n. 269 del  2022,  punto
5.2.2. del considerato in diritto; n. 10/2015; n. 23/2004) nei limiti
della non implausibilita'  della  motivazione  (tra  le  altre,  piu'
recentemente, sentenza, n. 62 del 2026). 
    La  norma   censurata,   chiara   e   insuscettibile   di   altre
interpretazioni   costituzionalmente   orientate   (v.   supra),   e'
applicabile nel caso concreto connotato  da  colpa  grave  e  la  sua
eventuale incostituzionalita'  influisce  sulla  quantificazione  del
danno  nel  presente  giudizio.  La  risoluzione  del  dubbio   sulla
legittimita'  costituzionale  della   norma   censurata   e'   dunque
indispensabile per la definizione sostanziale del giudizio  ordinario
de quo (tra le altre, Corte costituzionale n. 23/2004 e n. 10/2015). 
    8. In punto, invece, di  «non  manifesta  infondatezza»,  osserva
questo remittente come il precetto  (art.  1,  comma  1-octies  della
legge 14 gennaio 1994, n. 20) e la sua portata retroattiva (dell'art.
6, legge n. 1 del 2026) originano  diversi  e  concorrenti  dubbi  di
conformita' a parametri costituzionali di seguito prospettati. 
    9. Giova premettere, prima di indicare i precetti  costituzionali
che si ritengono violati, che la loro disamina va compiuta  anche  (e
soprattutto)  alla  luce  dei  valori  (auspicabilmente  di   valenza
costituzionale e non di estemporaneo protezionismo) che  la  legge  7
gennaio 2026, n. 1 intenderebbe tutelare o garantire anche attraverso
le due norme censurate. Difatti, il vaglio della Consulta  da  questo
remittente richiesta dovra' necessariamente comparare e soppesare, in
ossequio al canone di  «bilanciamento  dei  valori  contrapposti»,  i
valori costituzionali prospettati come lesi  dalla  legge  n.  1  del
2026, con i  valori,  difendibili  solo  ove  di  preminente  valenza
costituzionale, alla base di tale novella normativa. 
    Solo se i valori sottesi alla legge n. 1 del 2026 si  palesassero
come principi preminenti, e non meri enunciati e indimostrati assiomi
frutto  di  arbitrio  legislativo,  rispetto  ai  centrali   precetti
costituzionali che si prospettano violati, le norme  in  questa  sede
censurate e rimesse alla Consulta  potranno  reggere  alle  doglianze
mossele. 
    Orbene, la ratio sottesa al precetto della cui  costituzionalita'
si dubita andrebbe ricercato,  secondo  i  lavori  preparatori  della
legge (vedasi la proposta di legge C.1621 d'iniziativa  del  deputato
Foti presentata il 19 dicembre 2023 e  reperibile  on-line  nel  sito
della Camera), in un trittico di argomenti: a) «la cosiddetta  "paura
della firma" affligge il funzionamento della pubblica amministrazione
italiana», b) «i mercati e gli  investitori  internazionali  guardano
sempre con maggiore preoccupazione alla  macchina  pubblica  italiana
come ad un ostacolo che  rischia  di  rallentare,  se  non  bloccare,
l'intero  sistema-Paese»,  c)  «amministrare  risorse  pubbliche   in
Italia, soprattutto dopo  la  torsione  pan-penalistica  avviata  nel
1992, e' diventato  sempre  piu'  rischioso  per  gli  amministratori
onesti, poiche' la normativa  di  settore  e'  oggettivamente  troppo
complessa per chiunque, ivi inclusi gli addetti ai lavori». 
    Sulla base di questo incipit, la premessa alla proposta di  legge
Foti C.1621 confluita nella legge n. 1 del 2026, ritiene che si debba
«intervenire in tempi rapidi per attribuire alla Corte dei  conti  un
nuovo ruolo  di  supporto  agli  amministratori  pubblici,  affinche'
questi possano trovare in  via  preventiva  una  concreta  assistenza
nell'articolata gestione delle risorse pubbliche e non  debbano  piu'
rischiare di incorrere in processi  per  danno  erariale  che  troppo
spesso,  almeno  nel  60  per  cento  dei  casi,  si  concludono  con
l'assoluzione  determinata  dall'infondatezza  delle   accuse;   tali
processi, inoltre, hanno  ripercussioni  negative  sulle  carriere  e
alimentano, a livello generale, il circuito della "paura"». 
    Tale novella dovrebbe dunque «tutelare la finanza pubblica  dagli
amministratori  infedeli   o   incapaci   e   proprio   mediante   il
riconoscimento  di  un  nuovo  ruolo  della  Corte  dei  conti  sara'
possibile distinguerli da quelli attenti e prudenti». 
    Tali pur esplicate ragioni, affermate ma non dimostrate,  sottese
alla riforma del 2026 e  dunque  all'art.  1,  comma  1-octies  della
novellata l. n. 20  del  1994  qui  censurato  ed  alla  sua  portata
retroattiva ex art. 6, legge n. 1/2026, non sembrano riconducibili  a
nessun valore o precetto costituzionale se non ad  un  labile  e  non
esplicitato richiamo all'art. 97 della Costituzione, che  rappresenta
invece, come si illustrera' di seguito, uno dei principali  parametri
costituzionali violati dalla stessa legge n. 1/2026.  Tali  «ragioni»
palesano infatti, ad avviso del remittente, non tanto l'esigenza  del
legislatore di  tutelare  valori  primari  della  Suprema  Carta,  ma
l'obiettivo di proteggere eccessivamente,  con  norme  di  oggettivo,
assoluto  ed  irragionevole  favor,   amministratori   e   dipendenti
pubblici, senza tra l'altro  esprimere  il  democratico  sentire  dei
cittadini, non rinvenendosi in nessuna sede, parlamentare, sindacale,
associativa, referendaria, mediale, tutte fonti ben  consultabili  da
chiunque, un dibattito, una iniziativa,  un  auspicio,  una  raccolta
firme volte ad un intervento legislativo, quale quello  forgiato  con
la legge 7 gennaio 2026, n. 1 e tradottosi, tra gli altri,  nell'art.
1, comma 1-octies della novellata legge n. 20 del 1994 e nell'art. 6,
legge n. 1/2026 che hanno ope legis novato il pregresso «risarcimento
del danno erariale» in un  mero  «indennizzo»  comparabile  a  quello
previsto per i ritardi  procedimentali  della P.A.  dall'art.  2-bis,
legge 7 agosto 1990, n.  241  o  per  le  vaccinazioni  obbligatorie,
trasfusioni e somministrazione di emoderivati dalla legge n. 210  del
1992. 
    Si ravvisa  pertanto  in  questi  due  precetti  (art.  1,  comma
1-octies della novellata legge n. 20 del 1994 ed  art.  6,  legge  n.
1/2026),  non  sorretti  da  alcun  valido  supporto   costituzionale
ispiratore, e nella loro portata  retroattiva,  un  conflitto  con  i
diversi parametri fondamentali della nostra  Carta,  ovvero  con  gli
articoli 3, 24, 81, 97, 103, comma 2, 104, 108, 111, 117,  119  della
Costituzione. 
    10. Sulla plurima violazione, sotto diversi profili, dell'art.  3
della Costituzione (uguaglianza e ragionevolezza). 
    Giova premettere che la giurisprudenza costituzionale ha  desunto
dall'art.  3  della  Costituzione  un  canone  di  razionalita',   in
relazione al quale, per valutare la  legittimita'  costituzionale  di
una legge, e' necessario  svolgere  un  sindacato  di  conformita'  a
criteri di coerenza logica, teleologica e storico-cronologica  (Corte
costituzionale, sentenza n. 86/2017). Il principio di  ragionevolezza
risulta leso quando si  accerti  l'esistenza  di  una  irrazionalita'
intra  legem,  intesa  come  contraddittorieta'  intrinseca  tra   la
complessiva finalita' perseguita dal legislatore  e  la  disposizione
espressa dalla norma censurata. Non ogni incoerenza o imprecisione di
una normativa  puo'  venire,  tuttavia,  in  rilievo  ai  fini  dello
scrutinio  di   costituzionalita',   consistendo   il   giudizio   di
ragionevolezza in un  apprezzamento  di  conformita'  tra  la  regola
introdotta e la causa normativa che la deve assistere che, quando  e'
disgiunto dal riferimento a un tertium  comparationis,  puo'  trovare
ingresso solo se l'irrazionalita'  o  l'iniquita'  delle  conseguenze
della norma siano manifeste e irrefutabili (ex plurimis, sentenze  n.
195 del 2022, n. 6 del 2019 e n. 86 del 2017). 
    Ma la irragionevolezza dei due precetti (art. 1,  comma  1-octies
della novellata legge n. 20 del 1994 ed art. 6, legge n.  1/2026)  di
seguito prospettata in plurimi profili si traduce, oltre che  in  una
«irragionevolezza intrinseca» (ovvero incoerenza tra norma  censurata
e ratio della legge cui accede: sentenze n. 279 del 2012; n. 206  del
2006, n. 172 del 2006, n. 146 del 1996, n. 421 del 1995 e n. 313  del
1995),  anche  in  una  «irragionevolezza  estrinseca»   (ovvero   da
contrasto con «la cornice di sistema» desumibile  dal  raffronto  con
ipotesi normative omogenee): sulla irragionevolezza «da raffronto» ex
pluribus Corte costituzionale n. 66 del 2024  sui  diritti  spettanti
nel rapporto tra unioni civili e matrimonio; Corte costituzionale  n.
297 del 1998 (che richiama n. 431 del 1997, n. 65 del  1996,  n.  237
del 1995, n. 139  del  1984)  sulla  navigazione  da  diporto;  Corte
costituzionale n. 84 del 1997 in  tema  elettorale  secondo  cui  «La
semplice constatazione che le due norme poste  a  raffronto  facciano
parte di sistemi distinti ed autonomi non basta ad escludere che  sia
irragionevole il risultato normativo: il canone della  ragionevolezza
deve trovare applicazione non solo all'interno dei  singoli  comparti
normativi, ma anche con riguardo all'intero sistema»; n. 180 del 1994
in  materia  di  circolazione  stradale;  n.  103  del   1993   sullo
scioglimento di consigli comunali per mafia. 
    Tali  plurime   e   concorrenti   irrazionalita'   e   iniquita',
intrinseche  ed  estrinseche,  in  contrasto  con  l'art.   3   della
Costituzione appaiono manifeste nell'art.  1,  comma  1-octies  della
novellata legge n. 20 del 1994 sotto vari profili. 
    A) art. 3 della Costituzione (uguaglianza e  ragionevolezza):  e'
in primis evidente l'irragionevole disparita' di trattamento  tra  il
dipendente pubblico (e l'amministratore pubblico), che beneficia, tra
l'altro  con  effetto  retroattivo,  in   sede   contabile   di   una
limitazione, quasi simbolica e «indennitaria», al 30% del danno  o  a
due annualita' di stipendio (o  di  corrispettivo  o  indennita'  per
amministratore  pubblico),  e  il  dipendente  privato,  il   privato
cittadino o il libero  professionista,  sovente  esposti  a  maggiori
rischi e a ben maggiori complessita' gestionali rispetto alla maggior
parte dei pubblici dipendenti e amministratori. Tali soggetti privati
rispondono pienamente ed integralmente per colpa grave (o addirittura
per mera colpa) per le medesime condotte, attive o omissive, che puo'
porre in essere un pubblico dipendente  beneficiario  dello  «sconto»
ope legis. Tale regime di favor, seppur formalmente supportato  dalle
esigenze di tutela di dipendenti e amministratori pubblici secondo  i
lavori preparatori sopra sunteggiati, e' privo di una giustificazione
razionale se applicato in via ordinaria e  non  temporanea,  come  in
passato avvenuto per altre norme di temporaneo favor per dipendenti e
amministratori pubblici, quali l'art. 21,  decreto-legge  n.  76  del
2020, oggetto della pronuncia n. 132 del 2024 della Consulta. 
    Pur  potendo  il  legislatore  prevedere  tetti   alle   condanne
risarcitorie, come di seguito  chiarito,  tale  discrezionalita'  non
puo'  tracimare  in   arbitrio   quando   il   risarcimento   diventa
generalizzato, astratto, simbolico e non  ristora  effettivamente  il
diritto leso, a differenza  di  quanto  accade  per  tutte  le  altre
categorie di cittadini, lavoratori privati  e  liberi  professionisti
esposte ad identici, se non maggiori, rischi e ad azioni risarcitorie
da parte di soggetti lesi (ivi compresa la stessa  P.A.).  La  stessa
Consulta, con la  sentenza  n.  132  del  2024,  pur  auspicando  «la
generalizzazione di una misura gia' prevista  per  alcune  specifiche
categorie, ossia l'introduzione di un limite massimo oltre  il  quale
il danno, per ragioni di equita' nella ripartizione del rischio,  non
viene  addossato  al  dipendente  pubblico,   ma   resta   a   carico
dell'amministrazione nel cui interesse esso agisce,  misura,  questa,
cui puo' accompagnarsi anche la previsione  della  rateizzazione  del
debito risarcitorio», non ha affatto suggerito o avallato un  riparto
del rischio corrispondente ad un accollo del 70% dello stesso in capo
alla P.A., che fa venir meno la funzione  di  deterrenza  assolto  da
qualsiasi  responsabilita',  funzione  che  accomuna   ormai   quella
amministrativa a quella civile (sulla  portata  anche  deterrente  di
quest'ultima v. Cassazione, sez. un., n. 16601 del 5 luglio 2017). Il
legislatore ha infatti  clamorosamente  violato  il  canone  indicato
dalla Consulta (punto 11 del  diritto)  rappresentato  da  una  «equa
ripartizione del rischio  del  danno»,  attraverso  scelta  iniqua  e
sbilanciata palesemente sull'accollo sui bilanci pubblici,  e  dunque
sui cittadini, del danno non recuperabile dal suo autore. 
    Sebbene la Corte  costituzionale  abbia  piu'  volte  evidenziato
come, per  affermare  l'illegittimita'  costituzionale  di  normativa
attinente al regime della responsabilita' amministrativa,  non  possa
operarsi una  comparazione  con  la  responsabilita'  del  dipendente
privato in quanto le categorie prese in considerazione dal rimettente
non sarebbero omogenee, in quanto soggette a statuti diversi (tra  le
tante, sentenze n. 178 del 2015, n. 120 del 2012 e n. 146 del  2008),
tuttavia osserva il  remittente  come  debba  ormai  essere  superata
l'antica e tralaticia affermazione secondo  cui  «la  responsabilita'
del dipendente privato e'  pienamente  risarcitoria  e  integralmente
disciplinata dal codice civile, mentre quella del pubblico dipendente
ha la natura sanzionatoria e in piu' punti derogatoria  delle  regole
generali». 
    Difatti in primis non e' dato comprendere in  cosa  diverga,  sul
piano materiale, ontologico e giuridico, una condotta dannosa  di  un
dipendente pubblico da quella  di  un  dipendente  privato  o  di  un
cittadino qualsiasi e in cosa consista, dopo la  privatizzazione  del
pubblico impiego, la differenza tra l'agere di  un  dipendente  della
P.A. dall'agere di un dipendente  di  una  impresa  privata.  Ma,  in
secondo luogo, i piu' recenti approdi interpretativi evidenziano come
anche la responsabilita' civile risarcitoria assume valenza non  solo
recuperatoria, ma anche preventiva  e  dissuasiva  (Cassazione,  Sez.
Un., 5 luglio 2017, n. 16601; id., sez. I, 15 aprile 2015,  n.  7613;
Consiglio di Stato, ad. plen., 23 aprile 2021,  n.  6),  al  pari  di
quella  amministrativo-contabile,  connotata  anch'essa  da   profili
risarcitori, ma anche dissuasivi-sanzionatori. Prova ne sia  di  tale
ormai evidente equiparazione e  comparabilita'  tra  lavoro  pubblico
(privatizzato) e privato,  che  per  tutti  i  sanitari,  pubblici  o
privati, il regime delineato dalla legge Gelli  n.  24  del  2017  e'
unitario sul piano risarcitorio, con identici  trattamenti  normativi
in caso di regresso civile ed azione contabile. 
    A cio' aggiungasi, a rimarcare l'irragionevolezza della censurata
norma  sul  «doppio  tetto»  rispetto  al  piu'  rigoroso  regime  di
risarcimento pieno riconosciuto ai lavoratori  privati  e  ai  liberi
professionisti, che se lo status normativo di pubblico dipendente  e'
da sempre connotato da  un  complessivo  maggior  rigore,  sul  piano
costituzionale  e  legislativo,   nel   reclutamento   (concorsuale),
nell'osservanza di piu' rigidi canoni di «onore e  disciplina»  (art.
54 della Costituzione, art. 54 ss., decreto legislativo n. 165/2001),
nella «esclusivita'» lavoristica (art. 98 della Costituzione  e  art.
53, decreto legislativo n. 165/2001),  nelle  costanti  ingerenze  di
poteri  pubblicistici   sul   rapporto   di   lavoro,   oggi,   assai
irragionevolmente,  a  fronte  di  tal  persistente  maggior   rigore
normativo, non corrisponde in caso di danni cagionati al datore-PA un
piu' rigoroso regime sanzionatorio che, anzi, a seguito  del  novello
art.  1,  comma  1-octies  della  legge  n.  20  del  1994,   diviene
addirittura  assai  piu'  benevolo  di  quello  a  cui  sottosta'  un
lavoratore privato (o un libero professionista), non  tenuto  a  tali
piu' rigidi parametri comportamentali di valenza costituzionale:  una
evidente incoerenza «di sistema» connota dunque tale «doppio  tetto»,
trattamento incoerentemente benevolo per una  categoria  (i  pubblici
dipendenti e amministratori) tenuta invece a condotte particolarmente
rigorose  la  cui  inosservanza  meriterebbe,  anzi,  un  trattamento
risarcitorio pieno e integrale. 
    B) art. 3 della Costituzione (uguaglianza e  ragionevolezza):  e'
inoltre evidente l'irragionevole disparita' di trattamento tra l'art.
1, comma 1-octies nella legge n. 20 del 1994 ed il regime civilistico
sul medesimo fatto dannoso posto in essere dal medesimo soggetto:  in
sede civile, ove la pubblica amministrazione danneggiata  attivi,  in
ossequio al c.d. «doppio binario» (Cassazione, sez.  I,  5  settembre
2024, n. 23833; id., Sez. Un., 26 giugno 2024, n.  17634;  id.,  Sez.
Un., 15 febbraio 2022, n. 4871; id., Sez. Un., 12  ottobre  2020,  n.
21992; id., Sez. Un., 19 marzo  2020,  n.  7457;  id.,  Sez.  Un.,  4
gennaio 2012,  n.  11;  id.,  Sez.  Un.,  24  marzo  2006,  n.  6581,
Cassazione, Sez. Un., 22 dicembre 2009,  n.  27092;  id.,  12  maggio
2009, n. 10856), una azione  per  danni  nei  confronti  del  proprio
dipendente, non risulta fissato un tetto alla condanna per i medesimi
fatti, mentre in sede contabile opera tale limite. 
    Il concorso tra azione civile ed azione  contabile  sul  medesimo
fatto dannoso sul medesimo  soggetto  autore  della  condotta  palesa
l'irragionevolezza della scelta legislativa operata dalla legge n.  1
del 2026 nell'introdurre l'art. 1, comma 1-octies nella legge  n.  20
del 1994: innanzi al primo plesso giurisdizionale il  recupero  sara'
pieno e integrale, mentre, irragionevolmente,  presso  la  Corte  dei
conti il recupero sara' parziale, minimale e quasi simbolico. 
    Tale  discrasia  irragionevole  impinge  nell'annoso   tema   del
rapporto tra pluralita' delle giurisdizioni e principio di armonia (o
coerenza) del sistema giurisdizionale, uno dei  temi  piu'  complessi
del  diritto   pubblico   moderno,   che   tocca   l'equilibrio   tra
specializzazione (pluralita' di giurisdizioni) e unita' (armonia). 
    La pluralita' esprime  una  scelta  della  Costituzione  italiana
(articoli 102  e  103)  che  rifiuta  l'idea  di  un  giudice  unico,
prevedendo dunque  diverse  giurisdizioni  perche'  diverse  sono  le
esigenze sottese a  ciascuna  di  esse.  Tuttavia,  il  principio  di
armonia (o coerenza) del sistema  giurisdizionale,  che  non  e'  una
norma scritta, ma un principio di rango costituzionale ricavato dalla
giurisprudenza  della  Corte  costituzionale  (in  particolare  dalle
numerose sentenze sulla «pluralita' delle giurisdizioni»)  stabilisce
che,  pur  essendoci  diversi  giudici  (ordinario,   amministrativo,
contabile), l'ordinamento deve tendere a una decisione unitaria e non
contraddittoria sullo stesso fatto per poter assicurare certezza  del
diritto ed effettivita' della  funzione  (articoli  24  e  111  della
Costituzione). 
    Uno dei suoi tre pilastri fondamentali e' dato dall'unicita'  del
diritto al risarcimento. 
     Secondo questo principio, la tutela  della  vittima  (in  questa
sede lo Stato/P.A.) deve essere effettiva e  coerente  a  prescindere
dal giudice davanti al quale si agisce. Se  il  sistema  consente  di
ottenere il 100% del danno davanti al giudice civile,  ma  impone  un
tetto pari al 30% (o del doppio stipendio o indennita') davanti  alla
Corte dei conti per lo stesso  fatto,  si  crea  una  disarmonia:  lo
Stato-vittima riceve trattamenti diversi a seconda del giudice adito.
In altre parole, l'armonia entra in crisi, creando  un  irragionevole
punto di rottura, proprio quando  il  legislatore  introduce  regole,
come l'art. 1, comma 1-octies nella legge n. 20 del 1994, che rendono
un binario  (Corte  dei  conti)  molto  piu'  conveniente  dell'altro
(a.g.o.). La pluralita' diventa cosi' disarmonia  se,  a  parita'  di
colpa grave, il giudice civile condanna al  100%  del  danno  (tutela
piena) e il giudice contabile e' obbligato dalla legge n. 1 del  2026
a fermarsi al 30% o al doppio stipendio/indennita' di carica  (tutela
parziale). In questo caso, la pluralita' non serve piu'  a  dare  una
giustizia specializzata, ma diventa uno  strumento  per  aggirare  il
principio del  risarcimento  integrale,  creando  un  sistema  a  due
velocita', risarcitorio innanzi all'ago e quasi indennitario  innanzi
alla Corte dei conti, di  cui  questo  giudice  remittente  prospetta
l'irragionevolezza innanzi alla Consulta. 
    Tale dualita' di giurisdizioni dai difformi regimi potrebbe cosi'
portare, a fronte dei limiti imposti dal legislatore alla sola azione
recuperatoria della Corte dei conti, nei limiti del 30% del danno  (e
comunque del duplum della retribuzione/indennita' annua lorda),  alla
successiva attivazione da parte dell'ente  danneggiato  di  un'azione
civile tesa al recupero  della  residua  parte  (il  70%  del  danno)
innanzi all'a.g.o., con conseguente responsabilita' contabile in caso
di inerzie su tale recupero pieno: cio' urterebbe  con  il  principio
immanente di concentrazione  processuale  e  si  tradurrebbe  in  una
violazione di cio' che la sentenza n. 132  del  2024  della  Consulta
voleva  scongiurare,  ovvero   «l'eventuale   moltiplicazione   delle
responsabilita' degli amministratori per i medesimi fatti materiali e
spesso non coordinate tra loro». 
    C) art. 3 della Costituzione (uguaglianza e  ragionevolezza):  e'
inoltre evidente l'irragionevole disparita'  di  trattamento  tra  il
dipendente pubblico (e l'amministratore pubblico), che  beneficia  in
sede contabile di una limitazione, quasi simbolica, al 30% del  danno
o a due annualita' di stipendio (o di corrispettivo o indennita'  per
amministratore pubblico), e  il  personale  sanitario,  ivi  compreso
quello pubblico (formalmente e sostanzialmente omogeneo  al  restante
personale della P.A.),  che  in  base  all'art.  9,  comma  5,  legge
Gelli-Bianco 8 marzo 2017, n. 24 gode di un deteriore  tetto  pari  a
tre  annualita'  di  stipendio:  dunque  una  categoria  di  pubblici
dipendenti maggiormente esposta ad azioni risarcitorie,  i  sanitari,
gode di una riduzione meno elevata, mentre alla omogenea  generalita'
dei dipendenti e amministratori pubblici, notoriamente meno aggrediti
in sede civile, viene riservato un regime di favor con un tetto  piu'
basso, con evidente irragionevolezza della discrasia normativa. 
    D) art. 3 della Costituzione (ragionevolezza): e' ancora evidente
l'irragionevolezza intrinseca della norma nella  parte  in  cui,  tra
l'altro con portata retroattiva  (art.  6,  legge  n.  1  del  2026),
sancisce  un  «doppio  tetto»  generalizzato  al   risarcimento   per
qualsiasi dipendente o amministratore, senza  alcuna  valutazione  in
concreto della maggiore o minore (o inesistente) «rischiosita'» delle
mansioni svolte in concreto da tutelare con il  favor  normativo.  In
sintesi,  e'  irragionevole  che  fruiscano  in  modo  «lineare»  del
medesimo  tetto,  secco  e  unitario,  dipendenti  e   amministratori
preposti ad attivita' estremamente complesse o rischiose e dipendenti
e amministratori preposti a mansioni routinarie e non complesse (come
nel caso qui in  esame).  Del  resto,  la  stessa  Consulta,  con  la
sentenza n. 132  del  2024  aveva  auspicato  (punto  11.1  dell'iter
motivazionale)  una  riforma  della  responsabilita'   amministrativa
ispirata, tra gli altri, al criterio del tetto alla condanna previsto
«per alcune specifiche categorie», ricordando e rimarcando cosi'  che
tale tetto non puo' che riguardare soggetti particolarmente esposti a
rischi e non collettivita' indistinte. Anche la sentenza n.  371/1998
della  Consulta,  pur   relativa   ad   un   altro   elemento   della
responsabilita' diverso dal danno,  ovvero  quello  soggettivo  della
colpa grave, ha enunciato sul piano  sistemico  l'inesistenza  di  un
principio  di   inderogabilita'   delle   comuni   regole   in   tema
responsabilita', laddove «si possa, tuttavia, ricavare quello secondo
il  quale   la   discrezionalita'   del   legislatore,   per   essere
correttamente esercitata, deve determinare e  graduare  i  tipi  e  i
limiti della responsabilita', caso  per  caso,  in  riferimento  alle
diverse categorie di  dipendenti  pubblici  ovvero  alle  particolari
situazioni, stabilendo, per ciascuna di esse, le forme piu' idonee  a
garantire i principi del buon andamento e del  controllo  contabile»:
orbene,  l'introduzione  di  un  potere  «riduttivo»   generalizzato,
lineare, unitario e predeterminato ex lege, cosi'  significativamente
sbilanciato a favore di qualsiasi danneggiante, ancorche' non esposto
a  particolari  rischi  (come  nel  casi  qui  in  esame),  crea   un
irragionevole regime indifferenziato di favor per tutti i  dipendenti
pubblici senza valutare  la  complessita'  di  alcune  particolari  e
peculiari  funzioni  ad  alto  rischio  (addetti  ad  uffici  gare  e
contratti, Forze di polizia, militari, segretari comunali,  direttori
dei lavori etc.) equiparate a quelle routinarie e semplici  espletate
dalla prevalenza dei lavoratori della P.A. (quali  il  convenuto  del
presente giudizio). 
    Tale  imposto  potere  «riduttivo»   generalizzato,   lineare   e
predeterminato, nel precludere qualsiasi  valutazione  soggettiva  ed
oggettiva, viola dunque il  generale  principio  di  proporzionalita'
punitiva e risarcitoria, operante in tutti i rami del diritto. 
    Trattasi di principio  basilare,  «primordiale»  e  onnipresente,
valevole, in tutti gli ordinamenti, per tutti i rami del diritto: per
le sanzioni penali ex art. 132 ss. del codice penale, per le condanne
pecuniarie della Corte dei conti ex art. 1, legge n. 20/1994, per  le
sanzioni amministrative ex art.  11,  legge  n.  689/1981  e  per  le
sanzioni  inflitte  dalle  authorities,  per  i  regimi  disciplinari
(pubblico,   privato,   civile,   militare,    ordinistici),    nella
responsabilita' civile (ove  la  «proporzionalita'  risarcitoria»  e'
principio emergente che mira a commisurare l'entita' del risarcimento
all'effettiva entita' del danno subito e alla gravita'  della  colpa,
superando  talvolta  l'idea  del  risarcimento  integrale   e   cosi'
contemperando l'esigenza di tutela  del  danneggiato  con  quella  di
efficienza  del  sistema   assicurativo   e   giudiziario,   evitando
risarcimenti sproporzionati). 
    Ma il principio di proporzionalita' in esame e'  anche  rilevante
per  lo  stesso  legislatore,  divenendo,  quale  fondante  principio
costituzionale di carattere generale e  persino  principio  di  rango
sovracostituzionale (Überverfassungsrang), un criterio impiegato  per
valutare  se  l'intervento  statale  (ad  es.,  una  sanzione  o  una
limitazione,  anche  risarcitoria),  che   incida   su   un   diritto
fondamentale  dei  cittadini,  sia   o   meno   arbitrario.   Difatti
necessita',  proporzionalita',  bilanciamento,   giustiziabilita'   e
temporaneita' sono i  criteri  con  cui,  secondo  la  giurisprudenza
costituzionale, in ogni tempo, deve attuarsi la tutela  «sistemica  e
non frazionata» dei principi e  dei  diritti  fondamentali  garantiti
dalla Costituzione (anche alla P.A. danneggiata da propri  dipendenti
e amministratori), ponderando la tutela di ciascuno  di  essi  con  i
relativi limiti. 
    E proprio su  interventi  legislativi  lesivi  del  principio  di
proporzionalita' e' piu' volte intervenuta la  Consulta,  soprattutto
nel campo penale. Nella giurisprudenza costituzionale degli anni piu'
recenti emergono infatti alcuni principi fondamentali alla  luce  dei
quali la Corte costituzionale svolge un vaglio di  legittimita'  piu'
puntuale. Tra tali principi, quello di  proporzionalita'  (in  primis
della pena), implicito nel principio di ragionevolezza (art. 3  della
Costituzione) e nella finalita' rieducativa della pena (art. 27 della
Costituzione), ed esplicitamente formulato nella giurisprudenza delle
Corti europee. 
    In applicazione del principio di proporzionalita' la Corte si  e'
pronunciata nella sentenza n. 40 del 2019, in materia di reati legati
al traffico di stupefacenti, e nella sentenza n.  284  del  2019,  in
materia di oltraggio a pubblico ufficiale. Ma in attuazione  di  tale
principio di proporzionalita' anche la sentenza n.  99  del  2019  ha
esteso l'ambito di applicazione  della  detenzione  domiciliare,  nel
caso di condannati affetti da gravi malattie  psichiche  sopravvenute
all'inizio dell'esecuzione della pena e la sentenza n. 253  del  2019
ne ha fatto applicazione nell'ordinamento penitenziario. 
    Il comun denominatore di tali (ed altre) pronunce, espressivo  di
un immanente criterio-guida per il legislatore (e per la  P.A.  o  il
privato   «sanzionatore»),    e'    dato    dalla    indefettibilita'
costituzionale,  in  qualsiasi  norma  «punitiva»  (penale,   civile,
amministrativa, disciplinare), di un doveroso e irrinunciabile spazio
per una valutazione in concreto e casistica della condotta  illecita,
nei suoi profili soggettivi ed oggettivi, da parte del  «sanzionatore
(giudice,  amministrazione,  datore  pubblico   o   privato,   ordine
professionale)  nell'adottare  una  sanzione  o,  come  nel  caso  di
interventi restrittivi sul piano risarcitorio (quale l'art. 1,  comma
1-octies nella legge n. 20  del  1994),  nell'adottare  una  condanna
risarcitoria-recuperatoria. 
    La  norma  qui  censurata  lede  invece,   clamorosamente,   tale
principio  di  proporzionalita',  imponendo  ope  legis  al   giudice
contabile  una  decisione  senza  valutazione  in  concreto,   ovvero
coartata,  lineare,  unitaria  e  non  proporzionata,   prestabilendo
l'entita' della condanna risarcitoria conseguente al  fatto  dannoso,
imponendo dunque uno «sconto» quantificatorio unitario,  tra  l'altro
platealmente eccessivo e non minimale. 
    Ribadita  la   violazione   di   tale   principio   generale   di
proporzionalita', la Corte costituzionale (sentenza  n.  132/1985  in
materia di trasporto aereo internazionale di persone  e  risarcimento
danni)  ha  inoltre  chiarito  che  il  principio  del   risarcimento
integrale (e come tale  proporzionato)  ha  copertura  costituzionale
(art. 24 e art. 3, della Costituzione), ma  non  e'  inderogabile  in
assoluto: il legislatore puo' limitarlo, purche' il  ristoro  rimanga
«congruo» e non diventi simbolico. 
    Il «doppio tetto» introdotto con art.  1,  comma  1-octies  della
legge 14 gennaio 1994, n. 20 dalla legge 7  gennaio  2026,  n.  1  e'
decisamente  incongruo  e  simbolico  in  assoluto,   violativo   del
principio generale di  proporzionalita',  accollando  altresi'  sulla
incolpevole comunita' amministrata e sui  bilanci  pubblici  (ledendo
l'art. 81 della Costituzione) il 70% (o anche maggiori importi ove si
ricorra al doppio stipendio o indennita' annui) del danno accertato. 
    Il principio di proporzionalita' e' presente,  sin  dall'origine,
nella responsabilita' amministrativa, attraverso  la  previsione  del
potere «discrezionale» di riduzione dell'addebito. Tale potere, nella
prospettiva  piu'  moderna,  consente  al  giudice  di  mitigare   il
risarcimento in relazione alla  situazione  concreta  in  cui  si  e'
svolta la  condotta  illecita,  valorizzando  elementi  diversi,  non
sempre suscettibili di previa tipizzazione da parte del legislatore. 
    Parallelamente,  quest'ultimo  ha  utilizzato  lo  strumento  del
limite normativamente posto al risarcimento integrale del danno  (es.
responsabilita' del personale sanitario, dei sindaci delle  societa',
ecc.). Entrambe le soluzioni (potere riduttivo e tetto alla condanna)
sono volte  ad  evitare  l'iniquita'  di  addossare  interamente  sul
danneggiante l'intero carico risarcitorio, in presenza di circostanze
giustificative   (sostanzialmente,   il   rischio   derivante   dallo
svolgimento di determinate attivita' «pericolose» e  la  sproporzione
che puo' manifestarsi tra il vantaggio che  l'autore  della  condotta
illecita trae da dette attivita' e  le  conseguenze,  in  termini  di
carico risarcitorio, che ne possono  derivare).  Il  ricorso  a  tali
soluzioni, e persino a entrambe contemporaneamente, non  e',  quindi,
di per se', motivo di illegittimita' della norma che le prevede. 
    Cio' che si contesta alla norma qui sindacata e', per  l'appunto,
nell'operare una scelta tra piu' misure in astratto  appropriate,  di
non aver prescritto  quella  meno  restrittiva  dei  diritti  che  si
confrontano e di aver stabilito oneri sproporzionati (tra  l'altro  a
carico della incolpevole  collettivita',  che  paghera'  il  70%  non
recuperabile dalla Corte dei conti) rispetto al  perseguimento  degli
obiettivi legittimamente perseguiti. 
    Da un lato, infatti, il legislatore  ha  omesso  di  operare  una
adeguata distinzione, all'interno del variegato insieme dei  soggetti
sottoposti alla giurisdizione contabile, tra categorie effettivamente
investite di rischi significativi, nei termini sopra  evidenziati,  e
altre categorie che, per il tipo  di  attivita'  svolta  e/o  la  non
sproporzione  del  rapporto  tra  utile   tratto   dall'attivita'   e
conseguenti  oneri  risarcitori,  non  necessitano   di   particolare
protezione, se non quella data dal  potere  del  giudice  di  ridurne
l'addebito. 
    Per  altro  verso,  appare  sproporzionata,  tra  amministrazione
danneggiata e soggetto danneggiante,  la  ripartizione  degli  oneri,
restando a  carico  della  prima  (in  tutti  casi  in  cui  non  sia
utilizzabile  il   criterio   del   doppio   della   retribuzione   o
dell'indennita', perche' non  percepite  ne'  l'una  ne'  l'altra,  o
perche' il relativo importo e' pari o superiore a quello del 30%) ben
il 70% del danno subito. 
    E) art. 3 della Costituzione (uguaglianza e  ragionevolezza):  e'
evidente l'ulteriore irragionevolezza anche  intrinseca  della  norma
(art. 1, comma 1-octies della legge 14 gennaio 1994, n. 20)  nel  suo
contesto complessivo, seppur supportata dalle esigenze di  tutela  di
dipendenti e amministratori pubblici  secondo  i  lavori  preparatori
sopra sunteggiati, ove si consideri che la stessa legge n. 1 del 2026
ha previsto, introducendo l'art. 1, comma 4-bis nella legge n. 20 del
1994,  una  copertura  assicurativa  a  tutela   dei   dipendenti   e
amministratori a fronte di eventuali condanne della Corte dei  conti:
se dunque la «paura della firma», la «fatica dell'amministrare» e  la
«burocrazia difensiva», a cui la legge n.  1  del  2026  intenderebbe
sopperire,  trovano  adeguata  ed  integrale  tutela  nella   polizza
assicurativa, la previsione di un tetto, tra l'altro  molto  basso  e
sostanzialmente «indennitario», alla condanna si  palesa  ultronea  e
quindi  irragionevole,  ed   anzi   deresponsabilizza   completamente
dipendenti ed amministratori pubblici e porta a recuperi minimali (il
30% del danno e non oltre  il  doppio  stipendio/indennita')  per  le
casse pubbliche copribili con polizze. In altre  parole,  l'obiettivo
di tutela dei  dipendenti  viene  gia'  pienamente  ed  integralmente
perseguito attraverso lo strumento assicurativo e cio' rende ultronea
(e  dunque  irragionevole  sul  piano  della  coerenza  «di  sistema»
dell'articolo qui censurato) un'ulteriore  tutela,  ovvero  il  tetto
alla condanna risarcitoria, che e' comunque ope  legis  gia'  coperta
dalla polizza. 
    F) art. 3 della Costituzione (uguaglianza e ragionevolezza) e 117
comma  1  della  Costituzione:  e'  evidente   altresi'   l'ulteriore
irragionevolezza della norma sul c.d. «doppio tetto»  alla  condanna,
seppur  supportata  dalle  esigenze  di  tutela   di   dipendenti   e
amministratori pubblici secondo i lavori preparatori della legge n. 1
del 2026 sopra sunteggiati, ove si consideri che la legge n.  20  del
1994 consente la condanna solo per «dolo o colpa grave» (tra  l'altro
tipizzata dalla legge n. 1 del  2026):  orbene,  nell'attuale  quadro
normativo, di regola tutti i precetti normativi  introdotti  in  vari
settori dal legislatore statuenti tetti alle  condanne  non  trovano,
per espressa e ragionevole scelta legislativa,  applicazione  qualora
l'agente abbia arrecato danno con «dolo o colpa grave». 
    L'art. 1696 del codice civile (Limiti al risarcimento  del  danno
per perdita o avaria delle cose  trasportate),  nel  sancire  che  il
risarcimento dovuto dal  vettore  e'  limitato  a  1  euro  per  ogni
chilogrammo di peso lordo della merce  perduta  o  avariata,  prevede
all'ultimo comma che «Il vettore non puo' avvalersi della limitazione
della responsabilita' prevista a suo favore dal presente articolo ove
sia fornita la prova che la perdita o l'avaria della merce sono stati
determinati da dolo o colpa grave del vettore o dei suoi dipendenti e
preposti». L'art. 423 del codice della navigazione  pre-riforma,  che
fissava un tetto risarcitorio  per  il  vettore,  e'  stato  ritenuto
incostituzionale nella parte in cui riteneva operante il tetto  anche
in casi di dolo o colpa grave da Corte  costituzionale  n.  199/2005.
L'art. 23, paragrafo 3, della Convenzione CMR (Convention relative au
Contrat  de  Transport  International  de  Marchandises  par  Route),
siglata a Ginevra nel 1956 e ratificata in  Italia  con  la  legge  6
dicembre  1960,  n.  1621,  le  Convenzioni  internazionali  come  la
Aja-Visby (Hague-Visby Rules) o il  Carriage  of  Goods  by  Sea  Act
(COGSA),  norme  interposte  come   parametro   intermedio   tra   la
legislazione  ordinaria  (vincolata  alla  loro  osservanza)   e   la
Costituzione (art. 117, comma 1: Corte costituzionale n.  348  e  349
del 2007), che fissano parimenti tetti alle condanne risarcitorie dei
vettori marittimi, ribadiscono che il  vettore  perde  il  diritto  a
beneficiare dei limiti risarcitori se viene dimostrato che  il  danno
e'  stato  causato  con  dolo  o   colpa   grave   (danno   provocato
intenzionalmente o con consapevolezza che ne deriverebbe un danno). 
    Puo'  quindi  concludersi  che  rappresenta  «principio  generale
dell'ordinamento nazionale e sovranazionale» quello  secondo  cui  la
presenza di un tetto alla condanna risarcitoria e'  preclusa,  e  non
opera, qualora l'autore della condotta abbia agito con «dolo o  colpa
grave», risultando altrimenti irragionevole (e violativa dell'art.  3
della Costituzione) una tutela cosi' elevata di condotte connotate da
dolo o da grave imperizia, imprudenza, negligenza. 
    La Consulta ha comunque chiarito, in  termini  generali,  che  la
eccezionale    limitazione    normativa    della     responsabilita',
«specialmente quando e' considerato invocabile anche nell'ipotesi  di
dolo o colpa grave, deve essere  compensata  da  idonee  garanzie  di
adeguatezza del risarcimento del danno» (sentenza n. 420 del 1991). 
    In altre parole (Corte costituzionale  n.  199  del  2005)  dalle
numerose pronunce dedicate dalla Consulta alla disciplina del  limite
al risarcimento (soprattutto del vettore per perdita o  avaria  delle
cose trasportate) in relazione all'ipotesi di dolo o colpa grave,  si
desume,  da  un  lato,  che  il  legislatore  ben  puo',  nella   sua
discrezionalita',  optare  o  per  l'esclusione  sic  et  simpliciter
dell'operativita'  del  limite  stesso,  ovvero   per   una   congrua
elevazione del massimale risarcibile e, dall'altro  lato,  che  «tale
seconda soluzione  presuppone  idonee  garanzie  di  adeguatezza  del
risarcimento del  danno»:  la  legge  n.  1  del  2026  non  rispetta
palesemente tale canone di adeguatezza nel fissare un «doppio  tetto»
simbolico per il danno  erariale  recuperabile  dalla  P.A.  in  sede
contabile, trasformato ope legis sostanzialmente in  un  «indennizzo»
comparabile,  come  detto,  a   quello   previsto   per   i   ritardi
procedimentali della P.A. dall'art. 2-bis, legge 7  agosto  1990,  n.
241   o   per   le   vaccinazioni   obbligatorie,    trasfusioni    e
somministrazione di emoderivati dalla legge n. 210 del 1992. 
    Del resto, ad ulteriore conforto, sul  piano  sistematico,  della
prospettata  irragionevolezza  del  «doppio  tetto»   in   situazione
connotate  da  colpa  grave,  giova  richiamare  una  concorrente   e
cumulativa irragionevolezza «di sistema», in quanto, il  «dolo  e  la
colpa grave»  non  ricevono  notoriamente  apprezzamento  ed  elevata
tutela  in  capo  all'agente  nel  nostro  ordinamento:  molte  norme
escludono infatti la tutela dell'agente in dolo o colpa  grave  (art.
1900 del codice civile in materia assicurativa; art. 96 del codice di
procedura civile in materia di lite temeraria; art. 1229  del  codice
civile in materia di nullita' dell'esonero della responsabilita'  per
dolo o colpa grave). Persino nel campo penale l'istituto del «diritto
alla riparazione» per ingiusta  detenzione  incontra  un  limite  per
quella parte della detenzione che sia stata causata da dolo  o  colpa
grave dell'interessato (art. 314 del codice di procedura penale). 
    Risulta dunque incoerente, stravagante ed  eccentrico  sul  piano
sistemico che solo per la responsabilita' amministrativo-contabile il
legislatore introduca un «premio», rappresentato dal  «doppio  tetto»
ex art. 1, comma 1-octies nella legge n. 20  del  1994  a  fronte  di
condotte connotate dalla natura «madornale»  dell'errore  dell'agente
dipendente  o  amministratore  pubblico  in  colpa  grave.   Da   qui
l'irragionevolezza della norma censurata. 
    G) art. 3  della  Costituzione  (uguaglianza  e  ragionevolezza):
ulteriore profilo di  irragionevolezza  della  eccessiva  tutela  del
dipendente  e  dell'amministratore  pubblico  attraverso  il  «doppio
tetto» introdotto dal novello art. 1, comma 1-octies della  legge  14
gennaio 1994, n. 20, va desunta dalla suddetta  ratio  (affermata  ma
non provata) sottostante alla norma, ovvero dalla «paura della firma»
o  «fatica  dell'amministrare»  che  verrebbero  attenuate  dal  piu'
benevolo trattamento risarcitorio, secondo il legislatore  del  2026.
Trattasi  di  assioma  indimostrato  e  comunque  incoerente  con  il
«sistema» della responsabilita' amministrativo-contabile che rinviene
gia' nella «colpa  grave»  il  punto  di  equilibrio  tra  la  tutela
dell'erario, la tutela dei dipendenti e l'efficienza  amministrativa,
scoraggiando   comportamenti   particolarmente    negligenti    senza
paralizzare l'azione pubblica. 
    Il  «punto  di  equilibrio»  della  colpa   grave   e'   l'esatta
ripartizione del  rischio  tra  amministrazione  e  funzionario,  tra
overdeterrence  (troppa  paura  di  sbagliare,  blocco  della  PA)  e
underdeterrence  (mancanza  di  sanzione,  danno  all'erario).   Tale
assetto  risponde,  secondo  l'insegnamento  della  Consulta,   «alla
finalita' di determinare  quanto  del  rischio  dell'attivita'  debba
restare a carico dell'apparato e  quanto  a  carico  del  dipendente,
nella ricerca  di  un  punto  di  equilibrio  tale  da  rendere,  per
dipendenti  ed  amministratori   pubblici,   la   prospettiva   della
responsabilita' ragione di stimolo, e  non  di  disincentivo»  (Corte
costituzionale n. 371 del 1998, n. 123 del 2023, n. 203 del 2022,  n.
132 del 2024). 
    Orbene, aggiungere al gia' benevolo criterio di imputazione della
«colpa  grave»,  da  sempre  centrale  «punto  di  equilibrio»  della
responsabilita'  amministrativo-contabile  e  delle  sue  ontologiche
finalita' (di tutela di chi lavora,  che  risponde  solo  per  errori
clamorosi o per dolo), anche il «doppio tetto» del  novello  art.  1,
comma  1-octies  della  legge  14  gennaio  1994,  n.  20,  oltre  al
sopraricordato  regime  assicurativo,  comporta  in  venir  meno  del
suddetto «punto di equilibrio» a fronte di una  irragionevole  scelta
legislativa sbilanciata totalmente verso l'underdeterrence  (mancanza
di sanzione, simbolico risarcimento del danno all'erario) a discapito
della responsabilizzazione del funzionario e amministratore pubblico,
dell'efficienza amministrativa e a discapito del bilancio pubblico (e
dunque della cittadinanza incolpevole) che si accolla il costo  della
sostanziale  irresponsabilita'   di   amministratori   e   dipendenti
pubblici,   con   conseguente   evidente   sproporzione,   e   dunque
irragionevolezza, dell'intervento normativo. 
    A  cio'  aggiungasi  che  se  il  miglioramento   dell'efficienza
amministrativa da riduzione del quantum della condanna ascrivibile al
dipendente o amministratore (30%) resta un  mero  astratto  auspicio,
privo di riscontro  (ed  anzi  smentito  dalla  assoluta  assenza  di
miglioramenti dell'agere amministrativo derivanti da altre  norme  di
favor, quali lo scudo erariale dell'art. 21, decreto-legge n. 76  del
2020), e' invece certo l'accollo sulla collettivita'  e  sui  bilanci
pubblici della  restante  quota  del  70%  del  danno,  lesiva  della
tassazione  patita  dagli  italiani  e  degli   equilibri   contabili
pubblici. Alla «certa» riduzione  ex  lege  del  danno  non  consegue
necessariamente  un  piu'   razionale   conseguimento   della   buona
amministrazione, come eloquenti precedenti  normativi  insegnano  (e'
quotidianamente percepibile da  parte  di  qualsiasi  cittadino,  ivi
compresi avvocati e magistrati, come ne' l'innalzamento dell'elemento
psicologico da colpa a colpa grave ad opera della legge n.  639/1996,
ne' la mitigazione alla perseguibilita'  del  danno  all'immagine  ex
art. 17,  comma  30-ter,  decreto-legge  n.  78/2009,  ne'  lo  scudo
erariale introdotto dall'art. 21, decreto-legge n.  76/2020,  abbiano
reso piu' efficiente, rapida e razionale l'azione della  P.A.  e  dei
suoi dipendenti). 
    H) art. 3  della  Costituzione  (uguaglianza  e  ragionevolezza):
ennesimo profilo di irragionevolezza intrinseca  del  «doppio  tetto»
introdotto dal novello art. 1, comma 1-octies della legge 14  gennaio
1994, n. 20 va individuato proprio nel cumulo dei due criteri, ovvero
quello percentuale («un importo non superiore al  30  per  cento  del
pregiudizio  accertato»)  e  quello   retributivo/indennitario   («e,
comunque, non superiore al doppio della retribuzione lorda conseguita
nell'anno  di  inizio  della  condotta  lesiva  causa  dell'evento  o
nell'anno  immediatamente  precedente  o   successivo,   ovvero   non
superiore al doppio del corrispettivo o dell'indennita' percepiti per
il servizio reso all'amministrazione o per la  funzione  o  l'ufficio
svolti»). 
    La presenza di tale doppio criterio, un unicum nel  panorama  dei
«tetti normativi alle condanne» (la stessa analoga legge Gelli Bianco
n. 24 del 2017, ad esempio, prevede solo quello retributivo), conduce
a  situazioni  illogiche,  paradossali  e  dunque   irragionevoli   e
intollerabili in caso di danni erariali molto rilevanti cagionati con
concorso di persone,  alcune  dipendenti  della  P.A.  (e  come  tali
fruitori di retribuzione), altre estranee e  legate  da  rapporto  di
servizio all'amministrazione (e come tali privi di retribuzione): per
il medesimo fatto dannoso i criteri quantificatori mutano  e  possono
tra loro  sensibilmente  divergere,  con  evidente  irragionevolezza.
Difatti,  soprattutto  a  fronte  di  danni  di  rilevante   entita',
l'intraneo godra', per il medesimo comportamento  dannoso,  del  piu'
benevolo tetto della «doppia retribuzione/indennita'  annua»,  mentre
l'estraneo patira' il piu' oneroso  criterio  del  30%  del  poderoso
danno, con conseguente irragionevolezza intrinseca manifesta. 
    Ma anche in ipotesi diverse dal concorso di persone (intranee  ed
estranee)  nella  causazione  del  medesimo  danno,   pare   evidente
l'irragionevolezza intrinseca  del  c.d.  «doppio  tetto»  nelle  sue
discordanti applicazioni concrete anche qualora si tratti di  giudizi
con unico convenuto: a fronte di un accertato  danno  rilevante  alle
casse pubbliche (es. per milioni di euro), se il convenuto  fosse  un
estraneo alla P.A. legato alla stessa da  rapporto  di  servizio,  lo
stesso verrebbe condannato a rifondere all'amministrazione  l'importo
(comunque non simbolico) corrispondente al 30% del  danno  cagionato,
mentre se il  convenuto  fosse  un  dipendente  pubblico,  lo  stesso
beneficerebbe del molto piu' benevolo trattamento della  condanna  al
mero  duplum  retributivo  annuo  ed  analoga,  e  addirittura   piu'
favorevole, sorte toccherebbe all'eventuale  convenuto-amministratore
pubblico, condannabile nei limiti del simbolico  duplum  del  proprio
trattamento indennitario annuo, notoriamente molto basso. 
    Evidente appare, anche al profano, tale  irragionevole  discrasia
applicativa della medesima norma,  l'art.  1,  comma  1-octies  della
legge 14 gennaio 1994, n. 20,  a  casi  identici  di  danno  erariale
innanzi  al  medesimo  giudice  a  fronte  della   mera   circostanza
cabalistica che l'autore del medesimo danno sia un privato legato  da
rapporto   di   servizio   alla   P.A.   (meno   tutelato)    o    un
dipendente/amministratore pubblico  (piu'  tutelati)  che  vedrebbero
applicati ope legis criteri quantificatori irragionevolmente diversi. 
    I) art. 3 della Costituzione (ragionevolezza):  e'  evidente  poi
l'irragionevolezza  del  criterio,  davvero  innovativo   sul   piano
legislativo, del doppio limite risarcitorio che, a  causa  della  sua
rigida determinatezza, ha un primo effetto iniquo e illogico,  ovvero
quello di avvantaggiare arbitrariamente  gli  autori  degli  illeciti
piu' gravi, per i quali la consistenza del  danno  arrecato  comporta
l'attivazione del piu' benevole «secondo tetto»,  ovvero  del  limite
reddituale.  Difatti,  se  l'ammontare  del  danno  e'  elevato,   il
responsabile e' in grado di determinare e quantificare  ex  ante  «il
rischio» (ben calcolabile e assicurabile) su di lui gravante, che  al
massimo  non  puo'  superare  la  soglia  fissa  del   doppio   della
retribuzione annua, con la conseguenza che, superato tale limite,  il
rischio, per ogni euro di  danno  ulteriore,  si  azzera  totalmente.
Evidente appare la totale perdita di deterrenza dell'azione contabile
a fronte di importi cosi' minimali e le ricadute in punto  di  avallo
alla mala gestio della cosa pubblica. 
    In altre evenienze invece,  connotate  da  importi  dannosi  meno
rilevanti, operera' in modo illogico  il  solo  primo  tetto,  ovvero
quello percentuale del 30% (parimenti  minimale):  anche  al  profano
pare  dunque  evidente  la  ulteriore  e  cabalistica   irragionevole
bizzarria applicativa di tale doppio tetto, che favorisce gli  autori
di condotte gravemente colpose dalle rilevanti ricadute erariali (ove
opera il tetto retributivo) rispetto ad autori di danni minimali (ove
opera il tetto percentuale del 30%). 
    J) art. 3 della Costituzione (uguaglianza e  ragionevolezza):  e'
evidente inoltre l'irragionevolezza  anche  in  ordine  alla  portata
retroattiva, anche nel caso qui  sub  iudice,  della  norma  prevista
dall'art. 6, legge n. 1 del 2026  (statuente  l'applicabilita'  della
novella anche «ai procedimenti e ai giudizi  pendenti,  non  definiti
con sentenza passata in giudicato alla  data  di  entrata  in  vigore
della presente legge»),  in  violazione  dei  canoni  scolpiti  dalla
stessa Consulta. 
    Secondo il giudice delle leggi, i limiti  generali  all'efficacia
retroattiva delle leggi,  attinenti  alla  salvaguardia  di  principi
costituzionali, comprendono, tra gli altri, il principio generale  di
ragionevolezza,  che  si   riflette   nel   divieto   di   introdurre
ingiustificate disparita' di trattamento; la tutela  dell'affidamento
legittimamente sorto nei  soggetti  (ivi  compresa  la  P.A.),  quale
principio connaturato  allo  Stato  di  diritto;  la  coerenza  e  la
certezza  dell'ordinamento  giuridico;  il  rispetto  delle  funzioni
costituzionalmente   riservate   al   potere    giudiziario    (Corte
costituzionale n. 73/2017, con rinvio alle sentenze n.  170/2013,  n.
78/2012 e n. 209/2010). 
    Orbene, tali principi appaiono senz'altro  sacrificati  dall'art.
1, comma 1-octies della legge 14 gennaio 1994, n. 20 introdotto dalla
legge 7 gennaio 2026, n. 1, in quanto avente efficacia retroattiva  e
percio' applicabile anche ai fatti commessi precedentemente alla  sua
entrata in vigore e,  dunque,  nei  processi  in  corso,  come  nella
specie. 
    Una simile portata retroattiva arreca infatti  una  irrimediabile
lesione:  a)  alla  parita'   di   trattamento   tra   dipendenti   e
amministratori  sottoposti  a  giudizio,  con  sentenza  passata   in
giudicato, sotto il previgente piu' rigoroso regime retto  dal  pieno
risarcimento del danno erariale e  quelli  che,  invece,  beneficiano
dell'attuale piu' benevolo regime connotato da tetto alla condanna  a
fronte di fatti identici o analoghi; 
    b) alla legittima aspettativa della P.A. danneggiata da  condotte
gravemente colpose di amministratori  e  dipendenti  pubblici  a  far
valere,  tramite  la  Procura  contabile,   la   piena   e   completa
responsabilita',  con  un  risarcimento   corrispondente   all'intero
pregiudizio arrecato al patrimonio pubblico; 
    c) alla prerogativa-funzione propria del  giudice  di  procedere,
nell'esercizio della giurisdizione contabile, come in quella civile e
amministrativa,  non  solo  all'accertamento  dell'an   del   diritto
risarcitorio azionato in giudizio dal danneggiato,  ma  anche,  quale
necessario e imprescindibile  completamento  della  tutela  invocata,
alla  determinazione,  secondo   il   suo   prudente   apprezzamento,
dell'intero pregiudizio risarcibile. 
    Se l'obiettivo e' quello di  rassicurare  i  dipendenti  pubblici
contro la paura della firma, non  si  comprende  come  tale  funzione
«profilattica» della legge  possa  dispiegarsi  verso  condotte  gia'
consumatesi, per le quali rimane solo una  (ingiustificata)  funzione
«condonatoria».  L'obiettivo  di  contrastare  «paura  della  firma»,
«fatica  dell'amministrare»,  «burocrazia  difensiva»,  puo'   essere
ragionevolmente perseguito dal  legislatore  solo  se  la  disciplina
finalizzata a contrastarli sia entrata in vigore e, dunque, portata a
conoscenza del soggetto  prima  del  momento  in  cui  lo  stesso  e'
chiamato ad agire: solo conoscendo prima le conseguenze  del  proprio
operato il funzionario o l'amministratore e' in grado di vagliare  il
rischio   del   proprio   agire   e,    dunque,    di    determinarsi
conseguentemente. 
    Non risulta, pertanto, ragionevole, alla luce  di  tale  intento,
estendere  l'applicazione  della  nuova  disciplina  anche  ai  fatti
perfezionatisi prima della sua  entrata  in  vigore,  posto  che,  in
questi casi, il funzionario, come nel caso sub iudice, ha gia'  posto
in  essere  la  propria  condotta  alla  luce  del  quadro  normativo
pregresso. 
    Tra  l'altro,  tale  portata  retroattiva  mal  si  coordina  con
l'obbligo assicurativo del dipendente o amministratore  che  dovrebbe
tutelare la P.A. in caso di condanna (al  minimale  30%  del  danno):
difatti l'entrata  in  vigore  dell'obbligo  assicurativo  introdotto
dall'art. 1, comma 1, lettera a) n. 7) della legge n. 1 del  2026  e'
stata differita al 2027 (art. 1, comma 19-quinquies del decreto-legge
n. 200 del 2025 conv. con legge n. 26 del 2026) e, dunque,  la  norma
retroattiva  immediatamente  operante  si  presenta  irragionevole  e
incoerente con gli obiettivi legislativi anche  da  questo  punto  di
vista,  poiche',  da  una  parte,   priva   l'amministrazione   della
possibilita' di ottenere il risarcimento integrale del  danno  patito
anche per le fattispecie perfezionatesi nel vigore  della  precedente
disciplina, e, dall'altra,  non  consente  di  ottenere,  per  quelle
stesse fattispecie, i vantaggi dell'incameramento certo della  somma,
conseguenti all'obbligo di copertura assicurativa. 
    11. Sulla violazione dell'art.  24  della  Costituzione  (diritto
alla tutela giurisdizionale). 
    L'art. 1, comma 1-octies della legge n. 20 del  1994  e'  inoltre
difficilmente compatibile con l'art. 24 della  Costituzione  (diritto
alla tutela  giurisdizionale),  poiche'  la  P.A.  danneggiata  viene
privata per legge del diritto  ad  essere  pienamente  ristorata,  in
quanto  la  attrice  Procura  contabile  ed  il  giudicante  dovranno
attenersi a richiedere (il PM) o statuire (il Collegio) una  condanna
nei limiti del «doppio tetto». 
    La scelta legislativa si palesa tuttavia non ragionevole stanti i
diversi  profili  violativi  dell'art.  3  della  Costituzione  sopra
sviluppati,  che  ridondano  in  una  conseguenziale   e   cumulativa
violazione anche dell'art. 24 della Costituzione. 
    Il processo non e'  infatti  un  esercizio  teorico.  Un  sistema
giuridico e giudiziario rispettoso dell'art. 24 della Costituzione e'
armonico se la sentenza produce un risultato utile per le parti e per
la collettivita'  di  cui  la  sentenza  e'  «voce».  Se  il  giudice
contabile accerta un danno, soprattutto se enorme, ma e' obbligato  a
condannare per una cifra irrisoria (pari al 30% del danno e  comunque
non oltre due annualita' di stipendio), la  funzione  giurisdizionale
viene svuotata e l'art. 24  della  Costituzione  violato.  In  questo
senso, l'armonia e il diritto alla tutela giurisdizionale  si  legano
al principio  di  ragionevolezza  (art.  3  della  Costituzione):  e'
irragionevole che l'ordinamento riconosca l'esistenza di un danno, ma
ne impedisca, per  scelta  politica  non  retta  da  validi  supporti
costituzionali, il recupero quasi totale. 
    La  costituzionalita'  di  norme  che,  a  discapito  della  P.A.
danneggiata e della parte pubblica del giudizio contabile,  impongono
al giudice limiti decisionali nel quantificare  il  risarcimento  del
danno, implica il bilanciamento tra diritto alla difesa (della  P.A.)
attraverso  l'integrale  riparazione  del  danno  e  altri  interessi
costituzionalmente protetti: il diritto, attraverso  un  giudice,  al
risarcimento integrale ed alla tutela delle casse pubbliche  volte  a
tutelare, con interventi pubblici tesi a rendere servizi a tutela dei
diritti fondamentali di tutti i cittadini, puo' essere  limitato  dal
legislatore purche' cio' non risulti irragionevole o  arbitrario.  Il
novello art. 1, comma 1-octies della legge 14 gennaio 1994, n. 20 non
ha alla base valori costituzionali o  obiettivi  prevalenti  rispetto
alla  tutela  giurisdizionale  della  P.A.  attraverso   il   giudice
contabile, oltre che dei suoi bilanci e dei diritti dei cittadini. 
    12.  Sulla  violazione  dell'art.  97  della  Costituzione  (buon
andamento e imparzialita' della P.A.) in combinato con l'art. 3 della
Costituzione (irragionevolezza). 
    L'art.  97   della   Costituzione   impone   che   le   pubbliche
amministrazioni  assicurino  il  buon  andamento,  l'imparzialita'  e
l'equilibrio di bilancio:  una  rinuncia  indiscriminata  al  credito
erariale  elimina  la  funzione  deterrente  e   risarcitoria   della
responsabilita' erariale, incentivando l'incuria e violando l'obbligo
di buon andamento e di sana gestione finanziaria. 
    Il principio del risarcimento  integrale  funge  notoriamente  da
deterrente contro la cattiva gestione del denaro pubblico da parte di
dipendenti e amministratori.  E  lo  stesso  principio  opera,  quale
canone generale, in sede civile, ove la responsabilita'  risarcitoria
assume  valenza  non  solo  recuperatoria,  ma  anche  preventiva   e
dissuasiva (Cass., Sez. Un., 5 luglio 2017, n. 16601; id., sez. I, 15
aprile 2015, n. 7613; Consiglio di Stato, ad. plen., 23 aprile  2021,
n. 6). 
    Ne consegue che un tetto troppo basso, irragionevolmente minimale
(v.  sopra)  e  quasi  simbolico,  seppur  supportato  dalle  formali
esigenze di tutela di dipendenti e amministratori pubblici secondo  i
lavori preparatori della legge  n.  1  del  2026  sopra  sunteggiati,
rischia di svuotare di significato la responsabilita'  amministrativa
e la nozione stessa di «responsabilita'» e di  «risarcimento  danni»,
incentivando  condotte  negligenti  o  inefficienti  e   ledendo   il
principio  del  buon   andamento   della   PA.   In   altre   parole,
l'introduzione di un «potere riduttivo obbligatorio  e  coartato»  di
cosi' rilevante entita',  allontana  la  responsabilita'  dell'agente
pubblico dagli standards  della  «buona  amministrazione»,  e  premia
l'inefficienza mediante tale automatismo  riduttivo  obbligatorio,  a
prescindere dalle circostanze del caso concreto.  Il  «doppio  tetto»
non  tutela  cosi'  dalla  «paura  della  firma»  o   dalla   «fatica
dell'amministrare», ma fomenta l'irresponsabilita'  e  la  gravemente
colposa  inosservanza  delle  leggi,  con   evidente   incoerenza   e
irragionevolezza intrinseca. 
    Del resto, come gia' sopra anticipato, la realta'  amministrativa
evidenzia da anni come ogni qualvolta il legislatore abbia  allargato
le maglie della responsabilita' amministrativo-contabile per asserita
tutela   dei   dipendenti   e   amministratori    (passaggio    dalla
responsabilita' per colpa alla responsabilita'  per  colpa  grave  ex
legge 20 dicembre 1996, n. 639; mitigazione alla perseguibilita'  del
danno  all'immagine  ex  art.  17,  comma  30-ter,  decreto-legge  n.
78/2009; temporanea esclusione della colpa grave commissiva  ex  art.
21, decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76),  non  si  e'  assistito  ad
alcun  miglioramento  gestionale  o  ad  una  maggior  rapidita'   ed
efficienza dell'agere della P.A. e  dei  suoi  dipendenti,  o  ad  un
decremento  delle  patologie  comportamentali.  Da  qui  la  evidente
irragionevolezza  interna  che  ridonda  in  una  diretta  violazione
dell'art. 97 della Costituzione. 
    Ed anche la  previsione  del  2026  qui  censurata  smentisce  il
postulato   del   giusto   bilanciamento   tra   l'overdeterrence   e
l'underdeterrence   che   la   richiamata   pronuncia   della   Corte
costituzionale n. 132 del 2024 aveva affidato  alla  discrezionalita'
del legislatore, che ha tuttavia  clamorosamente  violato  il  canone
indicato dalla Consulta (punto 11 del diritto) rappresentato  da  una
«equa ripartizione del rischio del danno», attraverso scelta iniqua e
sbilanciata palesemente sull'accollo sui bilanci pubblici,  e  dunque
sui cittadini, del danno non recuperabile dal suo autore. L'obiettivo
di ogni decisore politico  deve  rimanere  ancorato  all'esigenza  di
scoraggiare,   con   condanne   non   meramente   «indennitarie»,   i
comportamenti non solo dolosi  ma  anche  gravemente  negligenti  dei
funzionari  pubblici,  che  pregiudicano  il  buon  andamento   della
pubblica amministrazione (art. 97 della Costituzione) e gli interessi
degli stessi amministrati.  La  soglia  risarcitoria  introdotta  con
l'art. 1, comma 1-octies della  legge  14  gennaio  1994,  n.  20  e'
infatti cosi' bassa  da  incoraggiare  paradossalmente  comportamenti
contrari al buon andamento e alla buona amministrazione. 
    13. Sulla violazione dell'art. 81 della Costituzione  (equilibrio
di bilancio). 
    E' altresi' evidente che se, attraverso il novello art. 1,  comma
1-octies della legge 14 gennaio 1994, n. 20,  un  ente  pubblico  non
puo' recuperare interamente, ma solo simbolicamente (ovvero il 30%  e
comunque non piu' del doppio stipendio/indennita'), i  danni  causati
da colpa grave dei  propri  funzionari  e  amministratori,  il  costo
dell'inefficienza,  dell'incapacita',  della   grave   negligenza   e
sciatteria gestionale ricade interamente  sulla  finanza  pubblica  e
dunque sulla collettivita' che paga le  tasse,  alterando  cosi'  gli
equilibri di bilancio e la tutela delle risorse pubbliche e imponendo
di fatto una nuova ed ulteriore tassazione atipica sui cittadini  e/o
una fatale contrazione di  spese  pubbliche  destinate  alla  salute,
all'istruzione, alla giustizia, alla tutela ambientale per far fronte
a tale accollo «ope legis» sulla collettivita' della prevalente quota
parte (il 70%) dei danni cagionati alle casse pubbliche da funzionari
e amministratori gravemente negligenti o incapaci. 
    L'art.  81,  comma  3,  della  Costituzione,  dopo  le  modifiche
apportate dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, stabilisce
che «Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai  mezzi
per farvi fronte»: la regola della  copertura  finanziaria  ex  ante,
come rimarcato  dalla  stessa  Consulta  (sentenze  n.  327/1998;  n.
46/2008) continua quindi a costituire un presidio a tutela dei  saldi
e a garanzia  della  coerenza  delle  leggi  approvate  in  corso  di
esercizio con gli strumenti che definiscono l'orizzonte programmatico
pluriennale, e l'art. 1, comma 1-octies della legge 14 gennaio  1994,
n. 20 introdotto dalla legge 7 gennaio 2026, n. 1, fa venir meno tali
obiettivi costituzionali, accollando sulle casse pubbliche  la  quasi
totalita'  del  danno  cagionato  alla  P.A.  da   amministratori   e
dipendenti gravemente colpevoli. 
    La giurisprudenza costituzionale ha in  piu'  occasioni  ribadito
come «la copertura finanziaria delle spese e l'equilibrio di bilancio
sono "due facce della stessa medaglia" (sentenza n.  274  del  2017),
dal  momento  che  l'equilibrio  presuppone  che  a  ogni  intervento
programmato  corrispondano  le  relative  risorse,  quantificate   in
relazione all'intero arco temporale di riferimento.  L'equilibrio  di
bilancio,  infatti,  costituisce  un  obbligo  sostanziale   per   il
legislatore statale e regionale e si considera  rispettato  allorche'
la copertura sia credibile e sufficientemente sicura, non  arbitraria
o irrazionale» (ex multis, sentenze n. 255 e n. 253 del 2022, n.  226
e n. 106 del 2021, n. 115, n. 112 e  n.  4  del  2020)",  approdo  da
ultimo ribadito da Corte costituzionale sentenza n. 121 del 2025. 
    E' dunque evidente che, in tal modo,  la  legge  n.  1  del  2026
introduce «a regime» e  non  per  esigenze  temporanee  (come  invece
accaduto per lo «scudo erariale» vagliato da Corte costituzionale  n.
132 del 2024), un onere durevole nel tempo, certo nell'an  e  incerto
nel quantum  (comunque  assai  rilevante)  che,  di  per  se',  esige
durevole e sistemica copertura  finanziaria  (assolutamente  mancante
nella specie) al fine di  garantirne  la  copertura  e  compensazione
(art. 81, terzo comma, della Costituzione), con ulteriore lesione dei
«"vincoli derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione  europea
(articoli 11 e 117, primo comma, della  Costituzione):  equilibrio  e
vincoli che trovano generale presidio nel sindacato della  Corte  dei
conti quale magistratura neutrale ed indipendente, garante imparziale
dell'equilibrio economico-finanziario del settore pubblico" (sentenza
n. 60 del 2013)» (Corte costituzionale sentenza n. 39 del 2026). 
    In sintesi, la decurtazione duratura e certa (e non aleatoria) di
una rilevante quota del danno risarcibile  (pari  al  70%  del  danno
subito e  comunque  non  superiore  al  doppio  stipendio/indennizzo)
comportera' la necessita' di agire, sul fronte finanziario  (centrale
circostanza non presa in considerazione dalla legge n. 1  del  2026),
per ripristinare l'equilibrio e, dunque, per  reperire  le  coperture
con altre risorse, agendo o sulle spese o sulle entrate. 
    Risorse proprie di amministrazioni centrali  e  risorse  autonome
pervenute agli enti locali territoriali attraverso la leva tributaria
e fiscale vengono distolte  dai  fini  istituzionale  previsti  dalla
Carta costituzionale, con conseguente vulnus alla tutela  di  diritti
fondamentali dei cittadini del territorio di  riferimento,  quali  la
tutela della salute (art.  32  della  Costituzione),  dell'istruzione
(articoli 33 e 34 della Costituzione), dei diritti delle  generazioni
future (art.  9  della  Costituzione)  e  conseguente  necessita'  di
inasprire la pressione fiscale, proprio  in  violazione  dei  diritti
fondamentali invocati da Corte costituzionale n. 132 del 2024. 
    Ma vi e' di piu': nel sistema delle  risorse  proprie,  lo  Stato
resta  obbligato  verso  il  bilancio   dell'Unione   a   prescindere
dall'avvenuto recupero solo parziale del danno erariale. La  rinuncia
recuperatoria  irragionevolmente  imposta  ope  legis,  dunque,   non
estingue  la  posizione  debitoria   dell'Italia   verso   l'UE;   ne
trasferisce  soltanto  il   peso   dal   soggetto   responsabile   al
contribuente nazionale, aggravando - non alleviando - lo  squilibrio.
Gli Stati membri hanno l'obbligo tassativo di tutelare gli  interessi
finanziari dell'UE allo stesso modo dei propri (art. 325 del  TFUE  -
Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea), ma nella  specie,  a
fronte del doveroso rispetto del bilancio europeo,  quello  nazionale
viene  messo  a  repentaglio  attraverso  l'accollo  di   una   parte
irragionevolmente  prevalente  del   danno   erariale,   di   incerta
quantificazione e durevole nel tempo. 
    14. Sulla violazione dell'art. 103, comma 2,  della  Costituzione
(funzione della Corte dei conti). 
    La forte limitazione al potere/dovere  di  condanna  risarcitoria
del giudice contabile ad opera del novello  art.  1,  comma  1-octies
della legge 14 gennaio 1994, n. 20, ne compromette  e  ne  limita  la
funzione giurisdizionale costituzionalmente protetta di garante delle
casse pubbliche. L'art. 103, comma 2, radica  nella  Costituzione  la
giurisdizione della Corte dei conti  nelle  materie  di  contabilita'
pubblica; l'art. 100 la configura, secondo la stessa  Consulta,  come
giudice garante imparziale degli equilibri  economico-finanziari  del
settore pubblico e della corretta gestione delle risorse.  Una  legge
che estingua un credito determinato per  impedirne  il  recupero  non
modifica  una   regola   sostanziale   generale:   interferisce   con
l'esercizio in concreto della funzione giurisdizionale, sottraendo al
giudice contabile una specifica res litigiosa e vanificando  l'azione
della procura erariale. 
    Tale  limitazione,  come  gia'  sopra  rimarcato,  connota,   tra
l'altro,  irragionevolmente  la  sola  Corte  dei   conti   (cui   e'
esclusivamente diretta la novella legge n. 1 del 2026) e non gia'  il
giudice ordinario, che in sede civile, in ossequio al soprarichiamato
c.d. «doppio binario», non  patisce  analoga  compromissione  per  la
medesima azione recuperatoria piena ed  integrale  nei  confronti  di
amministratori e dipendenti a tutela della P.A. danneggiata e  dunque
della finanza pubblica. 
    Il principio di armonia serve a garantire che il processo non sia
un esercizio teorico. Un sistema e' armonico se la  sentenza  produce
un risultato utile. Se il giudice contabile accerta un  danno  enorme
ma e' obbligato a condannare per una cifra irrisoria (30% del danno e
comunque  non  oltre  due  annualita'   stipendiali),   la   funzione
giurisdizionale della Corte dei conti viene  svuotata  trasformandosi
da risarcitoria in indennitaria. In questo senso, l'armonia  si  lega
al  soprarichiamato  principio  di  ragionevolezza  (art.   3   della
Costituzione):   e'   irragionevole   che   l'ordinamento   riconosca
l'esistenza di un danno, ma ne impedisca,  per  scelta  politica  non
supportata da argomenti di valenza costituzionale, il recupero  quasi
totale alla sola Corte dei conti (e non all'a.g.o.),  violando  cosi'
l'art. 103, comma 2, della Costituzione. 
    A cio' aggiungasi che una limitazione alle funzioni recuperatorie
della Corte statuite dall'art. 103, comma 2 della  Costituzione  puo'
derivare in generale, ex art. 117, primo comma della Costituzione, in
relazione all'art. 6 della Convenzione europea  per  la  salvaguardia
dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali e all'art. 1  del
Protocollo addizionale alla Convenzione firmato a Parigi il 20  marzo
1952, da una compressione di «beni fondamentali», nozione a cui  sono
riconducibili anche «i crediti»  (CEDU,  sentenza  7  giugno  2011  -
Agrati ed altri c. Italia) di una delle parti (nel  caso  sub  iudice
della Procura attrice), ma tale ingerenza su tali beni da  parte  del
legislatore e' legittima se e'  in  grado  di  «garantire  un  giusto
equilibrio tra le esigenze dell'interesse generale della comunita'  e
gli  imperativi   della   salvaguardia   dei   diritti   fondamentali
dell'individuo» (sentenza cit. a cui  adde  Sporrong  e  Lönnroth  c.
Svezia, 23 settembre 1982, § 69, serie A n. 2). 
    Orbene, evidente appare che le esigenze generali di tutela  della
«paura della firma»  e  di  celerita'  gestionale  tradottesi  in  un
eccessivo e irragionevole abbattimento della  condanna  recuperatoria
(70%  del  danno  accertato  e  non  piu'  di   due   annualita'   di
stipendio/indennita') imposto al giudice, non  esprimono  affatto  un
«giusto equilibrio» con la speculare esigenza di recupero del credito
ad  opera  della  Procura  contabile  a  tutela  dell'ente   pubblico
danneggiato, e dunque della  collettivita'  sottoposta  a  tassazione
fiscale. 
    15. Sulla violazione degli articoli 104 e 108 della  Costituzione
(indipendenza della magistratura). 
    La  norma  censurata  lede  altresi'  la  libera  e  indipendente
determinazione del danno erariale da parte del  magistrato  contabile
giudicante a  cui  viene  imposto,  ope  legis,  un  criterio  fisso,
coartato e irragionevole di imputazione al  convenuto,  dipendente  o
amministratore pubblico, di una  simbolica  quota  parte  del  danno.
Viene  preclusa  alla  magistratura  contabile  la  possibilita'   di
valutare in concreto il quantum di ascrivibilita', sul piano  causale
e psicologico, della lesione patrimoniale patita dalla P.A. 
    L'art. 1, comma 1-octies della  legge  14  gennaio  1994,  n.  20
introdotto dalla legge 7 gennaio 2026, n.  1,  comprime  e  mortifica
dunque la «carne viva» della funzione giurisdizionale, ovvero la fase
valutativa  e  quantificatoria  del  danno  prodotto  dal  convenuto,
sostituendo la fase del giudizio concreto hic et nunc del giudice con
un automatismo irragionevole che  si  traduce  in  un  indiscriminato
«taglio lineare» del danno trasformandolo in un indennizzo. 
    E tale compressione della funzione giurisdizionale e' ancor  piu'
evidente ove si presti attenzione allo strumento  tecnico  utilizzato
dal legislatore: non gia' un semplice e neutro «tetto» alla  condanna
(come in altri testi normativi statuenti limiti risarcitori),  ma  un
imposto  «potere  riduttivo  obbligatorio»,  ovvero  un  dictum   sul
centrale  momento  decisorio  imposto  al  giudice   da   parte   del
Parlamento, che si fa cosi' giudice esso stesso. 
    Il  criterio  della  «graduazione»,  e  dunque  della   riduzione
necessariamente ed ontologicamente  solo  facoltativa  dell'addebito,
consente  di  commisurare  la  colpa  alle  condizioni   dell'agente,
rendendola, in tale senso, «personale»: spetta al  giudice  contabile
verificare in concreto l'esistenza delle  circostanze  organizzative,
ambientali e personali che possono aver condizionato il comportamento
del  soggetto  produttivo  del  danno  ed  esercitare  una  eventuale
riduzione  facoltativa  dell'addebito   espressiva   della   funzione
giurisdizionale indipendente. La  stessa  Corte  costituzionale,  con
sentenza 12 giugno 2007, n.  183,  pur  rigettando  la  questione  di
legittimita' sollevata circa il c.d. «condono erariale», ha rimarcato
la  funzione  ineludibile  e  indipendente  della  Corte  dei  conti,
statuendo che «per determinare la risarcibilita' del  danno,  occorre
una valutazione discrezionale ed equitativa del  giudice  contabile»:
una imposizione  coartata  del  quantum  lede  dunque  l'indipendenza
decisoria del giudice. 
    Trattasi di un unicum nel panorama normativo attuale e pregresso,
avendo il legislatore forgiato e imposto (anche per giudizi  pendenti
e su sentenze di primo grado gravate in appello) un  vero  e  proprio
criterio decisionale per il giudice,  sottraendogli  cosi'  l'essenza
(la suddetta «carne viva») della funzione giurisdizionale, ovvero  il
sindacato sulla quantificazione concreta e  proporzionata  del  danno
erariale,  straripando  dalle  sue  funzioni  ed   invadendo   quelle
giurisdizionali connotate da indipendenza. 
    Lo stesso giudice delle  leggi  ha  gia'  affermato,  sul  punto,
l'illegittimita' costituzionale di una disposizione simile  a  quella
in esame,  adottata  in  sede  territoriale  (Provincia  autonoma  di
Bolzano),  evidenziando  che  «nel  sistema  la  attenuazione   della
responsabilita' amministrativa,  nei  singoli  casi,  e'  rimessa  al
potere riduttivo sul quantum affidato  al  giudice,  che  puo'  anche
tenere conto delle capacita' economiche  del  soggetto  responsabile,
oltre che del comportamento, al livello della responsabilita'  e  del
danno effettivamente cagionato.  In  contrasto  con  questi  principi
dell'ordinamento  ed  assolutamente  irragionevole  e',  invece,  una
riduzione  predeterminata   ed   automatica   della   responsabilita'
amministrativa  per  colpa  grave,  sotto  il  profilo   quantitativo
patrimoniale, attraverso l'aggancio, come limite massimo, alla  meta'
dello stipendio annuo o del compenso (che puo' anche essere  esiguo),
senza  che  possa  soccorrere  una  valutazione   sul   comportamento
complessivo e sulle funzioni effettivamente svolte, nella  produzione
del danno, in occasione della prestazione  che  ha  dato  luogo  alla
responsabilita'»  (Corte  costituzionale,  n.  340  del   2001).   Il
fondamentale ruolo del giudice contabile nella quantificazione  della
condanna a carico del dipendente pubblico e' stato piu'  recentemente
ripreso dalla Corte costituzionale, che,  richiamando  un  precedente
piu' risalente, ha ribadito che «per  determinare  la  risarcibilita'
del danno, occorre una valutazione discrezionale  ed  equitativa  del
giudice contabile, il quale, sulla base dell'intensita' della  colpa,
intesa come grado di scostamento dalla regola che si  doveva  seguire
nella fattispecie concreta, e  di  tutte  le  circostanze  del  caso,
stabilisce quanta parte del danno subito  dall'amministrazione  debba
essere addossato al convenuto, e debba  pertanto  essere  considerato
risarcibile» (sentenza n. 183 del 2007)" (cosi' Corte costituzionale,
n. 203/2022). 
    Del resto, con riferimento al «condono erariale del 2005»  (commi
231-233 dell'art. 1 della  legge  n.  266/2005  che  consentivano  al
condannato in primo grado di definire l'appello pagando una  frazione
del danno), la Consulta, con le sentenze nn. 183 e 184  del  2007  (e
poi con ordinanza n. 123/2008 e sentenza n. 242/2008) ha respinto  la
questione, ma con una interpretazione adeguatrice, affermando che  le
disposizioni  impugnate  non  prevedono  alcun  beneficio  economico,
poiche' la riduzione fino al trenta per cento non e'  automatica  ne'
dipende da nuovi criteri di giudizio, ma scaturisce unicamente da  un
esame in sede camerale condotto in base al normale potere del giudice
contabile di determinare equitativamente quanta parte del danno debba
essere  addossata  al  convenuto  (articoli  82-83  della  legge   di
contabilita' generale). Secondo  la  Corte  costituzionale  le  norme
censurate non limitano il potere di cognizione del  giudice  al  mero
esame dei presupposti di ammissibilita' dell'istanza,  ma  richiedono
che egli valuti  tutti  gli  elementi,  e  consentono  l'accoglimento
dell'istanza solo se il giudice ritenga congrua  una  condanna  entro
quel limite. Il criterio che  se  ne  ricava  e'  netto:  secondo  la
Consulta, una norma sul  condono  erariale  e'  salva  se  lascia  al
giudice il potere  valutativo:  sarebbe  incostituzionale  se  avesse
imposto ex lege un abbattimento automatico del credito. 
    Nel caso dell'art. 1, comma 1-octies della legge 14 gennaio 1994,
n. 20 introdotto dalla legge 7 gennaio 2026, n.  1,  la  formulazione
invece  impone  al  giudice  contabile  la  riduzione  automatica  ed
obbligatoria del danno accertato senza alcuna valutazione in punto di
congruita' della condanna. 
    Ma la lesione degli articoli 104  e  108  della  Costituzione  si
configura anche sotto  altro  profilo,  venendo  lesa  l'indipendenza
anche della  magistratura  inquirente,  parte  attrice  del  processo
contabile: viene  infatti  gravemente  compromesso  il  principio  di
pienezza ed effettivita' della  tutela  giurisdizionale  ex  art.  24
della Costituzione, in quanto l'azione affidata  all'attore  pubblico
ministero contabile viene compressa divenendo uno strumento del tutto
inadeguato a proteggere  in  modo  pieno  gli  interessi  collettivi:
l'attore dovra' ope legis limitare la propria pretesa risarcitoria al
mero 30% (o al doppio  stipendio/indennita')  pur  avendo  accertato,
provato e documentato un danno molto superiore. 
    Ma la norma del 2026 lede sotto un terzo ed ulteriore profilo gli
articoli  104  e  108  della  Costituzione:   deve   essere   infatti
considerata lesiva della sfera del potere giudiziario una legge  che,
in base all'art. 6, legge n. 1 del 2026, dispieghi retroattivamente i
propri effetti su istruttorie e addirittura sui giudizi in  corso  (e
su sentenze di primo grado statuenti condanna piena), con obbligo per
i giudici di applicarla in relazione a rapporti  sorti  nel  passato.
Tale lesione del potere giudiziario pare evidente «tanto piu'  quando
la legge non appaia mossa dall'intento di  influire  sui  giudizi  in
corso» (ex multis Corte costituzionale, n. 69/2014; n.  308/2013;  n.
257/2011; n. 74/2008). La Corte ha individuato una  serie  di  limiti
generali all'efficacia  retroattiva  delle  leggi:  il  rispetto  del
principio di ragionevolezza, con divieto di ingiustificate disparita'
di trattamento;  la  tutela  dell'affidamento  legittimamente  sorto,
quale principio connaturato allo Stato di diritto; la coerenza  e  la
certezza  dell'ordinamento  giuridico;  il  rispetto  delle  funzioni
costituzionalmente  riservate  al  potere   giudiziario   (sent.   n.
210/2021,  che  richiama  nn.  170/2013,   78/2012,   209/2010).   Il
principio-cardine e' antico e ripetuto:  il  legislatore  vulnera  le
funzioni giurisdizionali quando la legge sia intenzionalmente diretta
a incidere su concrete fattispecie sub iudice (sentt. nn. 397 e 6 del
1994; 429, 424, 283 e 39 del 1993; 440/1992; 429/1991). 
    Del resto, la stessa Corte di cassazione, con sentenza sez. I, 22
gennaio 2026, n. 1390 e con ordinanza sez. I,  22  gennaio  2026,  n.
1392, ha escluso l'applicazione  retroattiva  della  legge  14  marzo
2025, n. 35 nella parte in cui, novellando l'art. 2407, comma 2,  del
codice civile, ha limitato il  risarcimento  dei  danni  a  cui  sono
tenuti i sindaci nei confronti della societa' e dei suoi creditori  a
«un multiplo  del  compenso  annuo  percepito»,  affermando  che  «il
diritto al risarcimento matura in capo alla societa' (e, di riflesso,
ai  suoi  creditori)  gia'  in  forza  del  pregiudizio,  di   natura
patrimoniale, che l'inadempimento del sindaco (in via esclusiva o  in
concorso  con  gli  amministratori)  abbia  arrecato  al   patrimonio
sociale,  e  come   tale   -   in   mancanza   di   una   norma   che
inequivocabilmente e  ragionevolmente  disponga  il  contrario  -  va
assoggettato alla normativa in quel momento in vigore  non  solo  per
l'individuazione degli elementi  della  fattispecie  costitutiva,  ma
anche per la determinazione della sua  dimensione  quantitativa,  ivi
compreso il criterio  fissato  per  la  determinazione  della  misura
risarcibile». Orbene, la norma in  questa  sede  censurata,  art.  1,
comma 1-octies della legge 14 gennaio 1994,  n.  20,  dispone  invece
«irragionevolmente» una portata retroattiva del piu' benevolo  (e  di
per  se'  irragionevole)   trattamento   risarcitorio,   imposto   al
giudicante persino in appello  su  sentenza  ancorata  al  previgente
regime, precludendogli una  valutazione/quantificazione  ancorata  al
momento del perfezionamento del danno erariale. 
    La Consulta ammette la retroattivita' purche' essa trovi adeguata
giustificazione nell'esigenza di tutelare principi, diritti e beni di
rilievo  costituzionale,  che   costituiscono   altrettanti   «motivi
imperativi di  interesse  generale»  (sentt.  nn.  15/2012,  78/2012,
264/2012,  156/2014),  nella  specie  inesistenti  e   comunque   non
comprovati.  Elemento  sintomatico  dell'uso  distorto   del   potere
legislativo retroattivo e' dato dalla  circostanza  che  lo  Stato  o
l'amministrazione pubblica siano parti (in sede contabile tramite  la
attrice Procura) di un processo gia' radicato (cosi' la  sentenza  n.
4/2024):  quando  la  legge  estingue  o  riduce  un  credito  mentre
l'amministrazione e' gia' in giudizio per recuperarlo, si profila una
irragionevole portata retroattiva. 
    16. Sulla violazione dell'art. 111,  della  Costituzione  (giusto
processo e parita' delle parti). 
    L'art. 1, comma 1-octies della  legge  14  gennaio  1994,  n.  20
introdotto dalla legge 7 gennaio 2026, n.  1,  alla  luce  della  sua
portata retroattiva su giudizi pendenti non in giudicato  ex  art.  6
della legge  n.  1/2026,  viola  altresi'  il  principio  del  giusto
processo e della parita' delle armi come sancito dall'art. 111  della
Costituzione.  L'irretroattivita'  della  legge  civile  e'   sancita
dall'art. 11 disp. prel. c.c e non ha copertura  costituzionale  (che
invece trova esplicito riconoscimento soltanto per la materia  penale
nell'art. 25, comma 2, della Costituzione), ma  rappresenta  comunque
un principio generale del  diritto,  uno  strumento  fondamentale  di
garanzia per i cittadini che, nel determinare  la  propria  condotta,
tengono conto delle leggi vigenti in quel determinato  momento  e  su
queste ripongono il loro legittimo affidamento. 
    Il principio di intangibilita'  della  pretesa  risarcitoria  che
nasce al momento della condotta e persino dell'evento lesivo viene  a
essere liquidata, in base alla novella del 2026, soltanto in fase  di
giudizio, a distanza di anni dalle condotte  dannose  gia'  poste  in
essere, con parametri sopravvenuti di favor  per  il  convenuto  e  a
discapito della controparte pubblica. 
    La Corte costituzionale ha fissato chiari limiti  al  legislatore
nell'introdurre norme  retroattive:  un  primo  limite  e'  dato  dal
divieto  di  «risolvere,  con  la  forma  della   legge,   specifiche
controversie», pena altrimenti la violazione dei rapporti tra  potere
legislativo e giudiziario finalizzati alla tutela dei diritti e degli
interessi legittimi. Il  secondo  picchetto  attiene  al  divieto  di
«immettere nell'ordinamento una fattispecie di jus singulare che,  in
quanto tale, viola la parita' delle parti in causa,  determinando  lo
sbilanciamento fra le posizioni in gioco» (sentenza n. 12/2018). 
    Entrambi i limiti vengono superati dalla novella legge n.  1  del
2026 in quanto la stessa viene imposta retroattivamente  su  indagini
in corso e addirittura su sentenze di primo grado  gia'  intervenute,
dal momento che  essa  limita  fortemente  il  principio  del  libero
convincimento del giudice rispetto al credito  risarcitorio  maturato
in  relazione  a  controversie  pendenti  e,  al  tempo  stesso,   si
sbilanciano le posizioni delle parti a detrimento della posizione del
P.M. contabile (e per esso dell'amministrazione danneggiata  e  della
comunita' da essa rappresentata) e a totale  vantaggio  del  soggetto
ritenuto   responsabile.   La   violazione   dell'art.   111    della
Costituzione, gia' evidente in primo grado, incidendo la  novella  su
istruttorie in corso a discapito della attrice Procura, e' ancor piu'
palese in appello, ove i  medesimi  fatti  vagliati  in  primo  grado
secondo il previgente regime, vengono sottoposti al giudice d'appello
secondo sopravvenute norme di assoluto favor per la  parte  convenuta
e, specularmente,  lesive  dell'attivita'  istruttoria  e  probatoria
della parte pubblica attrice, obbligata a  sostenere  l'accusa  sulla
base di nuovi parametri richiedenti maggior sforzo probatorio, ma  di
una  istruttoria  ormai  conclusasi  e  sviluppatasi  sulla  base  di
parametri normativi sostanziali e processuali diversi. 
    Evidente appare anche al profano come  una  delle  parti,  quella
pubblica attrice, veda limitati i propri diritti processuali in punto
di diritto alla prova, soprattutto in appello a fronte di  risultanze
di primo grado ormai cristallizzate e non ampliabili, con conseguente
lesione dell'equo processo e la parita' delle parti. 
    La stessa Corte europea  dei  diritti  dell'uomo  ha  piu'  volte
rimarcato che «il principio di preminenza del diritto e la nozione di
processo equo, consacrati  dall'art.  6,  si  oppongono  a  tutte  le
ingerenze del potere legislativo nell'amministrazione della giustizia
aventi  lo  scopo  di  influenzare  l'esito  di   una   controversia»
(Raffinerie greche Strane Stratis Andreatis  c.  Grecia,  sentenza  9
dicembre  994).  Analogamente,  la  Corte  di  Strasburgo  ha   anche
affermato che lo  Stato  «aveva  violato  i  diritti  dei  ricorrenti
garantiti dall'art. 6, intervenendo in maniera decisiva per orientare
in  suo  favore  l'esito  del  procedimento   di   cui   era   parte»
(Papageorgiou c. Grecia, sentenza 22 ottobre 1997). 
    Da ultimo, la  sentenza  30  gennaio  2026,  n.  12  della  Corte
costituzionale  ha  ribadito,  in   linea   con   la   giurisprudenza
convenzionale, che collide con il diritto di difesa ogni  limitazione
o esclusione in materia processuale che non sia imposta dal prevalere
di altri  interessi  costituzionalmente  rilevanti  o  da  condizioni
oggettive di impossibilita' materiale. 
    Lo jus superveniens, ovvero la legge n. 1 del 2026,  introducendo
l'art. 1,  comma  1-octies  della  legge  14  gennaio  1994,  n.  20,
mortifica gli assetti difensivi, sul piano processuale,  e  al  tempo
stesso incide retroattivamente sul diritto al risarcimento del  danno
sul piano sostanziale. 
    17. Sulla violazione dell'art. 119, della Costituzione (autonomia
finanziaria degli enti locali). 
    Una  norma  nazionale  che  riduca  unilateralmente  il   credito
risarcitorio vantato da un ente locale per danno erariale,  come  nel
caso di specie, comprime le risorse di quest'ultima  amministrazione,
ledendo la capacita' dell'ente di finanziare le  proprie  funzioni  e
intaccando  l'integrita'  del  suo  patrimonio,  distolto  dai   fini
istituzionali e dalle tutele per la comunita', in  spregio  dell'art.
119 della Costituzione. 
    Il credito da danno erariale nasce per reintegrare il  patrimonio
pubblico danneggiato da una condotta illecita di un amministratore  o
dipendente  e  tale  credito  e'  indisponibile:  ne'  l'ente  locale
danneggiato, ne' lo Stato con legge ordinaria possono  cancellarli  o
ridurli  poderosamente  (del  70%  o  oltre,  con  il  secondo  tetto
stipendiale) in modo arbitrario. 
    Lo Stato sarebbe pertanto obbligato a indennizzare l'ente locale,
trasferendogli risorse equivalenti per coprire la perdita ed  evitare
il dissesto finanziario dell'ente: tale evenienza, operante a  regime
per tutti i giudizi di responsabilita' in cui risultino lesi i  circa
8.000 enti locali italiani, porterebbe al rischio di default  per  il
bilancio dello Stato. 
    Ed identico ragionamento in punto  di  arbitrio  del  legislatore
nazionale  vale,  a  rimarcare  ancor  dippiu'  l'incostituzionalita'
dell'art. 1, comma 1-octies  della  legge  14  gennaio  1994,  n.  20
introdotto dalla legge 7  gennaio  2026,  n.  1,  e  dell'art.  6  di
quest'ultima   legge,   ove   si   rifletta   come   una    riduzione
unilateralmente stabilita'  dal  legislatore  nazionale  del  credito
risarcitorio vantato dall'Unione europea per  danno  erariale  patito
(es. per percezione di finanziamenti pubblici), violi gli articoli 11
e 117,  comma  1,  della  Costituzione  (primazia  del  diritto  UE):
quest'ultima norma vincola la potesta'  legislativa  dello  Stato  al
rispetto degli obblighi derivanti dall'ordinamento  comunitario.  Gli
Stati membri hanno l'obbligo  tassativo  di  tutelare  gli  interessi
finanziari dell'UE allo stesso modo dei propri (art. 325 del Trattato
sul funzionamento dell'Unione europea -  Trattato  sul  funzionamento
dell'Unione europea). Una legge nazionale  che  cancella  un  credito
dell'UE o impedisce di perseguire frodi e  danni  erariali  legati  a
fondi europei contrasta direttamente con il diritto comunitario (CGUE
17 luglio 2008, C-132/06, Commissione c. Italia, che  qualifica  come
incompatibile una rinuncia legislativa  «generale  e  indiscriminata»
alla riscossione di risorse dell'Unione). Per effetto  del  principio
di  supremazia  del  diritto  UE,  i  giudici  contabili   dovrebbero
addirittura disapplicare la legge nazionale illegittima. 
    In ambo i casi prospettati (lesione finanziaria degli enti locali
e del bilancio unionale), il primo dei quali si  configura  nel  caso
qui sub iudice, l'arbitrio del legislatore nazionale appare palese  e
violativo di importanti canoni costituzionali. 
    18. Sulla violazione degli articoli 11 e 117, della  Costituzione
(vincoli unionali per il legislatore nazionale). 
    Nell'ordinamento italiano, i vincoli legislativi derivanti  dalle
fonti dell'Unione  europea  trovano  il  loro  fondamento  principale
nell'art. 11 e nell'art. 117, primo comma della Costituzione.  Questi
articoli stabiliscono la limitazione di sovranita' a favore dell'UE e
l'obbligo per il legislatore (statale e regionale) di rispettare tali
vincoli. 
    La legge n. 1 del 2026, novellando l'art. 1, comma 1-octies della
legge 14 gennaio 1994, n. 20, viola tali limiti, in quanto  introduce
«a regime» e non per esigenze temporanee (come invece accaduto per lo
«scudo erariale» vagliato da Corte costituzionale n. 132  del  2024),
un onere durevole nel tempo, certo  nell'an  e  incerto  nel  quantum
(comunque  assai  rilevante)  che,  di  per  se',  esige  durevole  e
sistemica copertura finanziaria (mancante nella specie)  al  fine  di
garantirne la copertura e compensazione (art. 81, terzo comma,  della
Costituzione),  con   evidente   lesione   dei   "vincoli   derivanti
dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea  (artt.  11  e  117,
primo comma, della Costituzione): equilibrio e  vincoli  che  trovano
generale  presidio  nel  sindacato  della  Corte  dei   conti   quale
magistratura   neutrale   ed   indipendente,    garante    imparziale
dell'equilibrio economico-finanziario del settore pubblico" (sentenza
n. 60 del 2013)» (Corte costituzionale sentenza n. 39 del 2026). 
    Come e'  noto,  nel  sistema  delle  risorse  proprie,  lo  Stato
italiano resta obbligato verso il bilancio dell'Unione a  prescindere
dall'avvenuto recupero solo parziale del danno erariale. La  rinuncia
recuperatoria  irragionevolmente  imposta  ope  legis,  dunque,   non
estingue  la  posizione  debitoria   dell'Italia   verso   l'UE;   ne
trasferisce  soltanto  il   peso   dal   soggetto   responsabile   al
contribuente nazionale, aggravando - non alleviando - lo  squilibrio.
Gli Stati membri hanno l'obbligo tassativo di tutelare gli  interessi
finanziari dell'UE allo stesso modo dei propri (art. 325 del Trattato
sul funzionamento dell'Unione europea -  Trattato  sul  Funzionamento
dell'Unione europea), ma nella specie, a fronte del doveroso rispetto
del bilancio europeo, quello  nazionale  viene  messo  a  repentaglio
attraverso l'accollo di una parte  irragionevolmente  prevalente  del
danno erariale, di incerta quantificazione e durevole nel tempo. 
    Pertanto, le norme nazionali che determinano un'impunita' diffusa
o l'impossibilita' di recuperare risorse  a  tutela  degli  interessi
finanziari dell'Unione europea sono incompatibili con  l'architettura
dei Trattati e con la stessa Costituzione italiana. 
    19.  A  fronte  del  sopra  esposto  quadro  dei   molteplici   e
concorrenti profili di incostituzionalita' che  connotano  l'art.  1,
comma 1-octies della legge 14 gennaio 1994, n.  20  introdotto  dalla
legge 7 gennaio 2026 n. 1, e l'art.  6  di  quest'ultima  legge,  non
ignora questo giudice remittente: 
        a)  che  esistano  altre   ipotesi   normative   nel   nostro
ordinamento  che  statuiscono  tetti  alle  condanne  per  azioni  di
risarcimento danni; 
        b) che la Consulta, con sentenza  2024  n.  132  (punto  11.1
della decisione), abbia auspicato una novella legislativa  al  regime
della  responsabilita'  amministrativa  ispirata  tra  l'altro   alla
«...generalizzazione  di  una  misura  gia'   prevista   per   alcune
specifiche categorie, ossia l'introduzione di un limite massimo oltre
il quale il danno, per ragioni  di  equita'  nella  ripartizione  del
rischio, non viene addossato  al  dipendente  pubblico,  ma  resta  a
carico dell'amministrazione nel cui interesse  esso  agisce,  misura,
questa,  cui   puo'   accompagnarsi   anche   la   previsione   della
rateizzazione del debito risarcitorio. L'opportunita' del  cosiddetto
"tetto"  non  puo'  essere  esclusa  in  ragione  dell'esistenza  del
menzionato potere riduttivo, dal momento che  il  primo,  fissato  ex
ante dal legislatore, varrebbe obbligatoriamente per tutti, mentre il
secondo e' fisiologicamente rimesso ad un apprezzamento discrezionale
ex post del giudice contabile. Piuttosto, sarebbe utile valutare  una
modifica anche della disciplina  del  potere  riduttivo,  prevedendo,
oltre all'attuale ipotesi generale affidata alla discrezionalita' del
giudice, ulteriori fattispecie obbligatorie normativamente  tipizzate
nei presupposti». 
    Tuttavia  tali  referenti  normativi  e   giurisprudenziali   non
escludono, ma anzi confermano, i plurimi dubbi  di  costituzionalita'
evidenziati  da  questo  giudicante  e  da  sottoporre   alla   Corte
costituzionale. 
    Sotto il  primo  profilo,  osserva  questo  remittente  come  gli
ulteriori tetti alle condanne previsti da norme settoriali, come gia'
sopra rimarcato al punto 10 sub lettera F), riguardano ben specifiche
e tassative categorie di beneficiati (es. sanitari, vettori  etc.)  e
rispondono, in ossequio al principio  del  bilanciamento  tra  valori
contrapposti, a ben  mirate  e  delimitate  esigenze  aventi  valenza
costituzionale, che le rendono settorialmente  ragionevoli  e  dunque
costituzionalmente legittime, non plasmando affatto  tali  settoriali
norme un «generalizzato» e quindi immotivato ed irragionevole  regime
di favor per una intera categoria,  ampia  e  indiscriminata,  ovvero
quella della totalita'  dei  pubblici  dipendenti  e  amministratori,
quali che siano le loro funzioni e responsabilita' in concreto svolte
e assunte. 
    Come e' noto infatti, anche altre previsioni  normative  fissano,
ma solo settorialmente, ragionevoli tetti risarcitori in  ossequio  a
ben mirati valori costituzionali: ad esempio, per le lesioni  fisiche
lievi da sinistri  automobilistici,  il  legislatore  ha  introdotto,
ragionevolmente,  tetti  alle  condanne  civili  attraverso   tabelle
vincolanti per evitare risarcimenti eccessivi che farebbero lievitare
i  premi  assicurativi:  per  lesioni  di  lieve  entita'  (1-9%   di
invalidita') l'art. 139 del codice delle assicurazioni fissa  importi
prestabiliti per ogni punto di invalidita', con una  possibilita'  di
personalizzazione (aumento del danno) limitata al 20% (un quinto). 
    Ma  anche  in  materia  di  responsabilita'  medica,   la   legge
Gelli-Bianco 8 marzo 2017, n. 24  per  gli  errori  commessi  da  una
settoriale e molto esposta categoria di soggetti pubblici e  privati,
ovvero i sanitari, al fine di prevenire medicina difensiva e fuga  da
talune specializzazioni, sancisce all'art.  7,  comma  4,  un  tetto,
imponendo che il  danno  conseguente  all'attivita'  della  struttura
sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, e  dell'esercente  la
professione  sanitaria  venga  risarcito  seguendo   i   criteri   di
liquidazione di  cui  agli  articoli  138  e  139  del  codice  delle
assicurazioni  private  (decreto  legislativo  n.  209/2005).  Queste
tabelle, originariamente pensate per i sinistri stradali, sono  state
estese  alla  responsabilita'  medica  per   garantire   uniformita',
limitando la discrezionalita' del giudice nel quantificare  il  danno
biologico. Trattasi di tabelle vincolanti per evitare, anche in  sede
sanitaria, risarcimenti eccessivi  che  farebbero  lievitare  i  gia'
elevatissimi premi assicurativi. 
    Evidenti  appaiono  dunque  le  giustificazioni,  in   punto   di
ragionevolezza costituzionale, solo e  soltanto  di  tali  settoriali
precetti speciali  (aventi  una  chiara  e  mirata  ratio)  che,  tra
l'altro, giova ancora una volta rimarcarlo,  escludono  di  regola  e
testualmente, come gia' sopra evidenziato al punto  10,  sub  lettera
F), l'operativita' del tetto risarcitorio in caso  di  dolo  o  colpa
grave dell'agente. 
    Invece, solo e soltanto il «doppio tetto» forgiato dalla legge n.
1 del 2026 offre irragionevolmente una tutela  risarcitoria  durevole
nel tempo e generalizzata (senza valutazione di funzioni e rischi  in
concreto assunti dai singoli dipendenti o  amministratori  pubblici),
lineare (per  l'intera  categoria  dei  dipendenti  e  amministratori
pubblici)  e  simbolica  (30%  del  danno  e  comunque  non  oltre  2
annualita' di retribuzione o indennita') per qualunque amministratore
o dipendente pubblico (senza alcun distinguo per funzioni o grado  di
responsabilita') che abbia agito con  colpa  grave.  Una  eccentrica,
incoerente e dunque irragionevole previsione. 
    Come  e'  noto,  la  regola  generale   di   integralita'   della
riparazione e di equivalenza della stessa al pregiudizio cagionato al
danneggiato non ha copertura costituzionale (cfr. sentenze n. 148 del
1999 in tema  di  occupazioni  illegittime  di  suoli  per  causa  di
pubblica utilita'; n. 369 del 1996 in tema di  accessione  invertita;
n. 132 del 1985 in tema di trasporto aereo),  ma  la  mitigazione  di
detta  regola  ad  opera  del  legislatore  esige  che   l'intervento
normativo riduttivo della  misura  della  riparazione  dovuta  debba,
comunque, risultare ragionevole (Corte  costituzionale,  sentenza  n.
148/1999, punti 5 e 6 del diritto; sentenza n. 369/1996, punto 9  del
diritto; sentenza n. 132/1985, punto 9.2. del  diritto).  Il  ristoro
non  puo'  dunque  spogliare  di  ogni  contenuto   il   diritto   al
risarcimento (Corte costituzionale sentt. n. 132/1985; n. 46/1971; n.
235/2014). 
    Il risarcimento statuito dall'art. 1, comma 1-octies, della legge
14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge 7  gennaio  2026,
n. 1,  e'  invece  platealmente  simbolico,  svilendo  la  ontologica
funzione del risarcimento danni e del giudizio  risarcitorio  innanzi
alla Corte dei conti. 
    Non vi e' alcun principio supremo dell'ordinamento costituzionale
che protegga la rinuncia quasi totale al credito  statuita  da  detta
normativa: e'  dunque  la  legge  nazionale  a  violare,  insieme,  i
principi costituzionali interni e il diritto dell'Unione. 
    20. Va pertanto  rimessa  alla  Corte  costituzionale,  ai  sensi
dell'art.  134  della   Costituzione,   dell'art.   1   della   legge
costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1 e dell'art. 23  della  legge  n.
87/1953, la questione di legittimita'  costituzionale,  in  relazione
agli articoli 3, 24, 81, 97, 103, comma 2, 104, 108,  111,  117,  119
della Costituzione, dell'art.  1,  comma  1-octies,  della  legge  14
gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge 7 gennaio  2026,  n.
1, nella parte in cui prevede che «la Corte  dei  conti  esercita  il
potere di riduzione ponendo a  carico  del  responsabile,  in  quanto
conseguenza immediata e diretta della sua condotta,  il  danno  o  il
valore perduto per un importo non  superiore  al  30  per  cento  del
pregiudizio accertato e, comunque,  non  superiore  al  doppio  della
retribuzione lorda conseguita  nell'anno  di  inizio  della  condotta
lesiva causa dell'evento  o  nell'anno  immediatamente  precedente  o
successivo, ovvero  non  superiore  al  doppio  del  corrispettivo  o
dell'indennita' percepiti per il servizio reso all'amministrazione  o
per  la  funzione  o  l'ufficio  svolti,   che   hanno   causato   il
pregiudizio», nonche' dell'art. 6, legge 7 gennaio 2026, n.  1  nella
parte in cui prevede che «Le disposizioni di cui all'art. 1, comma 1,
lettera a), si applicano ai procedimenti e ai giudizi  pendenti,  non
definiti con sentenza passata in giudicato alla data  di  entrata  in
vigore della presente legge». Si dispone la sospensione del processo. 

 
                                P.Q.M. 
 
    La  Corte  dei  conti,  Sezione  giurisdizionale  Lombardia,  non
definitivamente pronunciando, dichiara rilevante e non manifestamente
infondata, in relazione agli articoli 3, 24, 81, 97,  103,  comma  2,
104,  108,  111,  117,  119  della  Costituzione,  la  questione   di
legittimita' costituzionale dell'art. 1, comma 1-octies, della  legge
14 gennaio 1994, n. 20, come introdotto dalla legge 7  gennaio  2026,
n. 1, nella parte in cui prevede che «la Corte dei conti esercita  il
potere di riduzione ponendo a  carico  del  responsabile,  in  quanto
conseguenza immediata e diretta della sua condotta,  il  danno  o  il
valore perduto per un importo non  superiore  al  30  per  cento  del
pregiudizio accertato e, comunque,  non  superiore  al  doppio  della
retribuzione lorda conseguita  nell'anno  di  inizio  della  condotta
lesiva causa dell'evento  o  nell'anno  immediatamente  precedente  o
successivo, ovvero  non  superiore  al  doppio  del  corrispettivo  o
dell'indennita' percepiti per il servizio reso all'amministrazione  o
per  la  funzione  o  l'ufficio  svolti,   che   hanno   causato   il
pregiudizio», nonche' dell'art. 6, legge 7 gennaio 2026, n.  1  nella
parte in cui prevede che «Le disposizioni di cui all'art. 1, comma 1,
lettera a), si applicano ai procedimenti e ai giudizi  pendenti,  non
definiti con sentenza passata in giudicato alla data  di  entrata  in
vigore della presente legge». 
    Dispone la sospensione del processo sino all'esito  del  giudizio
incidentale  di  legittimita'  costituzionale  e  ordina  l'immediata
trasmissione degli atti alla Corte costituzionale. 
    Ordina che a cura della  segreteria  la  presente  ordinanza  sia
notificata alle parti e al Presidente del Consiglio  dei  ministri  e
comunicata ai Presidenti del Senato della Repubblica e  della  Camera
dei deputati. 
    Riserva alla decisione definitiva ogni ulteriore statuizione  nel
merito e in ordine alle spese. 
        Cosi' deciso in Milano, nella Camera di consiglio del  giorno
10 giugno 2026. 
 
     Il giudice rel. est. e il Presidente est.: Berruti - Tenore