 |
Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente della Corte costituzionale.
Do la parola al dottor Buffa. L'interesse che Ella porta alla Corte è dimostrato dalla sua frequentazione di queste conferenze stampa oltre che dai suoi pezzi su vari organi di stampa da cui risulta una sua particolare attenzione alla Corte costituzionale.
Dimitri BUFFA, giornalista de La Padania.
È stato un peccato che negli ultimi due anni non si siano tenute queste cerimonie.
Desidero chiederle un parere di dottrina su un tema che presto potrebbe essere portato alla vostra attenzione.
Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente della Corte costituzionale.
Non mi parli del problema della grazia!
Dimitri BUFFA, giornalista de La Padania.
Proprio di questo si tratta. Ci piacerebbe sapere quali sono i poteri costituzionali di grazia del Presidente della Repubblica. Connesso a tale quesito vi è l'altro relativo a dei criteri che, anche se non scritti nella Costituzione, lei ha definito "sottostanti" a certe decisioni. Ne ho appuntati tre, di cui il primo è la continuità costituzionale, il secondo la leale cooperazione tra enti pubblici e il terzo il rigido automatismo contrapposto al principio del caso per caso. Tutto ciò, a livello teorico, risulta comprensibile, ma non può diventare un'arma a doppio taglio per derogare alla Costituzione?
Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente della Corte costituzionale.
Sulla prima questione sarebbe di grande interesse intrattenerci, anche se questa non è - e lei lo comprende - la sede adatta. Non lo è intanto perché questa conferenza stampa è dedicata all'illustrazione del lavoro compiuto e dei problemi incontrati; e poi perché lei mi ha chiesto un'opinione da studioso e non da giudice. Io, però, non ho più opinioni da studioso, perché quando si entra nella Corte costituzionale si è sempre e solo giudici. Spesso accade che, al momento dell'ingresso, personali opinioni sostenute in passato nella qualità di studiosi vengano modificate. Il ruolo cambia le persone, anche sotto il profilo della provenienza professionale.
A ciò si aggiunge una questione del tutto evidente: basta la lettura dei giornali per rilevare come la vicenda - risalente nel tempo ma che nelle ultime ore sembra aver avuto una svolta - della concessione di un provvedimento di grazia a due detenuti nelle carceri di Pisa - Sofri e Bompressi - possa giungere alla Corte costituzionale in sede di conflitto di attribuzioni. Senza dire nulla di mio, perché non ho studiato il caso, si tratta di una prospettiva possibile nello sviluppo della vicenda, così come indicato proprio dai vostri giornali. Criterio di prudenza vuole che noi non ci si pronunci prima che le questioni siano giunte alla nostra attenzione. Le chiedo scusa, ma lei comprenderà che esistono buone ragioni perché sul tema non si dica nulla. Mi permetta comunque una piccola considerazione che rende chiara la difficoltà di una nostra comunicazione con voi e vostra nell'interpretazione della nostra attività: alla sua domanda sulla grazia potrei rispondere che non so e potrei aggiungere che saprò qual è la soluzione giuridica dopo che la Corte eventualmente si sarà pronunciata, una volta, in ipotesi, investita della questione.
Per rendere ancora più esplicita la difficoltà della comunicazione tra Corte costituzionale e giornalisti, ricordo che qualche tempo fa, in occasione di una conferenza tenuta alla Scuola Normale di Pisa, pendente la decisione dell'Associazione nazionale magistrati sullo sciopero, mi è stato chiesto cosa pensassi della legittimità dello sciopero stesso. Più o meno ho risposto nello stesso modo in cui ho risposto a lei, dicendo che su tale questione, come su altre, è possibile che la Corte costituzionale sia chiamata a pronunciarsi e che, come giudice, ritenevo di non avere una mia opinione fino al momento della pronuncia della Corte, che sarebbe divenuta poi la mia opinione.
Concludevo dicendo: "alla sua domanda se lo sciopero dei magistrati sia legittimo, rispondo: non lo so". All'indomani, vari giornali hanno scritto che il Presidente della Corte costituzionale, interpellato sulla legittimità costituzionale dello sciopero dei magistrati, aveva risposto: "Non so". L'informazione è correttissima alla lettera, ma capisce bene che l'interpretazione ha un significato evidentemente distorsivo di quanto, probabilmente in maniera impropria, avevo ritenuto di dire.
Quanto al principio di continuità, si tratta di uno di quei valori così fondamentali che non hanno neppure bisogno di essere scritti. Nell'esperienza costituzionale ed anche in quella nostra personale - e la vita della Costituzione spesso presenta aspetti di similitudine con la vita delle singole persone - vi sono cose tanto fondamentali che non hanno bisogno di essere espresse. Si potrebbe persino aggiungere che sono così fondamentali che non possono nemmeno essere espresse. Ciò che è più fondamentale non è mai posto: è sempre presupposto. La continuità delle istituzioni e della vita di una comunità umana sono presupposti dello stare insieme. Se vuole, il principio di continuità risulta chiaramente dall'articolo 5 della Costituzione, là dove parla di unità e indivisibilità della Repubblica. Non si tratta certo di una nostra invenzione, perché le giurisprudenze costituzionali di tutto il mondo si attengono a tale principio.
La leale cooperazione è una formula che abbraccia una serie di istituti cooperativi tra autorità diverse che riscontriamo in tutti gli ordinamenti basati sul decentramento delle funzioni pubbliche. La Corte ha elaborato tale principio in anni trascorsi e oggi, come ricordava il giudice Onida, è consacrato nella Carta costituzionale.
Quanto alla giurisprudenza contraria ai rigidi automatismi, occorre dire che vi è un'esigenza costituzionale che la Corte avverte in forza di principi costituzionali espressi: ho ricordato gli articoli 3 e 27 che contemplano il principio della personalizzazione della pena e della sua funzione rieducativa e riabilitativa. Si tratta di principi costituzionali posti da cui la Corte trae la conseguenza che il legislatore non può dettare norme, che per la loro rigida astrattezza, non si prestino ad essere calate nel calore delle condizioni personali della vita potenziale di ciascuno di noi, perché tutti potremmo scontrarci prima o poi con l'esigenza di un'umanizzazione della legislazione cui mira proprio la disciplina del caso per caso. Ciò comporta, naturalmente, anche dei rischi, perché il tipo di legislazione cui la Corte invita quando dichiara incostituzionali i rigidi automatismi evoca una straordinaria responsabilità delle autorità chiamate ad applicare la disciplina. Ma la vita del diritto è esercizio quotidiano di responsabilità.
|
 |